Culle vuote

Denatalità, il 62% degli italiani rinuncia ai figli per difficoltà economiche e sociali

Per oltre 2,8 milioni la scelta deriva da preoccupazioni di sostenibilità familiare mentre quasi una donna su due teme l’impatto sulla carriera: il dossier della Fondazione per la natalità che chiede interventi adeguati

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Oltre 6 italiani su 10 in età feconda dichiarano di aver rinunciato ad avere altri figli a causa degli ostacoli economici e sociali mentre per appena il 5,5% la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita. È il dato principale che emerge dal “Dossier natalità 2026: volere o potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat e presentato a Roma con il patrocinio dell’Inps. Il messaggio è che il crollo delle nascite, arrivato al nuovo minimo storico nel 2025 con 355mila bambini e un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, non derivi da un cambiamento culturale o dalla mancanza di desiderio di avere famiglie numerose quanto da fattori strutturali e cioè da ostacoli economici, lavorativi e sociali. Secondo il report oltre 2,8 milioni di italiani mettono al primo posto tra le cause della rinuncia ad avere figli le difficoltà economiche e lavorative. Mentre se le intenzioni di fecondità dichiarate dalle donne italiane si fossero concretizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti alla luce l’anno passato.

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Le donne sono le più penalizzate da condizioni esterne sfavorevoli: quasi una su due (il 49,9%) teme conseguenze negative per la carriera dalla maternità, contro il 24% degli uomini. Ma a pesare sono anche i ruoli di cura, per lo più declinati al femminile: sono oltre 3 mln le donne inattive per motivi familiari (151mila gli uomini), a cui si sommano le 763mila persone che rinunciano ai figli anche per la necessità di assistere genitori anziani. È la cosiddetta “generazione sandwich”, schiacciata tra le richieste di accudimento delle generazioni precedenti e quelle più giovani.

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Il welfare scricchiola

Cause, scelte e conseguenze che non possono essere considerate come “private” ma come una vera e propria minaccia per la sostenibilità del welfare così come è impostato oggi: il fenomeno “culle vuote” in un Paese che è tra i più longevi al mondo con un’aspettativa di vita alla nascita di 83,4 anni - a fronte degli 81,5 anni della Ue e dei 78,4 anni degli Usa (dato Ocse riferito al 2022) - contribuisce a un saldo naturale negativo di quasi 300mila persone nel 2025, la differenza tra i 652mila decessi e, appunto, i 355mila nati in quell’anno. La pressione su sanità e sistema pensionistico dove sempre meno giovani sono chiamati a sostenere una piramide rovesciata con prevalenza di anziani, già oggi è diventata fortissima. A fare il punto, annunciando una ripresa ben che vada fisiologicamente “lenta”, è il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli: «La denatalità è il problema più centrale che abbiamo in Italia, nato negli anni Settanta quando cominciano a diminuire i tassi di fecondità cioè il numero medio di figli per donna. Oggi siamo a 1,18 mentre il tasso di sostituzione che permetterebbe alla popolazione di rimanere stabile è quasi il doppio, pari a 2,1», spiega. «Questo va a comprimere le nascite mentre abbiamo una popolazione e una forza lavoro che invecchia, con molte persone che escono dalla classe 15-64 anni per entrare tra gli over 65. Che continueranno a crescere nei prossimi anni a scapito della popolazione attiva. I motivi per cui non si fanno figli - ha riassunto Chelli - in generale, sono difficoltà economica per gli uomini, precarietà lavorativa per le donne e assistenza agli anziani per la ’generazione sandwich’».

Quanto “valgono” i nonni nell’economia italiana?

La Francia è lontana

Nel 2050 il rapporto tra la popolazione over 65 e quella under 14 sarà di 300 a 100. «Quello della denatalità - ha avvisato ancora il presidente Istat - è un problema della società occidentale: in Corea del Sud siamo sotto un figlio per donna. Alcuni Paesi si sono mossi in maniera più sistematica come la Francia che oggi è a circa 1,6 figli per donna ma presenta un declino rapido. Il nostro recupero dalla trappola demografica, anche nelle migliori condizioni, sarà lento - ha spiegato -. Come Istat monitoriamo continuamente il fenomeno e abbiamo fatto un esercizio: moltiplicando il numero di figli per donna che nascono in Francia con il numero medio di donne in età fertile in Italia, ne deriva un numero certamente superiore agli attuali 355mila nati ma molto inferiore al dato di Oltralpe, perché il contingente di donne in età fertile da noi si è ristretto negli anni. Invertire la rotta tornando in equilibrio comporterebbe molto tempo».

Serve un’alleanza trasversale

«La natalità non è una questione privata - avvisa Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità - ma la condizione da cui dipendono il futuro del welfare, dell’economia e della coesione del Paese». Per De Paolo il Paese sta giocando una vera e propria “scommessa di libertà”: «Per anni ci siamo raccontati che gli italiani non fanno figli perché non li vogliono ma i dati dimostrano esattamente il contrario. Il vero problema è che milioni di persone non riescono a realizzare il proprio progetto di vita. Oggi il tema non è convincere qualcuno ad avere figli ma restituire alle persone la libertà di poterli fare. Finché mettere al mondo un figlio continuerà a essere percepito come un rischio economico, lavorativo e sociale, continueremo ad assistere a un declino che riguarda tutti», è l’avviso.
Da qui l’appello affinché la natalità diventi una priorità strutturale dell’agenda politica del Paese, con interventi di sostegno al lavoro femminile, di conciliazione tra famiglia e occupazione, di fiscalità più equa e sostegno alla stabilità delle condizioni giovanili. «Una sfida di questa portata non può essere affrontata da una sola parte - continua De Paolo annunciando i temi della sesta edizione degli Stati generali della Natalità del 25-26 novembre a Roma -. È necessaria un’alleanza coinvolga Governo e opposizione, imprese e sindacati, mondo della cultura, del Terzo settore e dell’associazionismo, per costruire insieme le condizioni che consentano alle nuove generazioni di scegliere liberamente di avere dei figli». Conciliazione a Roma.

Un Paese in cammino

Temi che hanno rappresentato una bandiera delle politiche di Legislatura e che si sono tradotti in una serie di interventi concreti, come ricorda la direttrice generale Inps Valeria Vittimberga richiamando la fotografia scattata dal XXV Rapporto Annuale dell’Istituto, che - rispetto a un «ritardo strutturale accumulato in molti decenni», sottolinea - racconta «una traiettoria di recupero già in atto», che «considera la famiglia non come destinataria di interventi episodici, ma come il centro di una politica integrata». Per la Dg, «il compito dello Stato è fare in modo che la nascita di un bambino non comporti una caduta insostenibile del reddito e, soprattutto, che la maternità non determini per una donna l’uscita dal lavoro, la rinuncia alla carriera o una condizione permanente di svantaggio. È precisamente questa la direzione intrapresa negli ultimi anni - rimarca -. Non dobbiamo sostenere che il problema sia già risolto. Dobbiamo però dire con chiarezza che l’Italia non è ferma e che non partiamo dall’anno zero».
Vittimberga mette in fila le misure, dalla culla all’ultima fase della vita: assegno unico, bonus mamme, decontribuzione, congedi parentali rafforzati, congedo di paternità, bonus nido, bonus nuovi nati, nuovo Isee, tutele per i figli con disabilità, riforma dell’accertamento, riconoscimento dei caregiver, interventi per la domiciliarità degli anziani e semplificazione amministrativa. «Non sono provvedimenti isolati - è la premessa -. Compongono una politica integrata che agisce sul reddito, sul lavoro, sui servizi, sul tempo di cura e sulle relazioni tra le generazioni. Certamente bisogna continuare. Dobbiamo ampliare i servizi educativi, rafforzare l’occupazione femminile, promuovere una maggiore condivisione delle responsabilità familiari e garantire stabilità alle misure».

Dall’assegno unico quasi 20 mld nel 2025

Il primo pilastro è l’Assegno unico e universale, la più importante misura strutturale di sostegno alle famiglie con figli. A ricordare le cifre, di nuovo Vittimberga: «Nel 2025 sono stati erogati circa 19,8 miliardi di euro. Nei primi cinque mesi del 2026 sono stati corrisposti altri 8,3 miliardi, raggiungendo circa 6,1 milioni di nuclei familiari e 9,6 milioni di figli. L’Assegno unico non è un contributo occasionale legato soltanto al momento della nascita. Accompagna la crescita del figlio fino alla maggiore età e, in determinate condizioni, fino ai ventuno anni. Per la generazione dei nuovi nati del 2025, il tasso di accesso alla misura si è avvicinato al 95%. È un risultato - è l’avviso - che dimostra quanto sia importante non soltanto riconoscere un diritto, ma renderlo conosciuto e concretamente accessibile».

Nel complesso, «non partiamo dall’anno zero», avvisa infine la Dg Inps: «Non siamo davanti a uno Stato assente: è stato costruito un sistema che considera la famiglia una priorità nazionale e riconosce la maternità, la paternità e il lavoro di cura non come fatti esclusivamente privati, ma come valori sociali da sostenere. Dobbiamo guardare i dati senza nasconderli, ma anche senza trasformare la nascita di un figlio in una diagnosi di povertà. La natalità non è una fonte di povertà».

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