L’intervista

«Dalla moneta alla difesa, dai diritti alla politica: le Big Tech occupano lo Stato»

L’allarme della studiosa di Stanford ed ex europarlamentare Schaake: le aziende tecnologiche sostituiscono i governi e condizionano le scelte pubbliche, l’Europa reagisca

di Fabio Carducci

Marietje Schaake Frank Ruiter

6' di lettura

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L’immagine, ormai storica, è quella di Jeff Bezos, Sundar Pichai, Elon Musk, Mark Zuckerberg e Tim Cook seduti in prima fila all’insediamento di Donald Trump. Ma l’occupazione del potere da parte delle Big Tech va ben oltre le foto simboliche: dalla moneta alla sicurezza nazionale, dalle libertà civili alla politica, le grandi aziende private di tecnologia hanno ormai accumulato un potere tale da scavalcare la sovranità dei governi in settori chiave della vita democratica, attuando uno strisciante “colpo di stato” che bisogna riconoscere e combattere. È questo l’allarme lanciato da Marietje Schaake, docente di politica internazionale presso lo Stanford Institute for Human Centered Artificial Intelligence e membro del Cyber Policy center dell’università Usa. Che sprona l’Europa a presidiare con le proprie istituzioni e le proprie imprese un fronte strategico al crocevia tra politica economica e libero mercato, tecnologia e valori democratici. A corroborare l’analisi è anche la sua passata esperienza di membro del Parlamento europeo in rappresentanza del partito liberale dei Paesi Bassi.

“Il colpo di stato delle Big Tech”, il suo ultimo libro, è uscito di recente anche in Italia (Franco Angeli editore). Ma le cronache offrono ogni giorno nuove evidenze del “colpo di stato”, tra le esternazioni social di Trump e l’avanzata pervasiva dei modelli di IA, i proclami politici e le offensive economiche dei leader della Silicon Valley, i rialzi dei tecnologici a Wall Street nonostante la guerra con l’Iran e i timori per i maxi investimenti. L’ultimo paradosso? Da qualche settimana lo stesso Trump sta pensando di regolamentare l’introduzione dei nuovi potentissimi modelli di intelligenza artificiale.

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Le Big Tech, con i loro leader non eletti né democraticamente responsabili, esercitano ormai funzioni chiave tradizionalmente riservate agli Stati. Ci può dare alcuni esempi concreti?

Oggi vediamo queste potentissime aziende tecnologiche prendere decisioni che rispondono al loro interesse commerciale, ma allo stesso tempo incidono profondamente sull’interesse pubblico delle nostre società, sulla sicurezza nazionale, sulle libertà civili, sulla democrazia. Incluse, ad esempio, decisioni su operazioni difensive e offensive: se si considera che oggi i conflitti hanno spesso una componente digitale, le decisioni che queste aziende prendono sono cruciali. Un grande ambito di attività che tradizionalmente era monopolio dello Stato e dei servizi di intelligence.

Quali sono i rischi per le libertà civili?

Un altro ambito importantissimo, che però non viene trattato con il peso adeguato. Spesso leggiamo che l’IA solleva problemi di discriminazione. Per esempio tratta le donne con aspettative più basse. Se chiedo a un chatbot “sto per fare un colloquio di lavoro, che stipendio dovrei chiedere”, oppure “quale ambizione è appropriata”, tipicamente suggerirà salari più bassi e posizioni più modeste per le lavoratrici. Ci sono poi stereotipi che sfociano in vera e propria discriminazione: persone con pelle nera non riconosciute dai sistemi di riconoscimento facciale; modelli di IA che replicano i rapporti di potere del passato perché addestrati su quei dati. Questo ha effetti su premi assicurativi, strumenti di polizia predittiva, cioè su come la polizia valuta la pericolosità di un sospetto. Sono problemi noti, eppure queste tecnologie vengono usate. Si crea così una situazione in cui le aziende prendono decisioni molto importanti, mentre gli Stati e le istituzioni democratiche vengono di fatto aggirati.

All’inizio del suo libro scrive che le Big Tech hanno di fatto aperto un posto alla Casa Bianca. Musk ha però lasciato quel ruolo. Pensa che questo cambi qualcosa o il problema è più strutturale che personale?

È un problema strutturale. Tutto ciò che scrivo ne “Il colpo di stato delle Big tech” era già urgente prima della rielezione di Trump, perché vedo un potere enorme nelle mani dei privati. Oggi però i magnati della tecnologia – Silicon Valley, crypto, venture capital, CEO – sono stati portati in ruoli decisionali chiave anche per via della corruzione: Trump permette di comprare influenza e riceve apoggio da queste figure. Le aziende pensano che più compiacciono il presidente, più ne trarranno beneficio. Lo vediamo con figure del mondo crypto come David Sacks (finanziere e presidente del Consiglio presidenziale dei consulenti per la Scienza e la Tecnologia degli Usa, ndr), con Peter Thiel (Fondatore di Palantir e finanziere) dietro le quinte, con Mark Zuckerberg (Facebook) che ha modificato politiche aziendali per allinearsi all’amministrazione Trump.

Chi usa chi, fra Trump e i leader di queste aziende?

La vera domanda è: quanto è opportunismo e quanto invece è una vera apertura di spazio da parte di Trump a idee profondamente antidemocratiche, anti-europee? Alcuni vogliono creare modelli alternativi di governance: stati “in rete”, città-libertà, modelli aziendali con CEO al posto di leader democraticamente eletti. Molti si chiedono: chi comanda davvero negli Stati Uniti? Trump usa questi miliardari o sono loro a usare lui? In entrambi i casi è molto negativo per la democrazia. È difficile capire dove risieda davvero il potere, ma in ogni caso i cittadini sono ignorati, lo Stato di diritto aggirato: ciò è molto pericoloso.

I social media si definiscono intermediari neutrali, ma possono essere amplificatori “selettivi” molto potenti.

Non sono mai stati neutrali. Ciò che è positivo per la società – salute pubblica, sicurezza, democrazia – non coincide necessariamente con ciò che genera profitto. La selezione dei contenuti è decisa dalle piattaforme, spesso per ragioni commerciali. Oggi però vediamo qualcosa di più: le agende politiche di questi CEO Usa (c’è anche la Cina, ma la maggior parte delle piattaforme che usiamo sono americane) influenzano esplicitamente gli algoritmi. In modo che i contenuti che vediamo non servano solo a fare profitti ma anche a perseguire risultati politici. Musk è un esempio: insieme all’amministrazione Trump ha sostentuo che l’UE deve essere indebolita e che i partiti nazionalisti di estrema destra debbano vincere. Abbiamo un problema serio: le piattaforme sono l’infrastruttura del nostro dibattito pubblico. Anche i media di informazione tradizionali dipendono da esse e sono vulnerabili di fronte allo strapotere delle piattaforme. E poi c’è TikTok, ormai centrale soprattutto per i giovani, ora nelle mani di una coalizione di sostenitori di Trump. Sono strumenti espliciti di influenza: in Europa non dobbiamo essere ingenui.

Dal suo punto di vista, l’IA è soprattutto un’arma nelle mani dei “coup leader” o può anche difendere le istituzioni democratiche?

Può essere entrambe. “IA” è ormai un termine generico. Ormai è anche nelle piattaforme sociali e nei motori di ricerca. Dobbiamo distinguere tra IA generativa (come OpenAI o Anthropic) e IA applicata. L’IA generativa crea dipendenza: usi il servizio, condividi dati, che vengono riutilizzati. L’IA applicata invece può restare sotto il controllo dell’utente. E poi conta l’uso: un hacker può usare l’IA per attaccare sistemi, un esperto di cybersecurity per difenderli. Non si può generalizzare: bisogna guardare a design, incentivi, dati e utilizzi, utilizzo e chi detiene il controllo.

 La regolazione europea è spesso criticata come troppo rigida. È davvero efficace nel limitare il potere delle grandi corporation tecnologiche?

Dovremmo regolare di più il potere, non solo le distorsioni di mercato. E la regolazione è spesso troppo reattiva: le multe alla fine vengono messe in conto dalle big tech come un semplice costo economico aggiuntivo, relativamente inoffensivo. Un’eccezione importante è il Digital Services Act, soprattutto per la trasparenza sugli algoritmi. Non a caso è quello più contestato dall’amministrazione Trump. In generale però la regolazione è stata troppo debole e non ha creato sufficienti alternative europee. Questo è il vero problema: la nostra dipendenza mina sovranità, sicurezza e democrazia. Dobbiamo avere più alternative europee nel cloud, nelle infrastrutture, nella cybersecurity, nell’IA o nei satelliti!

Secondo le Big la regolazione ostacola l’innovazione. Perché lei non è d’accordo, e quale innovazione dovrebbero promuovere le democrazie?

È una caricatura. Molte innovazioni nascono proprio dalla regolazione: pensiamo alla sostenibilità, alle auto elettriche, alla sanità. Paradossalmente, anche le piattaforme digitali esistono grazie a regole che limitano la loro responsabilità. Silicon Valley deve molto alla regolazione!

È concreto il rischio che l’Europa finisca per scambiare dazi più bassi con regole digitali più deboli?

Sì, è un rischio reale. Le aziende europee vogliono stabilità e meno conflitti. Ma Trump rispetta la forza, non la debolezza. La strategia europea non ha funzionato.

Lei sostiene che le criptovalute minano politica fiscale e monetaria. È realistico limitarle?

Prima si interviene, meglio è. Più cresce questa economia ombra, più è difficile controllarla. Molte persone comuni investono pensando sia una “gallina dalle uova d’oro” e perdono risparmi reali. I benefici vanno ai vertici, mentre i rischi ai cittadini. Inoltre, sono strumenti ideali per attività criminali. E, a livello sistemico, creano rischi fuori dal controllo delle politiche economiche.

Tra le soluzioni che lei propone ci sono l’adozione del principio di precauzione, che consente alle autorità Ue di adottare misure protettive quando vi è un potenziale pericolo per la salute o l’ambiente, e poi restrizioni sulle tecnologie anti-democratiche, la creazione di infrastrutture digitali pubbliche, una maggiore trasparenza/responsabilizzazione, un controllo democratico più forte. Cosa possono fare i cittadini?

La leadership politica è fondamentale. Ma la tecnologia è ancora poco centrale nel dibattito pubblico europeo. I cittadini devono pretendere che i politici abbiano una visione, perché la tecnologia incide su economia, sicurezza, sanità, democrazia. Siamo dipendenti dalle piattaforme straniere. Anche i fondi pensione europei investono massicciamente nelle Big Tech USA. Serve consapevolezza, pressione politica e anche scelte dei consumatori. Un movimento sta crescendo. Ma i politici devono guidare.

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