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Durov, chi è il “Mark Zuckerberg russo” che ha fondato Telegram

Pavel Durov è diventato uno degli imprenditori tecnologici più influenti e controversi al mondo

Pavel Durov. REUTERS

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Per anni Pavel Durov è stato raccontato come il “Mark Zuckerberg russo”: il giovane imprenditore che aveva costruito il più grande social network del Paese e che aveva scelto l’esilio pur di non piegarsi alle richieste del Cremlino. Oggi, a 41 anni, la sua storia è molto più complessa. Il fondatore di Telegram è diventato il simbolo di una delle questioni più controverse dell’economia digitale: fino a che punto il proprietario di una piattaforma può essere ritenuto responsabile di ciò che fanno i suoi utenti?

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La domanda è al centro delle vicende giudiziarie che lo riguardano. Nel 2024 le autorità francesi hanno aperto un’inchiesta sostenendo che Telegram non abbia fatto abbastanza per contrastare attività criminali come traffico di droga, frodi, terrorismo e diffusione di materiale pedopornografico, avviando un procedimento che rappresenta uno dei primi tentativi in Europa di attribuire responsabilità dirette ai vertici di una piattaforma digitale. Due anni dopo, anche la Russia ha incriminato Durov per favoreggiamento del terrorismo, accusandolo di non aver rimosso contenuti utilizzati, secondo Mosca, dai servizi segreti ucraini e da gruppi estremisti per organizzare sabotaggi e attacchi sul territorio russo.

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Il paradosso è evidente: l’uomo che aveva lasciato la Russia denunciando le pressioni del Cremlino oggi si ritrova contemporaneamente nel mirino di Mosca e delle democrazie occidentali, seppur per ragioni opposte.

Dalla Russia all’esilio

Nato a Leningrado nel 1984, Durov trascorre parte dell’infanzia in Italia, dove il padre, professore di filologia, insegna all’università. Tornato a San Pietroburgo, studia all’Università Statale e nel 2006 fonda VKontakte, il social network destinato a diventare il Facebook russo. In pochi anni la piattaforma conquista decine di milioni di utenti e trasforma Durov in uno degli imprenditori tecnologici più famosi del Paese.

La sua immagine pubblica, però, si costruisce tanto sul successo imprenditoriale quanto sulla sfida al potere politico. Nel pieno delle proteste contro Vladimir Putin rifiuta di chiudere gli account degli oppositori e respinge le richieste delle autorità di consegnare dati sugli utenti. Nel 2014 rompe definitivamente con il Cremlino: vende la propria quota di VK e lascia la Russia, raccontando di aver preferito rinunciare alla società piuttosto che trasformarla in uno strumento di sorveglianza statale.

“Preferisco essere libero piuttosto che prendere ordini da qualcuno”, dirà anni dopo.

La nascita di Telegram

Già prima dell’esilio, insieme al fratello Nikolai – matematico e crittografo – aveva iniziato a sviluppare Telegram. Nelle intenzioni dei due fratelli doveva essere un sistema di comunicazione privato, capace di garantire sicurezza e riservatezza anche di fronte alle richieste dei governi. Telegram nasce ufficialmente nel 2013 e costruisce la propria identità attorno a tre pilastri: velocità, crittografia e difesa della privacy.

Nel giro di pochi anni l’applicazione cresce fino a diventare una delle principali piattaforme di messaggistica del pianeta. Oggi conta oltre un miliardo di utenti ed è utilizzata tanto da governi e istituzioni quanto da giornalisti, attivisti, oppositori politici, aziende e semplici cittadini. Durante la guerra in Ucraina è inoltre diventata uno dei principali strumenti di comunicazione di entrambe le parti del conflitto.

Il libertario della Silicon Valley

A differenza di molti altri fondatori della Silicon Valley, Durov ha sempre cercato di mantenere un controllo assoluto sulla propria creatura. Telegram è infatti controllata quasi interamente da lui, impiega appena una sessantina di dipendenti e opera con una struttura estremamente riservata. Per anni Durov ha rifiutato investitori esterni e offerte che valutavano la società oltre 30 miliardi di dollari, preferendo preservarne l’indipendenza. Il finanziamento dell’azienda è arrivato soprattutto dal suo patrimonio personale e dall’ecosistema costruito attorno alle criptovalute legate a Telegram.

Anche il suo stile di vita alimenta il mito. Durov vive a Dubai, dove si è trasferito dopo aver lasciato la Russia, possiede anche la cittadinanza francese ed emiratina e conduce una vita quasi ascetica: niente alcol, caffè o tabacco, allenamenti quotidiani, bagni nel ghiaccio e yoga. All’interno dell’azienda, raccontano ex collaboratori, il suo ruolo è totalizzante. “Telegram è più una religione che una società”, ha raccontato una fonte anonima al Financial Times.

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La filosofia della libertà

Durov ha sempre presentato Telegram come una piattaforma costruita per proteggere la libertà individuale. In una rara intervista rilasciata nel 2024 a Tucker Carlson spiegava che la sua missione non era diventare ricco, ma costruire strumenti capaci di rendere le persone più libere. “Tutto quello che ho fatto nella mia vita è stato cercare di essere libero e permettere agli altri di esserlo”, ha detto. Una filosofia che si traduce nella convinzione che una piattaforma non debba trasformarsi in un arbitro dei contenuti pubblicati dai propri utenti.

Questa impostazione ha fatto di Telegram un punto di riferimento per dissidenti politici e attivisti in molti Paesi autoritari. Ma è anche la ragione per cui l’app è stata accusata di essere diventata un rifugio per gruppi estremisti, criminalità organizzata, propaganda jihadista e traffici illegali.

Il cambio di paradigma

Negli ultimi due anni il caso Durov è diventato un banco di prova per l’intero settore tecnologico. L’inchiesta francese aperta nel 2024 ha segnato un cambio di paradigma: per la prima volta un fondatore di una grande piattaforma rischia di essere chiamato a rispondere penalmente per il modo in cui vengono gestiti i contenuti pubblicati dagli utenti. Nel frattempo, anche altri governi europei hanno rafforzato la pressione sulle piattaforme digitali, chiedendo maggiore collaborazione nella rimozione di contenuti illegali e maggiore trasparenza sugli algoritmi.

Contemporaneamente, Mosca ha riaperto il fronte contro Telegram. Dopo aver tentato invano di bloccarla tra il 2018 e il 2020 e dopo aver promosso un’alternativa nazionale, il Cremlino sostiene oggi che l’app sia diventata uno strumento utilizzato dall’intelligence ucraina e da organizzazioni terroristiche, accuse che Durov ha respinto definendole un tentativo di limitare la libertà di espressione e la privacy.

La parabola di Pavel Durov racconta così anche l’evoluzione dell’economia digitale. L’imprenditore che aveva costruito la propria reputazione opponendosi alla sorveglianza statale si trova oggi al centro della battaglia globale sulla governance delle piattaforme.

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