Cinema e Media

Divertimento con “Teenage, Sex and Death at Camp Miasma”

Nella sezione Un certain regard è stato presentato il nuovo film di Jane Schoenbrun, un progetto fortemente metacinematografico

di Andrea Chimento

Teenage, Sex and Death at Camp Miasma

3' di lettura

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 Il cinema di genere è protagonista al Festival di Cannes: nella sezione Un certain regard è stato presentato “Teenage, Sex and Death at Camp Miasma” di Jane Schoenbrun, regista che aveva già stupito con il suo precedente “Ho visto la TV brillare” di due anni fa.

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La protagonista di questo nuovo progetto è un’autrice cinematografica chiamata a resuscitare una saga horror dal titolo “Camp Miasma”.

Per raggiungere il suo obiettivo andrà a trovare l’attrice protagonista del primo film del franchise: quest’ultima vive da anni isolata dal mondo e ormai del tutto al di fuori delle logiche delle produzioni per il grande schermo e l’incontro con la giovane regista darà vita a situazioni decisamente poco prevedibili.

Fin dalla trama si percepisce subito come “Teenage, Sex and Death at Camp Miasma” sia un prodotto fortemente metacinematografico e un esplicito omaggio al cinema horror slasher dell’inizio degli anni Ottanta: passando dalla saga di “Venerdì 13” a citazioni a “Videodrome” di David Cronenberg (ma anche al capolavoro del 1950 “Viale del tramonto” di Billy Wilder), questa pellicola strizza di continuo l’occhio agli appassionati del cinema di genere, raggiungendo in questo senso alcune vette profondamente visionarie che trovano compimento soprattutto verso la parte conclusiva della pellicola.

Rispetto ai suoi lungometraggi precedenti, Schoenbrun si prende meno sul serio nei toni generali, ma riesce a ragionare in maniera davvero profonda sulle tematiche del politically correct contemporaneo e dell’accettazione della propria sessualità.

 Una pellicola imperfetta ma coraggiosa

L’idea di rileggere quel tipo di cinema di genere in chiave queer è coraggiosa e i messaggi proposti non risultano mai didascalici o forzati, riuscendo così a offrire un prodotto intelligente e divertente allo stesso tempo.

Non manca qualche imperfezione, a partire da alcuni dialoghi troppo verbosi e da alcune sequenze che avrebbero potuto essere ancora più spinte sul versante creativo, ma il disegno d’insieme colpisce comunque, grazie anche ad alcuni spunti sul concetto del desiderio – sessuale, certo, ma anche cinematografico – tutt’altro che banali e capaci di generare più di un’interpretazione.

Notevole, inoltre, il lavoro delle due attrici principali Hannah Einbinder e Gillian Anderson in questo lungometraggio che potrebbe diventare uno dei cult-movie di cui si parlerà di più nei mesi successivi al Festival di Cannes di quest’anno. 

Nagi Notes

Nagi Notes e La vie d’une femme

Decisamente più convenzionali i primi due titoli presentati in concorso, il giapponese “Nagi Notes” e il francese “La vie d’une femme”.

Il primo, diretto da Koji Fukada, parla di una donna fresca di divorzio che arriva nella cittadina di Nagi in visita alla sua ex cognata, un’artista a cui promette di fare da modella per una scultura.

Fukada aveva fatto di meglio con “Harmonium” e “Love Life” e in questo caso dirige un dramma piuttosto innocuo, che ci mette molto a carburare: la seconda parte, dove si mostra una possibile fuga d’amore tra due giovani ragazzi, è in crescita ma oltre allo stile raffinato del regista giapponese rimane davvero poco su cui pensare al termine della visione.

Più efficace è “La vie d’une femme” di Charline Bourgeois-Tacquet, incentrato su una donna di mezz’età, consumata dal lavoro come chirurga e da una serie di situazioni private non facili da gestire.

Diviso in numerosi e brevi capitoletti, è un prodotto estremamente realistico e capace qua e là di emozionare, ma è allo stesso tempo anche un film che sa molto di già visto e vittima di qualche svolta poco credibile. Bravissima, in ogni caso, la protagonista Léa Drucker, senza dubbio tra le possibili candidate alla Palma come miglior attrice.

La vie d’une femme

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