È Leila Guerriero la vincitrice del premio Strega europeo
«La chiamata» è la storia vera di una guerrigliera rapita, torturata e stuprata dal terrorismo di stato durante l’ultima dittatura argentina e poi ostracizzata dai suoi compagni
di Lara Ricci
3' di lettura
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Leila Guerriero ha vinto il premio Strega europeo con il suo libro La chiamata (traduzione di Maria Nicola, Sur): «questo è un libro che parla di cose che non sarebbero dovute succedere e che sono successe nell’ultima dittatura argentina, è la storia di una donna sequestrata, torturata e stuprata, la storia dell’oscura mano del terrorismo di stato. Una donna che poi dovette pure subire l’ostracismo dei suoi compagni. Ma è soprattutto un libro che ci parla di una persona che non accetta di essere definita una vittima per sempre» ha detto la Guerriero durante la premiazione al Circolo dei lettori di Torino.
«Questo libro - ha aggiunto - racchiude il valore dell’ascoltare senza semplificare e dello scrivere senza ridurre. La letteratura ha permesso alla mia famiglia di riunirsi. La storia è piena di angoli bui e, a volte, non vogliamo guardarla in faccia. Ma se non riusciamo a sopportarne la tragedia, allora siamo noi i codardi della storia».
Emozionata dalla vincita, la giornalista e scrittrice argentina ha infatti raccontato come suo nonno, Michele Guerriero era partito dalla Basilicata all’inizio del XX secolo. Aveva aperto un oleificio in Argentina senza mai avere la possibilità di tornare in Italia, né di rivedere la sua famiglia. I contatti si erano dunque persi fino a quando un suo parente del ramo italiano aveva trovato un suo libro in libreria intitolato Suicidi in capo al mondo, e vedendo dove era nata - proprio dove il nonno era emigrato - ha provato a contattarla.
Il libro, che racconta la storia di Silvia Labayr, una militante di Montoneros, un gruppo armato di matrice peronista. Nel 1976, ventenne e incinta, durante la dittatura di Videla fu rapita, torturata, ridotta in schiavitù e costretta a dare alla luce la sua prima figlia in una stanza del centro di detenzione clandestino in cui era rinchiusa. Fu rimessa in libertà nel giugno del ’78 e, sull’aereo diretto a Madrid, pensò che l’inferno fosse finito. Ma così non era. Ad aspettarla c’era il sospetto dei compatrioti in esilio: com’era possibile che fosse sopravvissuta e che avesse ancora con sé la bambina? Su di lei giravano voci di ogni genere: giovane, bella, bionda, viva – fra migliaia di desaparecidos –, è stata accusata di aver tradito e di aver collaborato con i suoi aguzzini. Riuscita a poco a poco a rifarsi una vita accanto agli amici rimasti, nel 2018, complice un messaggio ricevuto da un uomo del passato, Labayru è tornata in Argentina, dove ha poi denunciato gli abusi sessuali subiti in cattività.
Leila Guerriero ha scoperto il suo caso e ha trascorso oltre due anni a intervistare Silvia e tutte le persone coinvolte per raccontare la storia del suo rapimento e della chiamata al padre che, per caso, un giorno di marzo del 1977, le ha salvato la vita. «In questo mestiere bisogna guardare da vicino e scrivere da lontano - ha detto Guerriero - Credo che la distanza con l’intervistato ci debba essere sempre, perché non ci si può accostare nel modo più giusto se si è amici. E’ una cosa che cerco di ricordarmi in ogni momento: il mio impegno primario è nei confronti del libro e del lettore, se no si rischia di rovinare la storia. Credo che la distanza ottimale per intervistare si impari negli anni. All’inizio della carriera ero più incline a essere manipolata, ma negli anni ho imparato che bisogna fare come Ulisse davanti al canto delle sirene: legarmi all’albero della nave».








