Scontri ibridi

Droni, acqua e deterrenza: la guerra iraniana cambia la nostra società e l’industria

Al di là delle riserve militari impiegate contro Teheran e l’abbattimento delle difese, non esistono dati verificati sulle riserve atomiche e sugli impianti rimasti intatti. Il costo-beneficio si è spostato sulle infrastrutture idriche ed elettriche, aprendo una fase, simile all’Ucraina, di scontro senza obiettivi e tempi certi. Una fase che stravolgerà le logiche europee nei prossimi anni, in termini di filiere di valore e produttive

Una immagine diffusa dagli uffici della comunicazione dell’esercito iraniano raffigura il capo di stato maggiore  Amir Hatami mentre parla ai cadetti dell’accademia militare di Teheran  EPA

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La guerra contro l’Iran ha dimostrato quanto sia diventato sottile il confine tra vittoria tattica e successo strategico. Migliaia di obiettivi possono essere colpiti, flotte degradate e impianti distrutti senza eliminare il potenziale residuo dell’avversario, ripristinare la libertà di navigazione o costruire un ordine politico sostenibile. Per Italia, Francia e Germania, la distanza geografica dal Golfo non equivale a una distanza strategica: energia, navigazione, fertilizzanti, assicurazioni, industria della difesa e sicurezza mediterranea appartengono ormai allo stesso teatro. Tanto più che nel frattempo sta cambiando anche il perimetro della sicurezza: droni economici contro intercettori costosi, infrastrutture civili trasformate in strumenti coercitivi, cyberattacchi coordinati con operazioni cinetiche e catene industriali chiamate a produrre più rapidamente di quanto i contendenti riescano a consumare Il bilancio americano fotografa una superiorità operativa incontestabile, ma non equivale alla chiusura della guerra. Secondo la Casa Bianca, durante Operation Epic Fury le forze statunitensi hanno effettuato oltre 10.200 sortite, colpito più di 13.000 obiettivi, intercettato oltre 1.000 droni e più di 700 missili balistici. Fra gli obiettivi figuravano oltre 2.000 nodi di comando e controllo, 1.450 strutture dell’industria militare, 1.500 sistemi di difesa aerea, circa 800 siti collegati ai droni, più di 600 obiettivi navali e oltre 450 sistemi o depositi missilistici. Il United States Central Command ha successivamente valutato come danneggiato o distrutto oltre l’85% della base industriale iraniana legata a missili balistici, droni e capacità navali, attribuendo alle operazioni anche la neutralizzazione dell’82% dei sistemi di difesa aerea e di 161 unità navali appartenenti a 16 distinte classi. Sono stime operative statunitensi, non verifiche indipendenti. Non misurano quanto rapidamente possano essere ricostituiti i siti o quale parte del patrimonio missilistico e nucleare sia sopravvissuta.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La capacità nucleare di Teheran

Il vuoto informativo più grave riguarda infatti il programma nucleare. Nel rapporto GOV/2026/33, datato 4 giugno 2026, il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha registrato l’esistenza dichiarata di 22 impianti nucleari e di un sito esterno alle strutture, ma ha riferito che, nei primi giorni di giugno, gli ispettori avevano potuto accedere soltanto alla centrale di Bushehr. L’Agenzia non era quindi in condizione di verificare gli altri impianti, l’inventario delle centrifughe, la sospensione delle attività di arricchimento o la localizzazione delle scorte. L’ultima consistenza stimata prima dell’interruzione delle verifiche, riferita al 13 giugno 2025, era di 9.874,9 chilogrammi di uranio arricchito, inclusi 440,9 chilogrammi arricchiti fino al 60% in uranio-235, 184,1 chilogrammi fino al 20% e 6.024,4 chilogrammi fino al 5%.

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Il documento ricorda inoltre che il presidente iraniano firmò il 2 luglio 2025 una legge che sospendeva la cooperazione con l’Agenzia; l’intesa ispettiva sottoscritta al Cairo il 9 settembre 2025 dal direttore generale e dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi fu poi dichiarata non più valida da Teheran il 20 novembre 2025. Tutta questa incertezza costringe gli avversari a pianificare sulla base dello scenario più pericoloso e rende più probabili nuove operazioni preventive senza garantire che esse producano effetti e informazioni migliori.

Il secondo cambio di paradigma, ampiamente sperimentato in Ucraina, riguarda il rapporto fra costo offensivo e costo difensivo. Un’analisi ufficiale del Dipartimento della Difesa statunitense rileva che gli Shahed-136 rappresentarono il 66% delle risposte iraniane tra il 28 febbraio e il 9 marzo 2026, pur senza compromettere la capacità di combattimento americana — Small Drones, Big Problems: A First-Principles Approach to Counter-UAS – U.S. Department of Defense – 8 luglio 2026 — . Ma l’efficacia di una saturazione non si misura soltanto negli obiettivi distrutti. La guerra contro l’Iran ha prodotto un risultato militare imponente senza consegnare ai vincitori una conclusione strategica basata su dati certi. Installazioni demolite, flotte ridimensionate e catene di comando colpite convivono con tre incognite decisive: la consistenza residua dell’arsenale iraniano, l’impossibilità di certificare il destino del materiale nucleare e la capacità di Teheran di trasferire la pressione dalle basi militari alle infrastrutture civili. Droni relativamente economici, missili, sabotaggio digitale e interdizione marittima possono trasformare una superiorità aeronavale occidentale in una prova di resistenza industriale.

L’assenza di effetti decisivi sulle forze armate non equivale infatti all’irrilevanza strategica degli effetti dei droni. Contro aeroporti, terminali, sottostazioni, stazioni di pompaggio e impianti idrici, l’attaccante non deve conquistare il cielo: deve obbligare il difensore a proteggere simultaneamente troppi punti, discriminare bersagli reali e falsi e consumare intercettori, ore di volo, radar e manutenzione.

Effetti su acqua, elettricità e mondo cyber

Tali effetti portano all’interdipendenza fra elettricità e acqua. La centrale M-Station di Jebel Ali, secondo la Dubai Electricity and Water Authority, integra 2.185 megawatt di capacità elettrica e 140 milioni di galloni al giorno di produzione idrica mediante sei turbine a gas, sei caldaie a recupero e tre turbine a vapore. Un impianto simile concentra valore economico, servizio pubblico e dipendenza tecnica nello stesso perimetro. Danneggiare trasformatori, sistemi di controllo, prese d’acqua marina o produzione di vapore può ridurre contemporaneamente generazione e desalinizzazione, mentre il recupero richiede componenti industriali non sempre disponibili nei tempi imposti dalle riserve idriche. DEWA dichiarava il 22 marzo 2024 una capacità di stoccaggio di 882 milioni di galloni, destinata a raggiungere 1.152 milioni con i progetti in corso. Lo stoccaggio assorbe uno shock; non sostituisce una produzione interrotta, soprattutto se l’attacco coinvolge anche reti elettriche e condotte. La sequenza più pericolosa è, infine, cyber-cinetica: intrusione preliminare nelle reti operative, ricognizione dei controlli industriali, disturbo delle comunicazioni, attacco fisico e successiva pressione informativa sulla popolazione. Il 7 aprile 2026, l’Environmental Protection Agency, il Federal Bureau of Investigation, la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency e la National Security Agency hanno emesso un avviso congiunto riguardante attività informatiche affiliate all’Iran contro sistemi idrici. Il difensore deve quindi proteggere non solo l’oggetto fisico, ma la capacità di comprenderne in tempo reale lo stato.

La questione interna europea

Per l’Europa, il teatro iraniano è già una questione interna. Il Consiglio europeo, nelle conclusioni del 19 marzo 2026, ha chiesto una moratoria sugli attacchi contro impianti energetici e idrici, il rafforzamento coordinato delle capacità antidrone e di difesa aerea dei partner del Golfo, un incremento degli assetti assegnati a EUNAVFOR ASPIDES ed EUNAVFOR ATALANTA e una valutazione della Commissione sugli effetti per sicurezza energetica, prezzi, catene di approvvigionamento e migrazioni. Ha inoltre richiamato il dispiegamento di mezzi militari nel Mediterraneo orientale e il sostegno a Cipro. La difesa europea dovrà quindi integrare guerra elettronica, cannoni, intercettori economici, droni cacciatori, missili di fascia superiore e protezione passiva, riservando le armi più costose ai vettori più pericolosi.

La posizione italiana

L’Italia occupa una posizione peculiare: è potenza manifatturiera, frontiera mediterranea e Paese dipendente dalla continuità delle rotte. Il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani, il 2 aprile 2026, ha collegato ufficialmente il blocco di Hormuz alla sicurezza marittima, agli approvvigionamenti energetici e alla sicurezza alimentare, dichiarando la disponibilità italiana a valutare iniziative multilaterali per il passaggio sicuro delle navi, purché sostenute da un chiaro mandato delle Nazioni Unite Per Roma, proteggere Hormuz significa difendere anche premi assicurativi, fertilizzanti, trasporto containerizzato e competitività industriale. Significa inoltre evitare che la sicurezza delle acque del Golfo assorba gli stessi assetti navali, antiaerei e logistici necessari nel Mediterraneo, nel Mar Rosso e sul fianco orientale della Nato.

L’8 marzo 2026, il ministro francese delegato per l’Europa Benjamin Haddad ha dichiarato che Parigi non partecipava alla guerra offensiva, ma aveva avvicinato la portaerei Charles de Gaulle e il relativo gruppo aeronavale al Mediterraneo orientale, fornito difese terra-aria, intercettato droni e operato per proteggere cittadini, installazioni e partner, fra i quali Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kuwait. Ciò dimostra come rapidamente una crisi regionale possa impegnare portaerei, fregate, difese aeree, intelligence e capacità di evacuazione nello stesso momento in cui l’Europa deve sostenere l’Ucraina.

La Germania dal canto suo ha una minore capacità di proiezione autonoma nel Golfo, sebbene abbia maggiore peso nelle catene industriali e nella stabilità economica europea. Il 20 marzo 2026, il portavoce del Governo federale ha definito le interferenze con la navigazione e le interruzioni delle catene energetiche globali una minaccia alla sicurezza internazionale, condannando anche gli attacchi alle infrastrutture civili e di approvvigionamento dei Paesi arabi. Il 27 marzo 2026, Germania, Francia e Italia, con gli altri membri del G7 e l’Alto rappresentante dell’Unione, hanno chiesto il ripristino permanente della navigazione sicura e senza pedaggi a Hormuz, richiamando la risoluzione 2817 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ora siamo a una sorta di punto di partenza.

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Prossimi mesi

L’Iran cercherà presumibilmente di ridurre la concentrazione industriale, rendere mobili i lanciatori, diversificare le rotte di approvvigionamento e accoppiare droni, missili e accessi informatici. Europa e monarchie del Golfo dovranno disperdere la produzione idrica, separare dove possibile acqua ed elettricità, preposizionare trasformatori e sistemi di controllo, proteggere le reti operative, aumentare lo stoccaggio e costruire una difesa stratificata sostenibile. Ci sono guerre che non finiscono mai e si trasformano in un disequilibrio stabile. Capace di cambiare le società e gli approcci politici.

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