Dalla telemedicina all’AI: perché il digitale può consentire ai medici di curare meglio
Il coordinamento tra i professionisti non si interrompe davanti a uno schermo: anzi proprio attraverso l’innovazione può farsi più efficace
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I punti chiave
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Curare è sempre un lavoro di squadra: dietro ogni diagnosi e ogni terapia c’è il contributo di più specialisti, che va fatto combaciare come le tessere di un puzzle. È questo il coordinamento: far incastrare i pezzi perché, messi insieme, producano un risultato che nessuno raggiungerebbe da solo. È un lavoro fatto di relazioni, prima ancora che di procedure. E proprio ora, mentre in corsia entrano telemedicina, cartella clinica elettronica e intelligenza artificiale, il timore diffuso è che la tecnologia raffreddi queste relazioni. La ricerca che abbiamo condotto con quasi 600 medici specialisti italiani, pubblicata quest’anno sulla rivista scientifica internazionale Technological Forecasting & Social Change, dice il contrario: il digitale non indebolisce il coordinamento tra professionisti e, in diversi casi, lo rafforza.
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Non solo scambio di dati
Che gli esiti per i pazienti non dipendano solo dalla competenza dei singoli professionisti, ma anche dalla qualità con cui questi si coordinano, è un fatto documentato da tempo nella letteratura scientifica, che lo ha chiamato «coordinamento relazionale». L’idea è semplice: un’équipe funziona quando comunica in modo frequente, tempestivo e accurato, e comunica così quando tra i professionisti ci sono obiettivi condivisi, conoscenza reciproca e rispetto. Le due cose si tengono insieme.
È un aspetto sempre più decisivo, via via che la medicina si fa più specializzata e la cura di uno stesso paziente coinvolge molte figure diverse. Basta pensare alla presa in carico di un anziano con diabete, ipertensione e un principio di demenza: attorno a lui ruotano il medico di famiglia, il neurologo, il diabetologo, il cardiologo e l’infermiere di comunità, ciascuno con i propri tempi e il proprio linguaggio. Tenere insieme tutti questi contributi è complicato ed è proprio da qui che passa la qualità della cura: gli errori clinici più gravi, del resto, nascono spesso non dall’incapacità del singolo, ma da un coordinamento che si spezza e da informazioni che non passano tra professionisti anche molto competenti.
Che ruolo gioca il digitale
La domanda della nostra ricerca è semplice: il digitale aiuta oppure ostacola il coordinamento relazionale? Le tecnologie che abbiamo messo alla prova sono tre, e non a caso: la telemedicina e la cartella clinica elettronica, su cui il Pnrr ha investito in modo massiccio per supportare la sostenibilità del sistema, e l’intelligenza artificiale generativa, che negli ultimi anni si è affermata sempre più anche in ambito sanitario. Non abbiamo testato le tecnologie in quanto tali, ma i modi concreti in cui i medici le usano, partendo dall’ipotesi che usi diversi dello stesso strumento producano effetti diversi.
Cosa dicono i dati
Abbiamo chiesto a ogni medico di pensare a un paziente cronico seguito nelle due settimane precedenti insieme a un altro specialista e su quel caso reale abbiamo misurato il coordinamento relazionale con la scala standard usata nella ricerca internazionale, confrontando le risposte a parità di età, dimestichezza digitale e tipo di struttura in cui si lavora. Ne esce un effetto positivo chiaro per la telemedicina, un segnale favorevole per la cartella clinica elettronica (ma a condizioni precise) e nessuna ricaduta rilevabile, in un senso o nell’altro, per l’intelligenza artificiale generativa.







