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Meloni dopo il referendum: nuove strategie per rilanciare il Governo e la maggioranza

La sconfitta al referendum innesca un terremoto. Mercoledì 25 marzo la missione in Algeria, da giovedì 26 i vertici su strategia e priorità: dalle nomine alla legge elettorale, fino alle misure per l’energia

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni nell’aula del Senato in occasione delle comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo e gli sviluppi della crisi in Medio Oriente LAPRESSE

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Prima il repulisti dentro il Governo e dentro Fratelli d’Italia: via tutti coloro che hanno problemi con la giustizia, si riparte dalla legalità. Poi, dopo la missione di oggi in Algeria per rafforzare una relazione già strategica sull’energia e il gas, la ridefinizione di un’agenda stravolta a un anno dal voto per le elezioni politiche. Giorgia Meloni riparte così dopo la sconfitta referendaria. Ira e pulizia, priorità e strategia. Mentre il Financial Times suona la sveglia: «Il netto rifiuto da parte degli elettori italiani delle sue riforme giudiziarie rappresenta la battuta d’arresto più grave per la premier da quando è salita al potere tre anni e mezzo fa». «Meloni ferita ha bisogno di nuove ambizioni per l’Italia», è il titolo dell’analisi. A questo punto, alle modifiche costituzionali vanno anteposte le riforme economiche.

La pulizia nella squadra e nel partito

La reazione di getto alla vittoria del No alla riforma della magistratura è stata la più dura: pretendere e ottenere le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capo di gabinetto del Guardasigilli Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi. E poi pretendere, ingaggiando un pesante braccio di ferro con il presidente del Senato Ignazio La Russa, anche quelle di Daniela Santanchè. Che prova a resistere. Ma con una nota gelida di Palazzo Chigi la premier ieri la ha gelata: «Per sensibilità istituzionale lasci anche lei».

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La furia della premier

Non tutti, nel partito e nell’Esecutivo, sono convinti che la strada imboccata dalla premier sia quella giusta: cedere ai giudici, allontanando chi è indagato o condannato, proprio dopo una campagna referendaria impostata sull’attacco alla “magistratura ideologica” in difesa di una riforma presentata come garantista. Ma chi conosce Meloni sa di cosa è capace quando la furia la assale.

Anche, appunto, di portare lo scontro ai massimi livelli dentro Fdi, cercando di imporsi su La Russa: il decano con la cui benedizione la presidente del Consiglio ha avviato l’avventura di Fratelli d’Italia, la seconda carica dello Stato, ma anche l’amico e il principale sponsor di Santanchè. Ossia il motivo per cui, nonostante la pioggia di inchieste e il rinvio a giudizio con l’accusa di false comunicazioni sociali per il caso Visibilia, la ministra del Turismo è sinora rimasta al suo posto.

Da giovedì il punto con i leader

Ma comunque finirà il muro contro muro - e l’inedita situazione di un capo del Governo costretto a sfiduciare pubblicamente un suo ministro (bisogna risalire all’ottobre 1995 per trovare un caso analogo: alla fine l’allora ministro della Giustizia Filippo Mancuso fu sfiduciato dalla sua maggioranza) - la vera partita per Meloni comincerà domani.

Quando, al ritorno dalla missione ad Algeri, riunirà di nuovo il Consiglio dei ministri e dovrebbe radunare anche i leader della maggioranza - Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi - per un vertice. Il primo dopo la battuta d’arresto del referendum, segnata proprio da quel voto popolare di cui il Governo di centrodestra rivendica di essere espressione.

Nomine e riforme nel menù

La prima matassa da sbrogliare è quella delle nomine di primavera: i rinnovi ai vertici delle partecipate pubbliche. Andranno infatti a scadenza con le assemblee di primavera i Consigli di amministrazione di Poste, Eni, Enel, Leonardo, Terna e Enav. Una partita già complicata quando la navigazione è tranquilla, figuriamoci in mezzo alla tempesta. Ma non è l’unico punto all’ordine del giorno.

C’è un’intera agenda che adesso va ripensata. Perché archiviare la riforma della giustizia significa, di fatto, dire addio all’unica riforma costituzionale approvata da questo Governo. Il premierato, che doveva essere (Meloni dixit) «la madre di tutte le riforme», è considerato ovviamente destinato al congelatore. Il Ddl Roma Capitale ha bisogno dei voti del Pd, con il cui concerto è stato scritto. L’autonomia differenziata è stata già demolita dalla Consulta.

Il destino della legge elettorale

Resta una sola arma nelle mani dell’Esecutivo: la legge elettorale. È infatti quella su cui scommette Fdi, che ha voluto subito calendarizzarla per martedì 31 marzo in commissione Affari costituzionali. Ma Forza Italia ha messo le mani avanti, per bocca di Giorgio Mulè: «Si deve fare trovano un accordo con le opposizioni». E dalla Lega già frenano, con la richiesta di lasciar perdere l’addio ai collegi uninominali che potrebbe diventare più pressante.

Sotto esame finiscono anche le preferenze care proprio a Meloni. Sicuramente un tagliando allo schema immaginato prima del referendum andrà fatto, se non altro per rifare i conti - numeri alla mano - e attrezzarsi a fronteggiare un campo largo galvanizzato dalla vittoria del No. Se prima la legge doveva aiutare il centrodestra a blindarsi, in nome della stabilità, adesso potrebbe proprio essere dirimente per aiutarlo a vincere.

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Le incognite sull’economia

Ma c’è un’altra agenda nell’agenda che preoccupa Meloni: quella economica. Il decreto Carburanti, che ha tagliato di 25 centesimi al litro le accise su benzina e diesel ma i cui effetti hanno risentito subito degli ulteriori rincari, scadrà il 7 aprile. Mentre il negoziato con la Commissione europea sul decreto Bollette farà il suo corso e chiarirà quanto l’Italia riuscirà effettivamente a strappare sulla questione Ets, si renderanno necessari nuovi interventi, soprattutto se la crisi in Iran e nel Golfo non si risolverà rapidamente come Donald Trump promette.

Sempre ad aprile il Documento di finanza pubblica metterà nero su bianco lo stato di salute dei conti pubblici, le nuove previsioni di crescita del Pil e i margini di manovra. Poi si aprirà la lunga marcia verso la legge di bilancio per il 2027. Meloni la immaginava finalmente ricca, “elettorale”. Ma tra emergenze e impegni sulla difesa da mantenere, anche quel puntello rischia di farsi fragile.

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