Dove comincia la democrazia?
di Vittorio Pelligra
10' di lettura
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Nelle nostre città, nelle campagne, in centri piccoli e grandi, la democrazia si sveglia presto. Sale sugli autobus che portano verso gli ospedali, i magazzini della logistica, le cucine degli alberghi, le scuole, i cantieri, gli uffici illuminati dai neon freddi. Ha le mani screpolate di chi assiste un anziano, il badge appeso al collo di chi entra in un call center, il casco di chi consegna pacchi prima che la città si accorga di averne bisogno. Non discute di programmi, partiti, istituzioni. Non ha aperto i giornali, non ha acceso un dibattito, non ha votato. Eppure, pone con questi gesti pone una domanda politica essenziale: può sentirsi davvero sovrano, nello spazio pubblico, chi trascorre gran parte della propria vita in luoghi dove non decide quasi nulla di ciò che lo riguarda?
La teoria democratica comincia spesso più tardi, quando il cittadino è già diventato pubblico. Quando si parla, si sceglie, si delibera, si protesta e si vota. Axel Honneth ci spinge a fare un passo indietro. Ad accogliere uno sguardo preliminare. Che ci porta prima dell’assemblea, prima della scheda elettorale, prima dell’opinione espressa, prima perfino della parola. Là dove la cittadinanza non è ancora un diritto esercitato, ma una disposizione che si forma o si consuma. Che fiorisce o appassisce. Questo luogo è il mondo del lavoro. Perché è lì, molto prima che nello spazio politico visibile, che impariamo se la nostra voce conta, se la cooperazione è possibile, se l’autorità può essere discussa, se la dipendenza è diventata definitivamente dominio o può essere ancora regolata come parte essenziale della vita in comune.
Axel Honneth, nel suo ultimo libro, Il lavoratore sovrano. Lavoro e cittadinanza democratica (Il Mulino, 2025), parte da questa soglia dimenticata. Lo spazio democratico non è popolato da individui sospesi in uno spazio neutro di deliberazione – afferma Honneth – ma, per la maggior parte, da persone che lavorano. Da uomini e donne che trascorrono una parte decisiva della loro vita in luoghi nei quali imparano non solo a produrre beni o servizi, ma anche a obbedire, tacere, cooperare, competere, fidarsi, diffidare, sentirsi utili o anche, purtroppo, inutili. Prima di essere elettori, siamo lavoratori. Prima di entrare nella sfera pubblica, attraversiamo ogni giorno mondi sociali che possono renderci più capaci o meno capaci di avere voce. La premessa di Honneth, infatti, è che: “Uno dei più grandi difetti di quasi tutte le teorie della democrazia è ostinarsi a dimenticare che i soggetti di cui si compone il sovrano da esse invocato a gran voce sono sempre anche, per la maggior parte, persone che lavorano” (p. 27). Non è una semplice osservazione sociologica, è più una obiezione filosofica. Vuol dire che una teoria della democrazia che non tenga conto della divisione sociale del lavoro finisce per pensare la partecipazione politica come se essa dipendesse soltanto da diritti formali e istituzioni rappresentative che sono, certo, condizioni necessarie, ma non sufficienti. Perché il cittadino che la sera dovrebbe informarsi, discutere, deliberare e formarsi una posizione politica è lo stesso che durante il giorno può essere stato consumato da un lavoro povero, ripetitivo, controllato, che gli ha sottratto tempo e fiducia nella possibilità che la sua voce conti davvero.
Il lavoro come infrastruttura morale
È un passaggio, questo, che rappresenta una logica, benché radicale, implicazione della teoria honnethiana del riconoscimento. Il lavoro non è soltanto uno dei luoghi in cui possiamo essere riconosciuti o misconosciuti. È una delle infrastrutture morali della democrazia. Non produce solo reddito. Produce soggetti. Ci abitua alla cooperazione o alla subordinazione, così come all’autonomia o alla passività, alla responsabilità condivisa o alla competizione solitaria. Da questo punto di vista il lavoro non sta prima o fuori dalla democrazia. La attraversa dall’interno. La prepara o la corrode. È per questo che la questione decisiva non è soltanto se un lavoro sia pagato abbastanza, benché il salario resti condizione elementare di libertà. Non è soltanto se sia stabile, sicuro, protetto. La domanda più esigente è se quel lavoro permetta a chi lo svolge di concepirsi come parte di una comunità sociale per la quale la propria attività ha senso e dignità. Honneth lo scrive, nella presentazione dell’edizione italiana, richiamando una inattesa vicinanza: “Come Bruno Trentin, parto anch’io dal presupposto che nelle nostre società l’equità e la giustizia dei rapporti di lavoro vanno oggi misurate in base a quanto questi rapporti consentono ai lavoratori di contribuire in libertà, senza coazione e senza vergogna, alla prassi della formazione democratica della volontà, avvalendosi concretamente del loro diritto formale alla partecipazione. E sono d’accordo con lui anche sul fatto che ciò implica molto di più che un lavoro garantito e un reddito sufficiente: finché l’attività che svolgono non gode di riconoscimento sociale e comporta uno stimolo intellettuale trascurabile, finché non hanno alcuna voce in capitolo nella definizione degli obiettivi di produzione e nell’organizzazione del processo lavorativo, i lavoratori non dispongono delle condizioni necessarie per l’esercizio dei loro diritti democratici di cittadinanza. Dall’insieme di tutti questi requisiti consegue che, nelle società democratiche, i rapporti di lavoro sarebbero organizzati in modo sufficientemente equo e giusto solo se fossero a loro volta democratizzati in misura tale che, al loro interno, ogni lavoratore e ogni lavoratrice possano concepirsi già come membri di una collettività che si autodetermina” (pp. 12-13). È una affermazione importante, perché sposta il lavoro dal terreno della protezione sociale a quello della costituzione democratica del soggetto.







