Industria

Dieci miliardi di debiti e l’ambiente le bombe sul rilancio dell’ex Ilva

Ilva 

 industria siderurgica (Imagoeconomica)

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C’è la morte degli operai. E c’è l’agonia dell’ex Ilva. Per rispetto verso chi lavora nell’acciaieria e verso chi gestisce uno dei dossier più complicati e drammatici della storia italiana, occorre ripartire, con razionalità e misura, dai numeri e dagli elementi certi. La decisione della scorsa settimana del tribunale di Milano, che ha riattivato l’ipoteca giudiziaria per una rapida chiusura del ciclo integrale, ha fatto chiedere a Flacks uno scudo penale ulteriore rispetto a quello cancellato dal governo Cinque Stelle-Lega guidato da Giuseppe Conte (con Luigi Di Maio artefice tecnico dell’iniziativa) e già ripristinato dal governo di Giorgia Meloni. Proprio la decisione del tribunale di Milano ha contribuito a chiarire la evidente gracilità di Flacks, investitore a cui per lungo tempo ha guardato con convinzione, a differenza del resto del governo e perfino di una parte delle strutture del vecchio ministero dell’industria, il titolare del dicastero Adolfo Urso. La gara non è stata annullata dai commissari. Ma che Flacks rimanga o abbandoni il campo, ci sono nodi strutturali che – nella tempesta perfetta delle sentenze dei tribunali e delle morti sul lavoro - rimangono.

La bomba dei crediti

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Ilva in amministrazione straordinaria, nata nel gennaio del 2015, ha in pancia debiti per sei miliardi di euro, che in parte attengono al Mef e al ministero dell’Ambiente. Ci sono i prestiti erogati dal Mef e ci sono le sanzioni e i risarcimenti in capo al ministero dell’Ambiente per i danni ambientali pregressi. Se Flacks si chiama fuori o se prosegue e poi non si dimostra in grado di gestire l’ex Ilva, questo buco andrà direttamente sul debito pubblico italiano. Quindi, ci sono i debiti in pancia a Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, la società operativa nata nel 2024. La procedura in corso al tribunale di Milano vale 4,59 miliardi di euro. Negli oltre quattro miliardi, compaiono un miliardo di debiti verso i fornitori e 697 milioni di debiti finanziari. Invece i debiti correnti, non quelli di natura concorsuale, sempre a giugno ammontavano a un miliardo e 856 milioni, di cui un miliardo e 339 milioni riconosciuti prededucibili. Al di là delle tecnicalità e dei nominalismi, il nodo vero, che deve preoccupare tutti – gestori dei conti pubblici, banchieri e creditori industriali – è che i debiti o si pagano o non si pagano. Se Flacks scompare o se Flacks non si mostra in grado di gestire il meccanismo tecno-industriale e finanziario-patrimoniale dell’Ilva, si innescherà rapidamente un effetto bomba prima su chi ha messo garanzie e controgaranzie (Sace e Medio Credito Centrale in primo luogo), quindi sui creditori industriali e infine sui conti pubblici. Sei miliardi di euro più quattro miliardi e mezzo di euro: oltre dieci miliardi di euro di debiti complessivi.

 

Il nodo bonifiche in fabbrica

Il secondo problema è ambientale. Perché, senza una impresa, chi eseguirà e chi pagherà i lavori di bonifica nel perimetro interno all’impresa stessa? Se Flacks ora scompare o se Flacks rimane ma non si dimostra in grado di gestire una operazione tanto complessa, si profilano due bombe. La prima esplode subito. La seconda lo farà in futuro. La prima è la cancellazione della ambientalizzazione fatta negli ultimi sette anni da chi si è succeduto a Taranto. Le tecnologie oggi usate sono costate oltre un miliardo di euro. Se la sentenza del tribunale di Milano diventa operativa dal 24 agosto o se Flacks se ne va o se Flacks rimane e si dimostra inabile, questi investimenti evaporano.

La seconda bomba ambientale esplode in futuro. Ci sono le falde e le cave interne al perimetro dell’impresa che vanno sondate e bonificate. Ilva in amministrazione straordinaria nel 2025 ha eseguito il monitoraggio ambientale della falda su nove aree (Due Mari, Cementir, Nuove Vasche, Ex Discarica Nord Ovest, Leucaspide, Land A, Land D1, Collinette Ecologiche, Pozzo 25). Quest’anno dovrebbe proseguire la messa in sicurezza della falda dell’area ex Cava Cementir. Nel 2025, la società ha dichiarato di avere ripreso le attività di rimozione dei materiali rinvenuti nell’area fanghi altiforni-acciaierie. Una opera che, sempre secondo Ilva in amministrazione straordinaria, dovrebbe essere completata in aprile. Nel 2025 è cominciata l’evacuazione dei fanghi residui nel deposito temporaneo denominato R13, un’attività da completare per il prossimo agosto. Nel giorno della seconda morte di un lavoratore in poco tempo (si veda articolo in pagina) , il governo Meloni deve scegliere. Che cosa, con chi, con quale veicolo, in che tempi. Spetta alla politica definire se insistere sull’attuale mix produttivo altoforno-forni elettrici, se fare ripartire tutto da zero o se pensare a una soluzione minima soltanto fondata sui forni elettrici. Con una chiara avvertenza: Taranto, prima di tutto nel suo profilo ambientale e nella sua sicurezza, non può trasformarsi nell’incubo di una Bagnoli al quadrato.

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