David Lewis e il mondo tacito delle convenzioni
10' di lettura
10' di lettura
Il colore verde non ha, in sé, alcuna vocazione naturale a significare “passa”. Il rosso non contiene una proprietà metafisica che lo renda adatto a dire “fermati”. Avremmo potuto fare diversamente. In un altro mondo possibile il rosso posizionato su un semaforo avrebbe potuto autorizzare il passaggio e il verde avrebbe potuto imporre l’arresto. E tuttavia, una volta che una comunità si è stabilizzata attorno a una corrispondenza, nessuno può più cambiarla da solo. Se io decidessi, per originalità filosofica, che da oggi il rosso significa “vai”, non avrei inventato una nuova libertà. Semplicemente causerei un incidente. In questa differenza tra arbitrarietà del segno e necessità sociale della coordinazione si situa l’essenza del pensiero di David Lewis. Le convenzioni sono così. Potrebbero essere diverse, ma non possono essere diverse solo per i singoli. Non sono vere perché naturali, né obbligatorie perché eterne. Sono vincolanti perché rendono possibile l’intesa pratica tra quelle persone che devono agire di concerto a causa della loro interdipendenza. Per questo quando entriamo in una stanza e abbassiamo la voce se gli altri parlano piano. Ci mettiamo in fila senza che esista una legge vincolante in materia. Attraversiamo una strada interpretando gesti, luci, traiettorie, di chi è nel traffico come noi. Salutiamo in un certo modo, capiamo quando una riunione sta per cominciare, quando una conversazione è finita, quando un silenzio è imbarazzato e quando invece è rispettoso. Molto prima che una norma intervenga, molto prima che una sanzione sia minacciata, molto prima che qualcuno dica esplicitamente “si deve fare così”, la vita sociale è già attraversata da regolarità che ci permettono di prevede reciprocamente il nostro comportamento. Non sono semplici abitudini, perché un’abitudine può essere solitaria. Posso bere caffè ogni mattina, fare una passeggiata sempre alla stessa ora o leggere prima di dormire. Una convenzione, invece, è un’altra cosa. Esiste solo nello spazio dell’interdipendenza. Non riguarda soltanto ciò che faccio io, ma ciò che faccio perché mi aspetto che gli altri facciano qualcosa, e perché anche loro si aspettano che io mi comporti in modo corrispondente.
Chiedilo al Sole
Il filosofo David Lewis è stato il pioniere assoluto nello studio delle convenzioni. Nel suo fondamentale Convention. A Philosophical Study (Harvard University Press 1969), ha provato, per primo, a chiarire che cosa sia una convenzione senza ridurla né a un accordo esplicito, né a una norma morale, né a una regola imposta dall’alto. “Il linguaggio – afferma il filosofo - è solo una delle tante attività regolate da convenzioni che non abbiamo creato di comune accordo e che non siamo in grado di descrivere” (p. 3). Il linguaggio è governato da convenzioni, ma il linguaggio non è che un caso particolare. Lo sono anche molte forme della vita economica, politica e istituzionale. La questione vera è capire come possano vincolarci regolarità che nessuno ha formalmente istituito e a cui nessuno ha formalmente attribuito il potere di farlo.
La fragile forza del precedente
Vi sono situazioni in cui ciascuno ha interesse ad agire in modo compatibile con gli altri, ma esistono più modi possibili di raggiungere tale compatibilità. Se tutti guidano a destra, è bene guidare a destra. Se tutti guidano a sinistra, è bene guidare a sinistra. Il punto non è che una delle due soluzioni sia moralmente superiore all’altra. Il punto è che ciascuna diventa razionale se anche gli altri la adottano. Se ci fosse una sola condotta sensata, non avremmo bisogno di una convenzione. Avremmo semplicemente una soluzione obbligata. Lewis coglie qui una dimensione profonda della vita comune. Molte istituzioni umane non si fondano sull’evidenza intrinseca di ciò che prescrivono, ma sulla stabilità delle aspettative che rendono possibile. Il lato della strada su cui guidiamo, il valore attribuito alla moneta, il significato delle parole, le forme del saluto, i protocolli della cortesia, etc., tutto potrebbe essere diverso. Ma non può esserlo per iniziativa privata. Una convenzione è arbitraria nel contenuto, ma non nella funzione. Serve a rendere prevedibile l’azione reciproca.
Nella sua prima formulazione, Lewis definisce la convenzione come “una regolarità R nel comportamento degli individui di una popolazione P” in una situazione ricorrente, quando ciascuno vi si conforma, ciascuno si aspetta che gli altri vi si conformino e ciascuno preferisce conformarsi a condizione che anche gli altri lo facciano (p. 42). La definizione può sembrare tecnica, ma illumina un punto essenziale. Una convenzione non è semplicemente ciò che accade spesso. È ciò che accade spesso perché ciascuno lo prende come base per anticipare il comportamento degli altri. Per questo Lewis insiste tanto sul ruolo del precedente. Se in passato una certa soluzione ha funzionato, essa diventa saliente. “Il precedente è semplicemente la fonte di un tipo importante di rilevanza” (p. 36) - continua. Il precedente rende una soluzione più visibile delle altre, non perché sia necessariamente migliore, ma perché offre un punto di appoggio alle aspettative reciproche. Abbiamo fatto così ieri. Probabilmente faremo così anche oggi. E proprio perché ciascuno pensa che anche gli altri pensino questo, la regolarità tende a riprodursi. Lewis descrive questo processo come un sistema metastabile di preferenze, aspettative e azioni. La sua formula è quasi cantilenante: “siamo qui perché siamo qui perché siamo qui perché siamo qui” (p. 42). Ci conformiamo perché ci aspettiamo conformità. La conformità osservata rafforza l’aspettativa. L’aspettativa rafforzata sostiene nuova conformità. In questo senso la convenzione non ha bisogno di un momento fondativo solenne. Può nascere da un accordo, ma non coincide con l’accordo. Può essere rafforzata dalla legge, ma non coincide con la legge. Può assumere valore normativo, ma non coincide interamente con una norma morale.
Qui Lewis si allontana tanto dall’immagine hobbesiana dell’ordine come prodotto della paura quanto dall’immagine contrattualistica dell’ordine come esito di un patto originario. Naturalmente patti, leggi e sanzioni contano. Ma una società che dovesse ricorrere a essi per ogni forma minima di coordinamento sarebbe invivibile. Nessuno Stato potrebbe prescrivere in dettaglio tutto ciò che rende possibile una convivenza ordinata. Nessun contratto potrebbe anticipare tutte le circostanze dell’interazione. Nessuna sorveglianza potrebbe sostituire la competenza tacita con cui gli individui leggono le situazioni e si regolano reciprocamente.








