Imprenditorialità

Ecosistema cruciale per supportare la nascita di nuove imprese

Servono competenze, regole comprensibili e credito accessibile. Focus su giovani e donne

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Universitas Mercatorum ha scelto di sostenere l’indagine Gem nella certezza che analizzare la dinamica imprenditoriale di un paese significhi osservare un indicatore che oltre a parlarci di dinamismo della nostra società, ci fornisce una possibile garanzia di diversità e democrazia economica, perché quando cala il dinamismo imprenditoriale si riduce anche la capacità innovativa di un paese e soprattutto diminuisce la sua mobilità sociale, se si pensa alla carriera imprenditoriale come ascensore sociale.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il nodo di policy

Nonostante il tasso di attivazione imprenditoriale dell’11% sia il valore più alto osservato dal 2007, l’Italia resta trentesima su 48 economie nel mondo, mentre le nuove iscrizioni al Registro imprese sono scese da oltre 400mila nel 2010 a circa 325mila nell’ultimo biennio. Quasi l’80% di questa contrazione della dinamica imprenditoriale non dipende dal calo della popolazione, ma proprio dalla minore propensione a fare impresa. Il rapporto Gem segnala una riattivazione reale, ma fragile. Il vero nodo di policy che il rapporto mostra è il gap imprenditoriale, definito come il divario tra intenzione e azione. Nel 2025, quasi un adulto su cinque dichiara di voler avviare un’impresa, ma solo l’11% entra effettivamente nelle fasi iniziali. Appena il 35% degli adulti intervistati vede buone opportunità nei sei mesi successivi e la paura di fallire coinvolge circa la metà della popolazione. Dalle analisi effettuate utilizzando i dati Gem emerge chiaramente che l’intenzione ad attivare una impresa diventa azione reale se le persone percepiscono di possedere le competenze adeguate per farlo, le regole sono comprensibili e il credito è accessibile. Questi fattori sono sufficienti per attivare un’impresa, ma affinché la stessa sopravviva e si sviluppi occorre instaurare legami fiduciari con gli attori e gli elementi dell’ecosistema.

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L’importanza di un’infrastruttura economica

Nei nostri studi sull’imprenditorialità adottiamo sempre una logica ecosistemica: le imprese non nascono nel vuoto. Nascono dentro contesti che possono incoraggiare o scoraggiare l’iniziativa. E, allo stesso tempo, le imprese che nascono e crescono trasformano l’ecosistema, rafforzandolo o indebolendolo. La fiducia nelle relazioni con l’ecosistema diventa in questo modo una vera e propria infrastruttura economica oltre ad essere uno dei pochi antidoti in questo periodo di policrisi. I gap che emergono dal rapporto e che riguardano l’imprenditorialità giovanile e l’imprenditorialità femminile, mostrano dove questa infrastruttura è più debole. Il tasso di imprenditorialità giovanile è appena sopra il 10%, basso nel confronto internazionale. Quello femminile supera di poco l’8%, contro circa il 13% maschile; le donne percepiscono meno opportunità, si attribuiscono minori competenze nell’avviare una impresa e temono maggiormente il fallimento. A parità di talento e capitale umano, le donne accedono meno al capitale di terzi e hanno reti più deboli con gli attori dell’ecosistema. In altre parole, le donne possono acquisire risorse imprenditoriali, ma tali risorse restano meno convertibili in azione imprenditoriale a causa di vincoli non pienamente osservati: qualità delle reti, accesso alla finanza, legittimazione sociale della donna come imprenditrice e condizioni di vita che spesso rendono difficile la conciliazione lavoro famiglia.

Le barriere

Analizzando le caratteristiche delle imprese nascenti, emerge come la maggior parte delle nuove iniziative non prevede di assumere più di cinque dipendenti, la quota di nuove imprese con clienti esteri è intorno al 30-40% e le strategie restano prudenti. Tra le principali barriere esterne emergono, oltre alle tradizionali difficoltà di accesso ai finanziamenti, anche un contesto burocratico ancora complesso e oneri fiscali elevati, che spesso limitano la capacità di investimento e assunzione.

L’indagine agli esperti rende esplicito e misurabile il costo delle variabili di contesto: in tutti i fattori abilitanti all’imprenditorialità che il Gem misura, l’Italia resta al di sotto la media dei Paesi avanzati: i divari maggiori riguardano gli aspetti fiscali e burocratici, il sostegno delle politiche pubbliche e l’accesso al capitale. La formazione imprenditoriale è l’area più debole e il trasferimento tecnologico non raggiunge mai la soglia di un contesto favorevole. Sull’intelligenza artificiale, l’Italia registra un valore inferiore della media Gem in tutti i 14 ambiti esaminati. Eppure emergono leve su cui costruire un futuro più sostenibile e inclusivo. Le iscrizioni nei comparti hi-tech crescono, circa il 60% degli imprenditori nascenti prevede di intensificare il digitale nelle vendite e quasi l’80% considera sistematicamente gli impatti sociali e ambientali nelle decisioni future.

Il ruolo dell’università

In questo scenario, l’università è chiamata a potenziare la formazione imprenditoriale che sia in grado di sviluppare creatività, autoefficacia, alfabetizzazione finanziaria e soprattutto fiducia nelle proprie possibilità e nel valore delle relazioni con l’ecosistema. I policy maker sono chiamati a garantire stabilità, certezza delle procedure e accompagnamento nel reperimento del credito, in quanto la finanza rappresenta un vero e proprio abilitatore del processo imprenditoriale. Quest’ultimo fattore, infatti, non può essere considerato soltanto una variabile di supporto, ma va valorizzato come un vero e proprio meccanismo di mediazione tra qualità individuali dell’imprenditore e successo del processo di creazione d’impresa.

Coordinatrice scientifica del Gem Italia e direttrice del Dipartimento di Economia, statistica e impresa di Universitas Mercatorum

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