Dop economy

Dalla difficile sopravvivenza del Bitto un podcast per valorizzare «Una montagna di formaggi»

È una delle iniziative del Consorzio per salvaguardare la specialità valtellinese, che nel 2025 ha visto un calo del 16%. Risultati in crescita invece per il “cugino” Casera

di Emiliano Sgambato

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Il Bitto e il Casera sono i due formaggi simbolo della Valtellina. Hanno storie legate (unite anche da un unico Consorzio di tutela) che rispecchiano la “doppia vita” dei contadini e dei pastori di montagna e delle loro vacche: nelle stalle accanto alle case in paese d’inverno e nelle baite in quota, sui pascoli di erba fresca, d’estate. Due identità differenti che danno vita a due formaggi per molti versi complementari, ma dalle caratteristiche ben distinte, ma che ora, in un certo senso, vedono divaricare sempre più i loro destini. Le due produzioni Dop hanno un valore alla produzione di 16,3 milioni di euro (+2,8% annuo), a fronte di 248.946 forme marchiate. Ma la media è frutto di andamenti molto differenti tra loro.

Il Casera è un formaggio semigrasso di latteria prodotto ormai tutto l’anno nella valle e sta conquistando progressivamente i consumatori itaiani (uscendo pian piano dai confini lombardi): oltre 236mila (+6,7%) le forme marchiate nel 2025 a cui si aggiunge un +10% nei 4 primi mesi 2026.

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Il Bitto, che può invecchiare fino a 10 anni regalando numerose e ricche sfumature di gusto, è prodotto d’estate negli alpeggi tra i 1.400-2.300 metri, solo in alcune zone della provincia di Sondrio e nelle valli che “sconfinano” verso la provincia di Lecco o alcuni comuni della Val Brembana: due mungiture al giorno, all’alba e al tramonto e la lavorazione sul posto, ogni giorno e con qualsiasi tempo, ne fanno un prodotto prezioso e “d’altri tempi”. È un lavoro che può riservare molte soddisfazioni, ma certo faticoso e spesso ingrato: le 12.857 forme prodotte nell’estate 2025 da 45 produttori (compresi gli stagionatori) sono in calo del 16,7% a volume e del 16% a valore.

«Dopo la crescita del 24,1% registrata nel 2024, la flessione è legata all’andamento stagionale e alla durata degli alpeggi - spiega il presidente del Consorzio Ctcb Marco Deghi - ma anche alla complessità stessa della produzione. Il Bitto è un formaggio unico, che richiede un lavoro estremamente impegnativo. C’è il nodo del ricambio generazionale: oggi i produttori-alpeggiatori sono 45, contro i 56 del 2018. Accanto a chi sceglie di lasciare l’attività, ci sono però giovani che decidono di raccogliere l’eredità di famiglia, portando innovazione e nuove competenze, e altri che tornano alle loro radici dopo esperienze diverse. In questo contesto il Consorzio continua a rafforzare il sostegno agli alpeggiatori, puntando sulla qualità come leva per garantire una migliore remunerazione del prodotto e dare continuità a un formaggio eroico di montagna. È stato attivato un programma di assistenza tecnica dedicata, con professionisti specializzati a supporto dei produttori in tutte le fasi della lavorazione in alpeggio. L’obiettivo è continuare a investire sulla qualità e sulla promozione del Bitto presso i consumatori. Solo attraverso una maggiore consapevolezza del valore del prodotto e una sua adeguata valorizzazione economica è infatti possibile preservare un prodotto che rappresenta un patrimonio culturale, economico e identitario delle nostre montagne».

Anche per questo è nato “Una Montagna di Formaggi Valtellina Casera e Bitto, Storie di Dop”, «un racconto corale e contemporaneo nella doppia veste di ebook e podcast che ha l’obiettivo di restituire lavoro, memoria e valore di una delle filiere lattiero-casearie più identitarie dell’arco alpino lombardo», dicono i promotori.
Il progetto ruota attorno a 11 storie emblematiche di due prodotti fortemente identitari della Valle tanto amata da Mario Soldati («Chi non è mai stato in Valtellina ci vada. E ci vada subito!» diceva nel suo reportage di viaggio Vino al vino), e ora raccontate dai giornalisti Marco Bolasco ed Eugenio Signoroni. Libro e podcast – 5 episodi online dal 20 maggio, uno a settimana - sono scaricabili gratuitamente sulle maggiori piattaforme di streaming (Spotify, Apple Podcasts, YouTube, Amazon Music) e, a seguire, sul sito del Consorzio www.ctcb.it.

«L’obiettivo è far conoscere fuori dalla Valle una filiera che è insieme imprenditoria agricola, produzione alimentare e presidio territoriale - commenta Deghi -. Le due produzioni Dop rappresentano circa il 30% dell’economia lattiero-casearia della provincia di Sondrio, ma di questa sono il punto di riferimento, il vero fiore all’occhiello del sistema agricolo valtellinese. Numeri rilevanti che acquistano pieno senso solo se letti insieme alla funzione sociale ed ambientale della filiera: senza alpeggiatori, senza trasformazione locale, verrebbe meno un presidio essenziale delle aree montane e delle loro tradizioni. Gli alpeggiatori, in questo senso, non sono solo produttori: sono custodi attivi del paesaggio alpino, garanti della biodiversità dei pascoli e della sopravvivenza stessa della montagna. È per raccontare questa funzione importantissima dei nostri produttori abbiamo creato questo progetto, che mette insieme storie di impegno quotidiano e di duro lavoro».

Il racconto si costruisce attraverso tredici voci: alpeggiatori, casari, operatori e stagionatori che incarnano la continuità di un sapere antico che guarda al futuro: «Persone che, ogni giorno, tengono insieme economia e manutenzione della montagna e vivono il mestiere come vocazione, contatto con gli animali e la natura. Storie che raccontano di passaggi generazionali di padre in figlio; di donne che portano avanti i sogni e le passioni dei propri padri, ma con una visione imprenditoriale e innovativa. Storie di ritorno alle origini, ma anche di consapevolezza, dopo esperienze di altri stili di vita come quello dell’assicuratore».

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