Dalle idee alle nuove imprese, un percorso a ostacoli in Italia
Secondo il Rapporto Gem coordinato su base nazionale da Universitas Mercatorum l’indice di imprenditorialità è salito all’11% ma il nostro Paese resta al trentesimo posto nel ranking globale
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L’Italia rimane fra i Paesi a più bassa propensione imprenditoriale, collocandosi al trentesimo posto su 48 nel ranking globale del Gem (Global entrepreneurship monitor). A rivelarlo è il Rapporto Gem Italia 2025-2026 presentato da Universitas Mercatorum, l’Ateneo digitale fondato dal sistema italiano delle Camere di Commercio e parte del gruppo Multiversity, fra i leader italiani del settore education.
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Dallo studio emerge una tendenza di lungo periodo alla riduzione dell’avvio di nuove imprese nel Paese, anche se negli ultimi anni si nota una ripresa post-pandemica che ha visto gli indicatori di attività imprenditoriale tornare a crescere dopo che nel 2020 il numero di iscrizioni di nuove attività era calato del 20% rispetto all’anno precedente. Nel 2025 il Tea - l’indicatore che misura l’attività imprenditoriale - tocca circa l’11%, raggiungendo il valore più elevato dell’intero periodo osservato. Il Tea italiano, però, pur essendo in linea con quello di molti altri Stati europei come Germania, Francia e Svizzera, nel confronto internazionale si colloca in una fascia medio-bassa.
Le iscrizioni al registro imprese
In Italia, infatti, specialmente rispetto ai Paesi nordamericani e del nord Europa, l’entrepreneurship continua a essere poco sviluppata e la propensione alla crescita delle nuove aziende resta contenuta. Nonostante la ripresa osservata nel biennio 2024-2025 rispetto al precedente, dalle oltre 400mila nuove iscrizioni al registro delle imprese del 2010 si è passati a circa 325mila nell’ultimo biennio. Protagonista della flessione è il comparto manifatturiero, dove le nuove iscrizioni sono scese da oltre 21mila a meno di 13mila, mentre i settori ad alto contenuto di conoscenza - come l’hi-tech - sembrano versare in uno stato di salute migliore, trainati in particolare dalle attività dei servizi. Gran parte della riduzione del numero di nuove imprese è da attribuire poi al settore con la maggiore quota sul totale, il commercio, che ha visto le nuove iscrizioni passare da oltre 100mila fra il 2010 e il 2015 a circa 60mila nel 2025. Tuttavia, dal rapporto emergono alcuni segnali che lasciano ben sperare, come l’aumento dell’innovazione, la diffusione delle tecnologie digitali e l’attenzione crescente verso la sostenibilità e l’intelligenza artificiale.
Il divario tra intenzione e azione
Il rapporto Gem, oltre ad analizzare i fattori che favoriscono o ostacolano la nascita di nuove imprese, si interroga anche sulle ragioni del divario tra intenzione imprenditoriale e avvio effettivo di un’attività. Questo gap, secondo le rilevazioni, in Italia gioca un ruolo di primo piano. Anche se quasi un italiano su cinque vorrebbe avviare un’impresa, solo una parte riesce a farlo. Tra i principali ostacoli figurano sia fattori soggettivi - come, per esempio, self-efficacy, percezione delle proprie capacità, propensione al rischio - sia fattori di contesto, dalle difficoltà di accesso al credito alla limitata percezione di opportunità, passando per la complessità del quadro regolamentare. Contribuiscono in maniera rilevante anche la percezione della difficoltà di avviare un’impresa, che in Italia risulta superiore rispetto alla media dei paesi avanzati, e il timore del fallimento.
Secondo quanto si legge nel report, sono numerosi i fattori che influenzano la propensione all’imprenditorialità, che in Italia varia significativamente innanzitutto sulla base dell’età, con valori più contenuti tra i giovani rispetto ad altri paesi e una crescente importanza delle fasce adulte. Se, per esempio, Paesi come l’Ecuador e il Canada registrano tassi di Tea giovanile superiori al 30%, l’Italia è appena sopra il 10 per cento. Inoltre, secondo quanto emerge dal rapporto Gem, la percentuale di individui che si definiscono imprenditori è più modesta nella fascia 18-34 anni - si aggira intorno al 30% - mentre cresce significativamente nelle fasce successive, con il valore più alto che si registra nella fascia 45-54 anni.

