CREATO PER CREDEM EUROMOBILIARE PRIVATE BANKING

Dal risparmio alle Pmi: 1.500 miliardi pronti a crescere

6' di lettura

English Version

6' di lettura

English Version

Oltre 1.500 miliardi di euro. È questo il valore del risparmio italiano che rimane parcheggiato in forme di liquidità a zero o basso rendimento. Una cifra che, secondo Assogestioni, se attivata anche solo in parte, potrebbe rappresentare una leva straordinaria per sostenere la crescita economica, rafforzare il mercato dei capitali e facilitare il finanziamento delle imprese. Gli italiani si confermano grandi risparmiatori, ma restano poco propensi a investire. In Europa, invece, dove il tasso di risparmio delle famiglie si attesta intorno al 14–15% del reddito disponibile, come emerge dalle analisi Eurostat, la maggiore diffusione degli investimenti contribuisce a canalizzare una quota più ampia di risorse verso l’economia reale e i mercati.
A fronte di una ricchezza imponente ma ferma, il Belpaese si caratterizza per un tessuto produttivo formato da piccole e medie imprese spesso sottocapitalizzate, che hanno bisogno di risorse economiche e competenze per fare il salto dimensionale. Il private equity si sta affermando come il punto di incontro tra queste due realtà, l’asset che può trasformare la liquidità in economia reale. Un’opportunità concreta per gli investitori private, capace sia di trainare la crescita di imprese giovani, sia di agevolare fasi delicate della vita di aziende familiari più strutturate, come il passaggio generazionale.
Il contesto internazionale, per gli operatori, spinge in questa direzione. I mercati quotati perdono progressivamente appeal come finestra sulla crescita delle imprese: negli Stati Uniti si è passati da oltre 8.000 aziende quotate nel picco del 1996 a circa 4.000 oggi, una contrazione documentata dalla World Bank. Le aziende, inoltre, restano private molto più a lungo: secondo i dati dell’Università della Florida, l’età mediana delle società al momento della quotazione era di 5 anni nel 1999 ed è salita a 12 anni nel 2025, con un picco di 14 anni nel 2024. Una tendenza che in Italia si traduce nei continui delisting a Piazza Affari e nel calo del numero di Ipo, tra listino principale, fermo, e l’Euronext Growth Milan, dedicato alle Pmi. Il tema è di estrema attualità e contribuisce a rendere i private market una soluzione ideale per accedere al vero potenziale dell’economia reale.

Il ritardo italiano
Il risparmiatore italiano è strutturalmente sottoesposto ai private asset rispetto ai suoi omologhi europei e anglosassoni. I portafogli, secondo un’analisi basata sui Conti Finanziari pubblicati dalla Banca d’Italia, riflettono una diffusa prudenza nella scelta degli asset, con l’8% investito in obbligazioni e solo il 4% in azioni quotate. A incidere, oltre ragioni storiche, anche la forte volatilità emotiva, che porta spesso a confondere scossoni settoriali specifici, come le tensioni sul private debt americano legate al mondo tech colpito dall’intelligenza artificiale, con una crisi strutturale dell’intera asset class.
Il contesto attuale, però, secondo gli operatori, è particolarmente favorevole per chi cerca un rendimento aggiuntivo in un mercato complesso. La volatilità dei mercati azionari rende ancora più preziosa la componente illiquida del portafoglio, che diventa una sorta di diga capace di sottrarre una parte del capitale all’andamento dei mercati e di vincolarla a una pianificazione disciplinata. Il private equity permette di aggiungere un extra-rendimento strutturale rispetto ai mercati quotati, diversificare su asset non correlati agli indici e convogliare risorse verso l’economia reale, verso quelle Pmi che sono la spina dorsale del sistema produttivo italiano ma che difficilmente trovano spazio in un listino la cui capitalizzazione è concentrata tra titoli finanziari e utility. Ed è proprio qui che si nasconde la principale opportunità, il gap con i mercati anglosassoni lascia ai private asset italiani uno spazio di crescita enorme, con benefici per investitori e imprese.

Il vento normativo favorevole
Anche sul fronte regolamentare, il contesto è cambiato. L’Eltif 2.0, la revisione del veicolo europeo per gli investimenti a lungo termine, ha prodotto oltre 300 nuovi fondi registrati, con altrettanti in attesa di autorizzazione presso le autorità lussemburghesi. La “Saving and Investment Union” e la recentissima riforma del Testo Unico della Finanza italiana completano il quadro normativo: nascono le “società di partenariato”, nuova forma giuridica pensata per finanziare l’economia reale, e si alleggeriscono le procedure di autorizzazione per le Sgr. In parallelo, strumenti come i Pir alternativi offrono una veste fiscale interessante: ancora poco diffusi, circa 3 miliardi di raccolta contro i 24 degli ordinari, ma con un potenziale significativo per la pianificazione patrimoniale di lungo periodo dei clienti private.

Credem Euromobiliare Private Asset: vent’anni di Pmi italiane
Il private equity, quindi, presenta caratteristiche capaci di trasformarlo nella leva per la diversificazione degli investitori e la crescita delle Pmi. Determinante è il ruolo svolto dai consulenti e dai partner che accompagnano le imprese in questo percorso. È il caso, ad esempio, del Gruppo Credem, che vanta circa venti anni di esperienza in questo campo. Nel 2026, convinti della solidità strutturale della classe di attivi per la prossima decade, il Gruppo ha compiuto un passo ulteriore: trasformare Credem Private Equity nell’hub specialistico per tutto il gruppo, rinominandola Credem Euromobiliare Private Asset. La nuova struttura opera su due linee: la gestione diretta (investire direttamente nel capitale di Pmi italiane, affiancando gli imprenditori con capitali e competenze manageriali) e quella indiretta, attraverso la selezione e il collocamento di prodotti di case terze con partner internazionali preselezionati. Un modello che punta a offrire ai clienti una diversificazione ampia per orizzonte temporale, geografia e settore, mantenendo al centro la conoscenza diretta del tessuto produttivo italiano.
L’approccio si fonda sulla capacità di riconoscere un’intuizione prima che diventi ovvia, di affiancare l’imprenditore senza soffocarne l’autonomia, e di portare, oltre ai capitali, competenze manageriali e finanziarie, reti di relazioni e supporto nelle operazioni di M&A che l’imprenditore da solo farebbe fatica a gestire.

Da Arcaplanet a Vista Vision, i casi di successo
Un approccio che si è dimostrato vincente e che trova nella storia aziendale di realtà affermate a livello internazionale il suo riscontro diretto. È il caso di Arcaplanet, ad esempio. Alla fine del 2005, dopo i primi dieci anni di attività, i soci fondatori hanno deciso di aprire il capitale al fondo Credem Venture Capital, che ha sottoscritto un aumento di capitale per il 60% dell’azienda. È iniziata così la trasformazione di una piccola catena di sette negozi specializzati nel pet care, concentrata nei dintorni di Chiavari, in una vera e propria catena di supermercati specializzati per animali, su modello anglosassone, con spazi ampi, personale competente e un assortimento largo dedicato a tutti i tipi di animali domestici. L’accompagnamento da parte di Credem ha trasformato la realtà ligure nel leader europeo del settore.
Altrettanto significativa è la storia di Vista Vision, nata nel 2003 dalla volontà di Stefano Zanchi e Mario Salmeri di rilevare la struttura oculistica di Milano della multinazionale canadese per cui lavoravano e trasformarla in una nuova realtà, scongiurando il rischio chiusura. Il mercato dell’oculistica chirurgica in Italia è frammentato, dominato da piccole strutture indipendenti e c’è spazio per costruire un network di qualità che offra agli oculisti spazi ed attrezzature di ultima generazione che richiederebbero un investimento ingiustificato da parte del singolo dottore.
I due imprenditori lavorano per anni a rimettere in moto la struttura milanese, attraendo un numero crescente di oculisti e aprendo alcune cliniche in altre regioni italiane. Per opportunità, non per pianificazione sistematica, arriva anche l’espansione in Romania.
Nel dicembre 2020, l’incontro con Credem. Vista Vision genera circa 20 milioni di fatturato, ma teme che i grandi operatori europei dell’oculistica possano entrare presto in Italia e trasformando le realtà locali in facile preda. La scelta è chiara: trovare un partner finanziario che acceleri la crescita, ma mantenendo il controllo dell’azienda. Permettono quindi a Credem Euromobiliare Private Asset di rilevare una quota di minoranza con un aumento di capitale e si avvalgono del supporto delle competenze manageriali del team. Il risultato è superiore alle aspettative. In meno di quattro anni, Vista Vision ha investito oltre 35 milioni di euro — di cui 27 in acquisizioni — aprendo 6 nuove cliniche in regioni dove era assente e avviando nuove strutture a Firenze e Bologna. Il fatturato ha raggiunto i 75 milioni nel 2025, con una proiezione di superare i 100 milioni nel 2026 grazie alle ultime operazioni di M&A. I dipendenti sono passati da poche decine a oltre 200 tra Italia e Romania.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti