Mind the Economy/Justice 152

Dove comincia la democrazia?

di Vittorio Pelligra

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Nelle nostre città, nelle campagne, in centri piccoli e grandi, la democrazia si sveglia presto. Sale sugli autobus che portano verso gli ospedali, i magazzini della logistica, le cucine degli alberghi, le scuole, i cantieri, gli uffici illuminati dai neon freddi. Ha le mani screpolate di chi assiste un anziano, il badge appeso al collo di chi entra in un call center, il casco di chi consegna pacchi prima che la città si accorga di averne bisogno. Non discute di programmi, partiti, istituzioni. Non ha aperto i giornali, non ha acceso un dibattito, non ha votato. Eppure, pone con questi gesti pone una domanda politica essenziale: può sentirsi davvero sovrano, nello spazio pubblico, chi trascorre gran parte della propria vita in luoghi dove non decide quasi nulla di ciò che lo riguarda?

La teoria democratica comincia spesso più tardi, quando il cittadino è già diventato pubblico. Quando si parla, si sceglie, si delibera, si protesta e si vota. Axel Honneth ci spinge a fare un passo indietro. Ad accogliere uno sguardo preliminare. Che ci porta prima dell’assemblea, prima della scheda elettorale, prima dell’opinione espressa, prima perfino della parola. Là dove la cittadinanza non è ancora un diritto esercitato, ma una disposizione che si forma o si consuma. Che fiorisce o appassisce. Questo luogo è il mondo del lavoro. Perché è lì, molto prima che nello spazio politico visibile, che impariamo se la nostra voce conta, se la cooperazione è possibile, se l’autorità può essere discussa, se la dipendenza è diventata definitivamente dominio o può essere ancora regolata come parte essenziale della vita in comune.

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Axel Honneth, nel suo ultimo libro, Il lavoratore sovrano. Lavoro e cittadinanza democratica (Il Mulino, 2025), parte da questa soglia dimenticata. Lo spazio democratico non è popolato da individui sospesi in uno spazio neutro di deliberazione – afferma Honneth – ma, per la maggior parte, da persone che lavorano. Da uomini e donne che trascorrono una parte decisiva della loro vita in luoghi nei quali imparano non solo a produrre beni o servizi, ma anche a obbedire, tacere, cooperare, competere, fidarsi, diffidare, sentirsi utili o anche, purtroppo, inutili. Prima di essere elettori, siamo lavoratori. Prima di entrare nella sfera pubblica, attraversiamo ogni giorno mondi sociali che possono renderci più capaci o meno capaci di avere voce. La premessa di Honneth, infatti, è che: “Uno dei più grandi difetti di quasi tutte le teorie della democrazia è ostinarsi a dimenticare che i soggetti di cui si compone il sovrano da esse invocato a gran voce sono sempre anche, per la maggior parte, persone che lavorano” (p. 27). Non è una semplice osservazione sociologica, è più una obiezione filosofica. Vuol dire che una teoria della democrazia che non tenga conto della divisione sociale del lavoro finisce per pensare la partecipazione politica come se essa dipendesse soltanto da diritti formali e istituzioni rappresentative che sono, certo, condizioni necessarie, ma non sufficienti. Perché il cittadino che la sera dovrebbe informarsi, discutere, deliberare e formarsi una posizione politica è lo stesso che durante il giorno può essere stato consumato da un lavoro povero, ripetitivo, controllato, che gli ha sottratto tempo e fiducia nella possibilità che la sua voce conti davvero.

Il lavoro come infrastruttura morale

È un passaggio, questo, che rappresenta una logica, benché radicale, implicazione della teoria honnethiana del riconoscimento. Il lavoro non è soltanto uno dei luoghi in cui possiamo essere riconosciuti o misconosciuti. È una delle infrastrutture morali della democrazia. Non produce solo reddito. Produce soggetti. Ci abitua alla cooperazione o alla subordinazione, così come all’autonomia o alla passività, alla responsabilità condivisa o alla competizione solitaria. Da questo punto di vista il lavoro non sta prima o fuori dalla democrazia. La attraversa dall’interno. La prepara o la corrode. È per questo che la questione decisiva non è soltanto se un lavoro sia pagato abbastanza, benché il salario resti condizione elementare di libertà. Non è soltanto se sia stabile, sicuro, protetto. La domanda più esigente è se quel lavoro permetta a chi lo svolge di concepirsi come parte di una comunità sociale per la quale la propria attività ha senso e dignità. Honneth lo scrive, nella presentazione dell’edizione italiana, richiamando una inattesa vicinanza: “Come Bruno Trentin, parto anch’io dal presupposto che nelle nostre società l’equità e la giustizia dei rapporti di lavoro vanno oggi misurate in base a quanto questi rapporti consentono ai lavoratori di contribuire in libertà, senza coazione e senza vergogna, alla prassi della formazione democratica della volontà, avvalendosi concretamente del loro diritto formale alla partecipazione. E sono d’accordo con lui anche sul fatto che ciò implica molto di più che un lavoro garantito e un reddito sufficiente: finché l’attività che svolgono non gode di riconoscimento sociale e comporta uno stimolo intellettuale trascurabile, finché non hanno alcuna voce in capitolo nella definizione degli obiettivi di produzione e nell’organizzazione del processo lavorativo, i lavoratori non dispongono delle condizioni necessarie per l’esercizio dei loro diritti democratici di cittadinanza. Dall’insieme di tutti questi requisiti consegue che, nelle società democratiche, i rapporti di lavoro sarebbero organizzati in modo sufficientemente equo e giusto solo se fossero a loro volta democratizzati in misura tale che, al loro interno, ogni lavoratore e ogni lavoratrice possano concepirsi già come membri di una collettività che si autodetermina” (pp. 12-13). È una affermazione importante, perché sposta il lavoro dal terreno della protezione sociale a quello della costituzione democratica del soggetto.

Fondata sul lavoro

In Italia questa intuizione non suona estranea. La si ritrova, in forme diverse, nella tradizione del sindacalismo confederale più illuminato e in quella parte della cultura costituzionale che ha sempre visto nel lavoro non un semplice mezzo di sostentamento, bensì il luogo nel quale la persona partecipa pienamente alla vita della Repubblica. Eppure nonostante si ripeta instancabilmente che la Repubblica è fondata sul lavoro, spesso trattiamo questa formula come un ornamento solenne, quasi un residuo lessicale di un’altra epoca. La riflessione di Honneth ci spinge, quasi ci obbliga a prendere quell’articolo della nostra Costituzione davvero alla lettera. Se la democrazia è fondata sul lavoro, allora la qualità democratica di una società si misura anche nei magazzini della logistica, come nelle corsie degli ospedali, nelle scuole, come sulle piattaforme digitali, nelle cucine dei ristoranti e negli uffici in cui l’autonomia è celebrata e simultaneamente svuotata da metriche, valutazioni e catene di comando opache.

Il punto centrale di questo discorso non è tanto una velleitaria e inutile moralizzazione del lavoro, né la sua trasformazione in una nuova religione civile. Honneth non cade nell’illusione che ogni attività lavorativa debba diventare luogo di piena autorealizzazione. La sua posizione è più sobria e, proprio per questo, più radicale. Una società democratica non può permettersi che il lavoro renda sistematicamente i cittadini meno capaci di essere cittadini. Non può tollerare che la fatica diventi ottundimento, che i bassi salari diventino causa di esclusione dalla vita pubblica, che la subordinazione organizzativa diventi educazione quotidiana al silenzio. Un lavoro non può essere tanto faticoso da impedire al lavoratore di pensare alla realtà circostante. Non può essere retribuito così poco da negare l’intervento nella vita politica. Non può richiedere la subordinazione totale ai propri superiori. L’indipendenza economica, l’autonomia intellettuale e fisica, la riduzione delle tensioni e delle routine, il tempo libero, il rispetto di sé e la fiducia nella propria voce sono tutte opportunità decisive per accedere all’esercizio della sovranità politica. Questa non è una rivendicazione sindacale in forma filosofica. È una teoria della cittadinanza democratica vista dal basso.

Il liberalismo politico ha spesso pensato la libertà come protezione dell’individuo dall’interferenza esterna. Le democrazie costituzionali hanno poi tradotto questa intuizione in diritti e garanzie. Ma Honneth mostra che il problema non è soltanto impedire allo Stato di invadere arbitrariamente lo spazio del cittadino. È impedire che la società organizzi la vita quotidiana in modo tale da svuotare, lentamente, la capacità soggettiva di esercitare quei diritti. Il diritto di voto resta formalmente intatto anche per chi non ha tempo, energie, strumenti o ha perso la fiducia nella partecipazione. Il diritto c’è, in teoria, ma nella pratica viene svuotato totalmente del suo significato più profondo.

È qui che il lavoro povero, precario o invisibile assume un significato politico che spesso sottovalutiamo. Non si tratta solo di remunerazioni insufficienti o di instabilità contrattuali. Si tratta di una condizione che può produrre una specifica antropologia pubblica fatta di soggetti che imparano a pensarsi come sostituibili e ricattabili, la cui voce e le cui scelte non contano. Così la democrazia muore di inedia.

Questa è forse la tesi più radicale che Honneth ci propone. Non basta – afferma il filosofo - democratizzare le istituzioni politiche, se poi restano antidemocratiche le istituzioni sociali in cui si forma la capacità di partecipare. La fabbrica fordista aveva reso visibile il problema attraverso la disciplina e la gerarchia. Il capitalismo contemporaneo lo rende più sfuggente ma non per questo meno urgente e profondo. Moltitudini di lavoratori intrappolati in attività senza senso o perfino dannose per la società. Dove ciò che chiamiamo autonomia è spesso solo esposizione individuale al rischio. Il merito è solitudine competitiva. La collaborazione maschera solo dipendenza. La subordinazione non scompare. Abbiamo solo ingentilito il lessico.

Per questo il lavoro di cura, educativo e assistenziale, pagato e non pagato, è un banco di prova particolarmente rivelatore. Honneth insiste sulla necessità di allargare il concetto di lavoro sociale oltre il perimetro del lavoro salariato tradizionale. Per “lavoro socialmente necessario” dovremmo intendere, scrive, “tutte le attività che, in un dato momento, la maggioranza di una popolazione considera assolutamente indispensabili per conservare la propria forma di vita ritenuta buona” (p. 16). Questa definizione porta alla luce una contraddizione che le società contemporanee preferiscono non riconoscere e che riguarda il fatto che molte delle attività indispensabili alla riproduzione della vita comune sono tra le meno riconosciute, meno pagate, meno rappresentate. Cura degli anziani, assistenza, educazione, lavoro domestico, servizi essenziali. Durante le crisi li chiamiamo lavori necessari. Finita l’emergenza, tornano spesso a essere lavori marginali, marginalizzanti, segreganti e stigmatizzanti.

Il riconoscimento dimezzato

Qui l’etica del riconoscimento mostra la sua struttura materiale. Non basta lodare simbolicamente chi cura, assiste, educa, consegna, pulisce, accompagna. Se quella lode non si traduce in organizzazione, salario, tempo e rappresentanza, essa resta una forma di riconoscimento dimezzato, forse perfino ideologico. Il capitalismo contemporaneo è diventato abilissimo nel produrre un riconoscimento di facciata senza che questo garantisca una vera redistribuire del potere. Sa chiamare eroi i lavoratori essenziali e poi lasciarli dentro rapporti di lavoro umilianti. Sa trasformare la gratitudine pubblica in una cerimonia effimera, senza che da essa discenda nessuna modifica dello status sociale.

Quella di Honneth non è nostalgia del movimento operaio novecentesco. Sa bene che la divisione sociale del lavoro è oggi più frammentata e dispersa. La sua proposta non si limita a rivendicare maggiore protezione del lavoro dentro il mercato, ma interroga l’intera organizzazione sociale del lavoro. La divisione del lavoro, così come l’abbiamo pensata e attuata oggi non è un destino tecnico. Non è il semplice risultato della ricerca ottimale dell’efficienza economica. È, al contrario, il sedimento di lotte, poteri, gerarchie ed esclusioni. Honneth lo afferma con chiarezza - “Tutte le delimitazioni e connessioni oggi esistenti in questa divisione del lavoro sono (…) in ultima analisi politiche, e devono quindi considerarsi trasformabili e riformabili” (p. 17). Ciò che appare una conseguenza naturale è spesso solo il frutto di una storia che non si ricorda più. Ciò che appare inevitabile è spesso politica che ha smesso di essere visibile e condivisa.

Da qui nasce la domanda rispetto a quanta parte dell’attuale crisi democratica dipende dal modo in cui il lavoro è stato spoliticizzato? Discutiamo molto, e giustamente, di populismo, disinformazione, polarizzazione e crisi dei partiti. Meno spesso ci siamo chiesti se l’impoverimento dell’esperienza lavorativa non abbia contribuito a generare cittadini più risentiti che partecipi, più esposti alla rabbia che alla coesione, più inclini a cercare riconoscimento in identità e leader autoritari che in pratiche comuni e condivise. Non perché il lavoro spieghi tutto, naturalmente. Ma perché è pur sempre uno dei luoghi decisivi in cui impariamo a capire se gli altri sono interlocutori o minacce, se la cooperazione è possibile o una aspirazione ingenua, se la nostra voce conta oppure no. Ed è difficile immaginare una democrazia vitale quando, per gran parte della giornata, impariamo soprattutto a tacere, obbedire e competere.

La democrazia ha bisogno di esperienze sociali che rendano plausibile la partecipazione. Ha bisogno di luoghi in cui le persone non siano educate quotidianamente all’irrilevanza. Di contratti che non trasformino la libertà formale in dipendenza sostanziale. Di organizzazioni in cui l’efficienza non coincida con il silenziamento della voce. Di una politica del lavoro che non si limiti a creare occupazione, ma che inizi a chiedersi con sincerità e coraggio quale tipo di soggetto sociale quella occupazione contribuisca a formare.

Prima delle urne

In questo senso Il lavoratore sovrano chiude idealmente il percorso che abbiamo seguito nei Mind the Economy di queste ultime settimane in cui abbiamo analizzato la prospettiva di Axel Honneth sulla giustizia. L’esperienza dell’ingiustizia che nasce dal misconoscimento. Il conflitto sociale ne mostra la grammatica morale. La libertà sociale indica che nessuno può diventare davvero libero da solo. Ora Honneth ci porta nel luogo in cui queste tre dimensioni si condensano quotidianamente, l’universo del lavoro. Perché è qui che il riconoscimento può diventare concreto o venire mancare fino a trasformarsi in disprezzo silenzioso. È qui che il conflitto può formulare domande e trovare risposte oppure restare una somma di frustrazioni private. È qui che la libertà sociale può prendere la forma della cooperazione, oppure fallire trasformandosi in pura retorica organizzativa.

La figura del lavoratore sovrano ha qualcosa di volutamente paradossale. Il lavoratore, nella tradizione moderna, è stato spesso pensato e non solo chiamato “dipendente”. Definirlo “sovrano” significa, al contrario, attribuirgli dignità e potere decisionale. Honneth accosta queste due figure – il dipendente e il sovrano - perché la democrazia vive precisamente nella tensione tra dipendenza e autonomia. Non si vuole promettere una vita senza (inter)dipendenza. Si propone un percorso grazie al quale le dipendenze nelle quali siamo inevitabilmente coinvolti non diventino occasione di dominio e sorgenti di degradazione.

Forse, allora, la domanda da cui ripartire non è quanta democrazia sopporti il mercato del lavoro, ma quanto mercato del lavoro possa sopportare una democrazia senza correre il rischio di deformarsi. Perché una società – lo abbiamo già vinto con Elizabeth Anderson e il suo Private Governement - può anche continuare a celebrare il cittadino sovrano e, nello stesso tempo, organizzare la vita del lavoratore in modo tale da renderlo invisibile. Può conservare il vocabolario della libertà e, al contempo, eliminare le condizioni della sua esperienza.

La democrazia non comincia nelle urne. Comincia nel tempo che resta dopo il lavoro, in quella voce che il lavoro non ha spento e nella fiducia che non è stata erosa. Comincia, più modestamente e più profondamente, là dove chi lavora può ancora pensarsi come qualcosa in più di un ingranaggio, di un costo economico o di una “risorsa” umana, ma come parte imprescindibile di un grande progetto cooperativo e comune. Il popolo non può essere sovrano se i lavoratori non sono sovrani. E i lavoratori diventeranno davvero sovrani quando quelle dipendenze smetteranno di essere considerate un fatto naturale, una conseguenza economica inevitabile e diventeranno ciò che in realtà sono: una questione pubblica, discutibile, regolabile, pienamente politica.

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