Dai libri alla realtà, viaggi di sola andata
Uno dei modi di conoscere il mondo e la sua geografia? Leggerlo: in un documento, un memoriale, una mappa delle stamperie. Così gli itinerari libreschi «precedono» quelli veri
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In casa è rimasta celebre quella volta in cui, lungo l’Auto Brennero salendo in direzione della montagna per le vacanze natalizie, per uno di quei miei guizzi di incertezza chiesi ad alta voce se avremmo incontrato prima Rovereto o Trento. Nemmeno il tempo di fonare l’intera domanda, e mi apparve in tutta la sua ovvietà la risposta: «Ma certo: Cervini è sceso da Trento per andare incontro ad Alessandro Farnese che saliva da Roma, in direzione di Rovereto! Rovereto è a sud di Trento, ovvio!» «Cosa saresti, senza i tuoi amici!» mi ha trafitto mia sorella Laura con lo stiletto sempre in pronto del suo sarcasmo, eppure era tutto vero. Vero il mio ennesimo smarrimento, sebbene siano trent’anni ormai che saliamo in montagna per le vacanze estive e invernali, passando prima a Rovereto e poi a Trento, e vero, e inoppugnabile, il riferimento storico a quell’inizio d’aprile del 1545, quando il cardinale Marcello Cervini, legato papale al Concilio di Trento, scese incontro al cardinale Alessandro Farnese, nipote di Paolo III, accogliendolo appunto a Rovereto. Ci sono gli atti, pubblicati dalla Görres-Gesellschaft, con le lettere nella gloriosa edizione di Gottfried Buschbell, che almeno per me sono più solidi e perspicui di una cartina geografica o dello stradario: questi ultimi puoi capovolgerli o faticare a leggerli, quella visita a Rovereto no. È stabile e inconfutabile.
Chiedilo al Sole
Il fatto è che ci sono persone – magari una percentuale minima della popolazione universale, ma pure ci sono – per le quali la conoscenza dei luoghi non passa né dall’esperienza diretta né da quella, mediata e autorevole, della cartografia, ma dagli studi fatti e dalla storia studiata, in definitiva dai libri. Che si imprimono così tanto da dare l’impronta anche a successive eventuali visite in situ e scoperte di prima mano. A Napoli ci sono stato due volte: la prima per una mezza giornata di esame di codici cinquecenteschi alla Biblioteca Nazionale, in cui si arriva con la metro direttamente dalla stazione, e la seconda per un convegno di storia della filologia presso la sede storica del Banco di Napoli (con tanto di tassista che, suggestionato dall’indirizzo, un attimo prima di lasciarmi e senza aver visto il colletto ecclesiastico occultato dalla sciarpa, spegne il motore, si volta e mi chiede con fare supplichevole qualche dritta per investire le sue magre finanze), ma la Napoli che conosco veramente, e in cui potrei muovermi, è quella della tarda primavera del 1749. A quel periodo risale un piccolo diario di viaggio del Prefetto della Vaticana Giuseppe Simonio Assemani, cui sto lavorando da qualche anno e che mi ha introdotto nella città del Vesuvio più e meglio di qualsiasi visita diretta. Con l’unica complicazione che so tutto della Stamperia Borbonica e delle sue lastre calcografiche, posso disquisire delle reliquie conservate nella chiesa di Santa Patrizia, come anche intervenire autorevolmente nella questione del vero, e unico, duomo di Napoli, ma non so dove sia il Vomero. O cosa sia, perché l’ho sentito nominare in qualche film, ma la nozione non ha evidentemente attecchito. Trovo più familiari Carlo di Borbone e il suo ministro Montalegre, la regina Maria Amalia, accanita fumatrice di sigari e appassionata di stucchevoli cineserie – era d’altronde sassone, la povera – ma non so chi sia il sindaco attuale né quali e quante siano le uscite dell’autostrada per la città.
Di Venezia conosco a menadito la cartografia di tipografie e librerie a metà del Settecento, con quella dei luoghi della censura, come di Roma la serie esatta dei proprietari e dei civici delle ville che sorgevano nel primo Cinquecento tra il Quirinale e l’attuale porta Pia, peccato che non ne esista più una, così come non ci sono più a Campo de’ Fiori alcuni librai cinquecenteschi dei quali ho molto più che una discreta conoscenza. Come alcuni altri essere umani – pochi percentualmente, è vero, ma esistono – esulto quando mi ritrovo davanti a luoghi memorabili: la stanza del Palazzo di Caprarola, dal cui trompe-l’oeil fa capolino Fulvio Orsini, il bibliotecario dei Farnese, l’angolo di Madrid in cui una targa ricorda doña Ana Mendoza de la Cerda, principessa di Eboli, e il pensiero va subito al don fatale di Verdi e a una Agnes Baltsa un po’ sopra le righe, o quando (non) guardo Palazzo Barberini, cercando di immaginarmi che cosa fosse, proprio lì, la villa di Rodolfo Pio da Carpi! Non credo che si esca da questa cartografia letteraria, che secondo mia sorella ha anche non poche implicazioni emotive e non troppo onorevoli risvolti psicanalitici, ma forse non è nemmeno necessario. Certo, serve essere accompagnati da qualcuno che viva saldamente nel presente o dotati di buoni dispositivi di orientamento – che però a Venezia non funzionano bene, perché Google non ha chiaro il concetto e la struttura del sotoportego e va in tilt ogni volta, ingiungendoti di finire in acqua – ma alla fine non saprei né vorrei fare altrimenti.
Sia detto per inciso, questa situazione non ha nulla a che vedere con le letture emotivistiche o con le rievocazioni più o meno storiche di molte guide turistiche, che pretendono di ridar vita alle pietre con qualche storiella d’epoca spesso non documentata e comunque sempre incline al gossip o alla cronaca nera: ricordo ancora con imbarazzo una visita a un castello dell’alto Lazio, in cui una botola per la ghiacciaia era affabulata come via d’uscita per gli amanti della castellana ninfomane. No, il percorso è esattamente inverso, ossia non dalla realtà indietro verso i libri, ma dai libri alla realtà, con esiti dunque assai più solidi e autorevoli, sebbene con le controindicazioni che ormai conosco: incapacità di orientarsi nello spazio contemporaneo, commozioni e moti d’ira davanti a edifici apparentemente anonimi o che sorgono sulle ceneri di altri spariti, e richieste di informazioni sulla base di riferimenti morti e sepolti con conseguente imbarazzo del passante interpellato. Come se uno chiedesse la strada per la torre dell’epitaffio, tra Terracina e Fondi, dove si controllavano i documenti a chi intendeva entrare nel Regno di Napoli, o come se uno entrasse in una pizzeria, ricavata da una chiesa sconsacrata, e, con la scusa del bagno, si mettesse alla ricerca di una sepoltura che sa dovrebbe trovarsi all’altezza dell’antico transetto. È successo anche questo.

