Mind the Economy/Justice 159

David Lewis e il mondo tacito delle convenzioni

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Il colore verde non ha, in sé, alcuna vocazione naturale a significare “passa”. Il rosso non contiene una proprietà metafisica che lo renda adatto a dire “fermati”. Avremmo potuto fare diversamente. In un altro mondo possibile il rosso posizionato su un semaforo avrebbe potuto autorizzare il passaggio e il verde avrebbe potuto imporre l’arresto. E tuttavia, una volta che una comunità si è stabilizzata attorno a una corrispondenza, nessuno può più cambiarla da solo. Se io decidessi, per originalità filosofica, che da oggi il rosso significa “vai”, non avrei inventato una nuova libertà. Semplicemente causerei un incidente. In questa differenza tra arbitrarietà del segno e necessità sociale della coordinazione si situa l’essenza del pensiero di David Lewis. Le convenzioni sono così. Potrebbero essere diverse, ma non possono essere diverse solo per i singoli. Non sono vere perché naturali, né obbligatorie perché eterne. Sono vincolanti perché rendono possibile l’intesa pratica tra quelle persone che devono agire di concerto a causa della loro interdipendenza. Per questo quando entriamo in una stanza e abbassiamo la voce se gli altri parlano piano. Ci mettiamo in fila senza che esista una legge vincolante in materia. Attraversiamo una strada interpretando gesti, luci, traiettorie, di chi è nel traffico come noi. Salutiamo in un certo modo, capiamo quando una riunione sta per cominciare, quando una conversazione è finita, quando un silenzio è imbarazzato e quando invece è rispettoso. Molto prima che una norma intervenga, molto prima che una sanzione sia minacciata, molto prima che qualcuno dica esplicitamente “si deve fare così”, la vita sociale è già attraversata da regolarità che ci permettono di prevede reciprocamente il nostro comportamento. Non sono semplici abitudini, perché un’abitudine può essere solitaria. Posso bere caffè ogni mattina, fare una passeggiata sempre alla stessa ora o leggere prima di dormire. Una convenzione, invece, è un’altra cosa. Esiste solo nello spazio dell’interdipendenza. Non riguarda soltanto ciò che faccio io, ma ciò che faccio perché mi aspetto che gli altri facciano qualcosa, e perché anche loro si aspettano che io mi comporti in modo corrispondente.

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Il filosofo David Lewis è stato il pioniere assoluto nello studio delle convenzioni. Nel suo fondamentale Convention. A Philosophical Study (Harvard University Press 1969), ha provato, per primo, a chiarire che cosa sia una convenzione senza ridurla né a un accordo esplicito, né a una norma morale, né a una regola imposta dall’alto. “Il linguaggio – afferma il filosofo - è solo una delle tante attività regolate da convenzioni che non abbiamo creato di comune accordo e che non siamo in grado di descrivere” (p. 3). Il linguaggio è governato da convenzioni, ma il linguaggio non è che un caso particolare. Lo sono anche molte forme della vita economica, politica e istituzionale. La questione vera è capire come possano vincolarci regolarità che nessuno ha formalmente istituito e a cui nessuno ha formalmente attribuito il potere di farlo.

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La fragile forza del precedente

Vi sono situazioni in cui ciascuno ha interesse ad agire in modo compatibile con gli altri, ma esistono più modi possibili di raggiungere tale compatibilità. Se tutti guidano a destra, è bene guidare a destra. Se tutti guidano a sinistra, è bene guidare a sinistra. Il punto non è che una delle due soluzioni sia moralmente superiore all’altra. Il punto è che ciascuna diventa razionale se anche gli altri la adottano. Se ci fosse una sola condotta sensata, non avremmo bisogno di una convenzione. Avremmo semplicemente una soluzione obbligata. Lewis coglie qui una dimensione profonda della vita comune. Molte istituzioni umane non si fondano sull’evidenza intrinseca di ciò che prescrivono, ma sulla stabilità delle aspettative che rendono possibile. Il lato della strada su cui guidiamo, il valore attribuito alla moneta, il significato delle parole, le forme del saluto, i protocolli della cortesia, etc., tutto potrebbe essere diverso. Ma non può esserlo per iniziativa privata. Una convenzione è arbitraria nel contenuto, ma non nella funzione. Serve a rendere prevedibile l’azione reciproca.

Nella sua prima formulazione, Lewis definisce la convenzione come “una regolarità R nel comportamento degli individui di una popolazione P” in una situazione ricorrente, quando ciascuno vi si conforma, ciascuno si aspetta che gli altri vi si conformino e ciascuno preferisce conformarsi a condizione che anche gli altri lo facciano (p. 42). La definizione può sembrare tecnica, ma illumina un punto essenziale. Una convenzione non è semplicemente ciò che accade spesso. È ciò che accade spesso perché ciascuno lo prende come base per anticipare il comportamento degli altri. Per questo Lewis insiste tanto sul ruolo del precedente. Se in passato una certa soluzione ha funzionato, essa diventa saliente. “Il precedente è semplicemente la fonte di un tipo importante di rilevanza” (p. 36) - continua. Il precedente rende una soluzione più visibile delle altre, non perché sia necessariamente migliore, ma perché offre un punto di appoggio alle aspettative reciproche. Abbiamo fatto così ieri. Probabilmente faremo così anche oggi. E proprio perché ciascuno pensa che anche gli altri pensino questo, la regolarità tende a riprodursi. Lewis descrive questo processo come un sistema metastabile di preferenze, aspettative e azioni. La sua formula è quasi cantilenante: “siamo qui perché siamo qui perché siamo qui perché siamo qui” (p. 42). Ci conformiamo perché ci aspettiamo conformità. La conformità osservata rafforza l’aspettativa. L’aspettativa rafforzata sostiene nuova conformità. In questo senso la convenzione non ha bisogno di un momento fondativo solenne. Può nascere da un accordo, ma non coincide con l’accordo. Può essere rafforzata dalla legge, ma non coincide con la legge. Può assumere valore normativo, ma non coincide interamente con una norma morale.

Qui Lewis si allontana tanto dall’immagine hobbesiana dell’ordine come prodotto della paura quanto dall’immagine contrattualistica dell’ordine come esito di un patto originario. Naturalmente patti, leggi e sanzioni contano. Ma una società che dovesse ricorrere a essi per ogni forma minima di coordinamento sarebbe invivibile. Nessuno Stato potrebbe prescrivere in dettaglio tutto ciò che rende possibile una convivenza ordinata. Nessun contratto potrebbe anticipare tutte le circostanze dell’interazione. Nessuna sorveglianza potrebbe sostituire la competenza tacita con cui gli individui leggono le situazioni e si regolano reciprocamente.

Prima della fiducia

Dopo Roemer e Hollis, il cui pensiero abbiamo analizzato nei Mind the Economy delle settimane passate, David Lewis ci consente di fare un passo ulteriore. Roemer, con la sua idea di ottimizzazione kantiana ci descrive un agente capace di domandarsi non solo quale scelta massimizzi il proprio vantaggio, ma quale comportamento sarebbe giustificabile se tutti lo adottassero. Hollis ha mostrato che una ragione puramente prudenziale fatica a spiegare promesse, fiducia e azione comune. Lewis interviene a un livello ancora più elementare. Prima della fiducia piena, prima della promessa, prima della deliberazione in prima persona plurale, c’è il problema della coordinazione. Questo punto è importante perché impedisce una lettura troppo moralizzata della vita sociale. Non ogni ordine nasce dalla virtù, così come non sempre la cooperazione nasce dalla benevolenza. Allo stesso modo non ogni regola condivisa nasce da una decisione collettiva consapevole. Molto spesso viviamo dentro strutture che funzionano perché rendono reciprocamente leggibili i nostri comportamenti. La convenzione è, in questo senso, una grammatica dell’azione sociale. Non ci dice necessariamente che cosa sia giusto in senso ultimo. Ci dice che cosa ci si può ragionevolmente aspettare in una certa situazione. La definizione più raffinata di Lewis aggiunge un elemento decisivo: tutto questo deve essere “conoscenza comune”. Non basta che molti facciano la stessa cosa. Occorre che ciascuno sappia, e sappia che gli altri sanno, che quella regolarità è seguita e attesa. Lewis scrive che, perché una regolarità sia convenzione, deve essere “common knowledge in P” che le condizioni della convenzione siano soddisfatte (pp. 58-59). Io non devo soltanto aspettarmi che tu faccia una certa cosa. Devo anche aspettarmi che tu ti aspetti qualcosa da me. E tu devi aspettarti che io mi aspetti che tu ti aspetti qualcosa da me. La formula può sembrare astratta, ma descrive, invece, una struttura ordinaria dell’esperienza. Quando entro in un’aula e vedo che tutti sono seduti in silenzio, non registro soltanto un fatto. Comprendo una situazione. So che gli altri sanno che una lezione sta per cominciare. È questo intreccio di aspettative che trasforma una regolarità in una convenzione. E proprio per questo, osserva Lewis, “non esiste una convenzione che sia l’unica possibile” (p. 70). Una convenzione è tale proprio perché un’altra regolarità avrebbe potuto svolgere la stessa funzione, se le aspettative collettive si fossero stabilizzate diversamente.

Il confine tra coordinare ed escludere

Questa apparente modestia analitica ha conseguenze politiche profonde. Una società non è fatta soltanto di valori dichiarati. È fatta di aspettative pratiche. Non basta scrivere che tutti sono uguali davanti alla legge se poi l’esperienza comune suggerisce che alcuni possono aggirarla senza conseguenze. Non basta proclamare il merito se le convenzioni informali dell’accesso, delle conoscenze, dei codici sociali, del linguaggio e dell’autopresentazione selezionano prima ancora che la competizione cominci. Non basta invocare la responsabilità se le pratiche quotidiane insegnano che chi rispetta le regole è ingenuo e chi le forza è intelligente. Qui la riflessione di Lewis incontra il tema della giustizia. Le convenzioni non sono neutre solo perché sono tacite. Possono coordinare, ma possono anche escludere. Possono ridurre l’incertezza, ma possono anche cristallizzare gerarchie. Possono rendere fluida la vita comune, ma possono anche rendere invisibili le disuguaglianze che la attraversano. Una convenzione linguistica, professionale, burocratica o culturale può funzionare perfettamente per chi la conosce e risultare opaca per chi ne è fuori. Chi appartiene alla comunità competente sa “come ci si muove”. Chi non vi appartiene resta esposto all’imbarazzo, all’errore, alla dipendenza da intermediari, alla sensazione di non avere titolo per partecipare.

Pensiamo alla scuola. Una parte importante del successo scolastico non dipende dall’intelligenza o dall’impegno, ma dalla familiarità con una serie di convenzioni. Come ci si rapporta ad un insegnante, come si formula una domanda, come si interpreta una consegna, come si organizza il tempo, come si espone un dubbio senza vergogna, come si immagina il proprio futuro dentro una traiettoria formativa. Per alcuni studenti queste convenzioni sono quasi naturali, perché respirate in famiglia e nell’ambiente sociale. Per altri sono una lingua straniera. La scuola giusta non è quella che finge che tali differenze non esistano. È quella che le rende esplicite, le insegna, le democratizza.

Lo stesso vale per il lavoro. Ogni organizzazione vive di convenzioni. Sono modi di parlare, tempi di risposta, soglie di informalità, codici di affidabilità e rituali di appartenenza. Chi li padroneggia ha una marcia in più. Chi non li padroneggia rischia di apparire inadeguato anche quando possiede capacità sostanziali. In questo senso le convenzioni sono dispositivi di coordinamento, ma anche meccanismi di selezione. Non producono soltanto ordine. Producono riconoscibilità. E la riconoscibilità è una forma potente di capitale sociale.

La questione diventa allora più esigente. Una teoria della giustizia non può limitarsi a distribuire risorse o opportunità formali. Deve interrogare le convenzioni attraverso cui una società definisce chi appare credibile, chi appare competente, chi appare meritevole, chi appare fuori posto. Molte esclusioni non avvengono mediante divieti espliciti. Avvengono attraverso codici taciti che alcuni imparano presto e altri troppo tardi o mai. La disuguaglianza, prima ancora di essere distanza nei risultati, è spesso distanza nella padronanza delle convenzioni.

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È per questo che la nozione lewisiana di convenzione può arricchire la riflessione avviata con Roemer. L’eguaglianza delle opportunità non riguarda soltanto la compensazione delle circostanze iniziali. Riguarda anche la possibilità di accedere alle grammatiche sociali che rendono effettive quelle opportunità. Se una procedura è pubblica, ma il suo linguaggio è comprensibile solo a chi possiede le risorse culturali adeguate, la pubblicità è incompleta. Se un diritto esiste, ma il modo di rivendicarlo è socialmente costoso, quel diritto resta fragile.

Quando le convenzioni si spezzano

Le convenzioni sono robuste e fragili allo stesso tempo. Robuste, perché una volta stabilizzate tendono ad autoriprodursi. Fragili, perché dipendono da aspettative condivise. Quando cominciamo a dubitare che gli altri continueranno a conformarsi, la convenzione perde forza. E quando la perdita di forza diventa a sua volta visibile, il processo può accelerare. Questo vale per le piccole convenzioni quotidiane, ma anche per quelle che sostengono la vita pubblica. Pagare le tasse, rispettare una fila, non abusare di una posizione, non trasformare ogni procedura in un’occasione di vantaggio privato, accettare il risultato di una votazione, riconoscere la legittimità dell’avversario, non confondere il dissenso con l’inimicizia. Sono tutte queste che pratiche hanno una dimensione normativa, ma anche convenzionale. Funzionano finché molti si aspettano che molti altri continueranno a rispettarle. Quando invece si diffonde la convinzione che “tanto fanno tutti così”, la regolarità alternativa comincia a diventare saliente. La devianza non appare più come eccezione, ma come nuova normalità. In questo senso la corruzione non è soltanto una somma di atti illeciti. È la distruzione di una conoscenza comune. Non produce soltanto un danno economico. Produce un mutamento nelle aspettative: chi prima presumeva affidabilità comincia a presumere opportunismo; chi prima rispettava la procedura comincia a sentirsi sciocco; chi prima pensava che la regola valesse per tutti comincia a cercare protezione, scorciatoie, appartenenze. La corruzione, come ogni erosione istituzionale profonda, non cambia solo gli incentivi. Cambia il mondo interpretativo dentro cui gli incentivi vengono letti. Lo stesso accade quando il linguaggio pubblico perde ogni legame con la verità. Anche la verità ha una dimensione convenzionale, non nel senso che sia inventata arbitrariamente, ma nel senso che la comunicazione pubblica presuppone regole condivise.

La giustizia come manutenzione del mondo comune

Lewis non offre una teoria morale della giustizia. Il suo intento è analitico. Vuole capire che cosa sia una convenzione, come si distingua da un accordo, da una norma, da una regola, da una semplice regolarità. Ma proprio per questo il suo contributo è prezioso. Ci ricorda che la giustizia non vive soltanto nei principi, nelle costituzioni, nei diritti e nelle politiche redistributive. Vive anche nelle aspettative minute che rendono abitabile un ordine sociale. Vive nelle pratiche attraverso cui una persona capisce se può fidarsi di una procedura, se può parlare senza essere umiliata, se può entrare in uno spazio senza sentirsi abusiva, se può reclamare un diritto senza apparire importuna. Alcuni si muovono nel mondo sociale come in casa propria. Altri devono continuamente decifrarlo. Alcuni possono permettersi spontaneità. Altri devono sorvegliare ogni gesto. Alcuni violano una convenzione e vengono considerati originali. Altri la violano e vengono giudicati inadatti. Anche questa è disuguaglianza: non la più visibile, ma una delle più pervasive. Il compito delle istituzioni, allora, non è soltanto quello di imporre regole giuste. È anche quello di curare le convenzioni che rendono quelle regole praticabili. Rendere espliciti i codici nascosti. Abbassare il costo dell’ingresso nei luoghi della cittadinanza. Impedire che le convenzioni professionali diventino caste. Evitare che il linguaggio pubblico si trasformi in una barriera. Fare in modo che le procedure siano non solo formalmente corrette, ma socialmente intelligibili. La giustizia richiede principi, certo. Ma richiede anche manutenzione del mondo comune.

Forse è questa la lezione più attuale di David Lewis. Noi non viviamo soltanto sotto leggi. Viviamo dentro una nuvola di aspettative. Riusciamo ad agire di concerto nello spazio comune perché ereditiamo regolarità che ci permettono di anticiparci, interpretarci, riconoscerci. Ma ciò che ereditiamo può essere corretto o ingiusto così come inclusivo o escludente. Allora una società democratica deve impedire alle convenzioni di irrigidirsi e trasformarsi in destino. Deve saper distinguere tra le regolarità che coordinano e quelle che subordinano. Perché la democrazia comincia davvero quando anche le sue regole non scritte smettono di parlare soltanto la lingua di chi le ha sempre comprese.

(*) Professor of Economics, Department of Economics and Business, University of Cagliari

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