Lo scenario

Denatalità, senza interventi Pil in calo di oltre il 18% nel 2050

L’indagine “Evoluzione demografica e servizi bancari” promossa dall’Abi: meno popolazione in età da lavoro significa minore crescita

di Andrea Carli

Il calo delle nascite, l’invecchiamento e la trasformazione della struttura della popolazione delineano sfide economiche, sociali e culturali rilevanti, con impatti profondi anche sul mercato del lavoro IMAGOECONOMICA

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Una collaborazione più accentuata tra pubblico e privato per affrontare una delle sfide più difficili per l’economia italiana: l’invecchiamento della popolazione. È il messaggio che viene fuori dall’indagine “Evoluzione demografica e servizi bancari” promossa dall’Abi. Quando la popolazione attiva diminuisce e non intervengono correttivi, l’economia cresce più lentamente perché si riduce il numero di persone che lavorano, producono reddito, consumano e investono.

Una minore popolazione in età lavorativa implica una riduzione del potenziale di crescita, già visibile nel medio periodo e più marcata nel lungo periodo. Le stime - sottolinea l’associazione bancaria - indicano, in assenza di interventi, livelli di Pil che potrebbero essere inferiori di oltre il 18% nel 2050 e oltre il 30% nel 2080. Insomma se non si interviene per arginare l’inverno demografico il motore dell’economia del paese, che già ora per certi aspetti gira a ritmi ridotti, rischia di fermarsi.

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Secondo l’associazione maggiori sinergie tra pubblico e privato, anche nel credito, possono arginare e contenere gli effetti negativi della denatalità sulla crescita. Il tutto concentrando gli interventi su quattro leve fondamentali: giovani, donne, occupati laureati e saldi migratori.

Il fardello sulle spalle dei giovani

Se oggi 100 persone in età lavorativa sostengono 49 persone tra giovani e anziani, nel 2050 dovrebbero sostenerne quasi 72, nel 2080 circa 75. L’incidenza degli anziani sulla popolazione in età da lavoro passerebbe dal 30,5% al 52,8% nel 2050, al 54,7% nel 2080.

Meno 13 milioni di persone entro il 2080

Secondo le previsioni Istat richiamate dall’indagine, la popolazione italiana potrebbe diminuire di oltre 13 milioni di persone entro il 2080, scendendo dagli attuali 59 milioni a circa 45,8 milioni. Contestualmente, la quota di popolazione con più di 67 anni salirebbe fino al 31%. La popolazione in età lavorativa si ridurrebbe di oltre 13 milioni di unità, scendendo dall’attuale 67,3% del totale, al 58,2% nel 2050 e al 57,3% nel 2080, con dinamiche più accentuate nel Mezzogiorno.

L’impatto sul welfare

Non solo. L’invecchiamento della popolazione eserciterebbe pressioni sul sistema di welfare. Gli indici di dipendenza peggiorerebbero in modo significativo: se infatti oggi 100 persone in età lavorativa sostengono 48,6 persone tra giovani e anziani, nel 2080 dovrebbero sostenerne 74,4. L’incidenza degli anziani sulla popolazione in età da lavoro passerebbe dal 30,5% al 54,7%.

Il rischio di pensioni non adeguate

Queste evoluzioni, spiega l’indagine Abi, avranno implicazioni anche sul sistema pensionistico. Nel 2024 la spesa pensionistica ha raggiunto i 337 miliardi di euro (15,4% del Pil). Secondo le proiezioni della Ragioneria dello Stato, questa spesa salirebbe a un picco poco superiore al 17% nel 2040, per poi ridursi verso il 14% negli anni Settanta. Pur restando solido il profilo di sostenibilità, aumenterebbero i rischi di pensioni non adeguate: per la Ragioneria Generale dello Stato, il tasso di sostituzione netto scenderebbe dall’82% attuale al 64% nel 2070, con una riduzione di oltre il 20% dell’assegno. Per carriere discontinue o frammentate crescerebbe il rischio di pensioni non adeguate.

L’Abi: occorre agire su più fattori

Di qui la conclusione del report Abi: per mitigare gli effetti negativi della attesa dinamica demografica, risulta fondamentale agire su più fattori, favorendo e rafforzando percorsi di inclusione delle fasce più vulnerabili della popolazione e sviluppando ulteriori collaborazioni e proposte congiunte pubblico-privato, anche nei settori del credito, della previdenza complementare, delle assicurazioni, dell’educazione finanziaria e per le pari opportunità.

«Di fronte al cambiamento strutturale in atto -sottolinea Marco Elio Rottigni, direttore generale Abi, intervenendo su scenario e prospettive - il mondo bancario è pronto a collaborare con le istituzioni alla definizione di nuove misure per promuovere sviluppo e sostenibilità del Paese». Interventi mirati su alcuni fattori chiave, ha aggiunto, «possono ridurre in misura significativa l’impatto negativo della dinamica demografica sulla crescita economica. In tale contesto, la funzione delle banche si estende al più ampio affiancamento a famiglie e imprese, per interpretare in modo evoluto e strategico esigenze sempre più eterogenee, finanziarie ma anche sociali e culturali». «La transizione demografica - afferma Gianni Franco Papa, presidente del Comitato tecnico strategico Abi, amministratore delegato di Bper - è un tema da gestire in modo strategico e secondo una logica di sistema. Il calo delle nascite, l’invecchiamento e la trasformazione della struttura della popolazione ci pongono di fronte a sfide economiche, sociali e culturali rilevanti, con impatti profondi anche sul mercato del lavoro, nonché a crescenti necessità e nuove fragilità ma anche opportunità».

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