Disordini e insicurezze, ecco perché preparare la «pace preventiva»
In un mondo frammentato e senza guida globale, la pace si costruisce anticipando i conflitti, attraverso coalizioni basate su interessi specifici e cooperazioni flessibili
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È un momento di disordine e insicurezza, in cui nessun paese o gruppo è capace di fornire, o desidera offrire, una leadership globale coerente. In realtà, molti governano pezzi del disordine, ciascuno secondo le proprie regole. Il risultato è una governance frammentata, selettiva e spesso opportunistica. E in questo contesto, la pace, già difficile in tempi normali, diventa ancora più ardua da mantenere. O, ancora peggio, ritorna a essere uno strumento accettato di politica internazionale.
Gli Stati Uniti rimangono l’attore principale del sistema internazionale. Ma il potere americano viene esercitato in modo radicalmente diverso rispetto al passato: attraverso rapporti di forza e minacce, non attraverso istituzioni multilaterali e regole condivise. La Cina è l’unico vero contropotere degli Stati Uniti. Ma non è un potere esercitato per costruire un ordine alternativo, è un potere esercitato per massimizzare i propri interessi. Le medie potenze regionali, dal Brasile al Sudafrica, dall’ Arabia Saudita all’India, dalla Nigeria alla Turchia, e molte altre nazioni esercitano forte influenza nelle proprie regioni bypassando le istituzioni globali: mediano conflitti, a volte finanziano milizie, garantiscono sicurezza o instabilità a seconda dei propri calcoli. L’Europa rimane un importante blocco economico, ma fatica a tradurre questo potere in influenza geopolitica unitaria. Queste medie potenze hanno la capacità di influenzare la politica regionale ma non quella di ridisegnare l’architettura globale. È una governance locale del disordine che può essere efficace sul territorio, ma è poco compatibile con l’idea di un ordine globale coerente. In altre parole, qualche media potenza riesce a essere al tavolo e a non finire sul menu. Ma la vera sfida è definire il menu.
C’è un ulteriore attore che occupa un posto sempre più centrale nel sistema internazionale e che sfugge alle categorie tradizionali della geopolitica: le grandi aziende tecnologiche. Non che le corporation siano una novità nella storia: le compagnie petrolifere, le aziende della difesa, le multinazionali del commercio hanno sempre avuto influenza sui governi e sulle relazioni internazionali. La differenza non sta nella natura del potere, ma nella natura del prodotto. L’intelligenza artificiale, i dati e le piattaforme di comunicazione sono infrastrutture cognitive che pervadono ogni aspetto della vita sociale, economica e politica, con implicazioni che nessuna compagnia petrolifera ha mai avuto.
Questa sobria analisi deve però resistere alla tentazione del catastrofismo. Il diritto internazionale viene violato e applicato in modo asimmetrico, eppure continua a fare il lavoro invisibile che rende possibile il commercio, l’aviazione civile, le telecomunicazioni, la risposta alle pandemie. Le Nazioni Unite hanno ottant’anni e li dimostrano, ma il tavolo che mantengono aperto tra i potenti del mondo vale più di quanto appaia. La cooperazione non è morta: si è trasformata. Le forme multilaterali tradizionali si indeboliscono, mentre crescono accordi più flessibili, coalizioni di paesi su temi specifici, intese regionali. Non bisogna avere nostalgia per un’epoca inevitabilmente finita. Bisogna immaginare nuovi modi di collaborare in un mondo più variegato e complesso.
È qui che il libro propone un argomento chiaro: la forma di cooperazione che resiste meglio nel disordine non è quella basata sulla tipologia di governo – democrazia o no – né su una uniformità di valori. Il mondo è troppo eterogeneo per questo. Funzionano meglio le coalizioni costruite su interessi specifici, pragmatiche e aperte. Ed è qui che l’Asia offre una lezione inaspettata. A differenza dell’Europa, che ha costruito decenni di integrazione e prevedibilità, l’Asia non ha mai avuto quel lusso. Durante la Guerra Fredda fu un mosaico caotico: alleati americani, blocco comunista, non allineati, tutti intrecciati in conflitti sovrapposti. Dal Vietnam alla Corea, dall’India e il Pakistan alla Cambogia dei Khmer Rossi, le diplomazie asiatiche hanno imparato a sopravvivere senza affidarsi a un solo protettore, mantenendo sempre canali aperti con tutti. È esattamente la competenza che il mondo intero dovrà sviluppare nei prossimi anni.







