Usa in movimento

Effetto Hormuz, nuova rotta energetica dall’Iraq al Mediterraneo

Il primo ministro iracheno Ali al Zaidi è volato a Washington ed è tornato in patria con un pacchetto di accordi da 60 miliardi. Al centro, la ricostruzione della pipeline di Kirkuk in direzione porto di Baniyas. La strategia è possibile grazie al coinvolgimento turco e si somma a quella saudita ed emiratina per depotenziare lo Stretto e sottrarre potere all’Iran.

Tom Barrack, ambasciatore Usa in Turchia e inviato speciale per Siria e Iraq APN

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Gli effetti del caos di Hormuz cominciano a farsi sentire e a spingere nuovi accordi e lavori per costruire rotte alternative. Nel week end il primo ministro iracheno Ali al Zaidi è volato a Washington ed è tornato in patria con un pacchetto di accordi da 60 miliardi. Cooperazione in ambito energetico ed elettrico. Obiettivo principale è costruire una pipeline petrolifera attraverso l’Iraq e la Siria che punta dritta verso il Mediterraneo. Ovviamente ciò è possibile grazie all’avvio del Progetto congiunto tra Basra Oil Company e Syrian petroleum company cha opereranno assieme per la tratta, seriamente danneggiata nel 2003 ai tempi della guerra del Golfo, che passa da Kirkuk e procede in direzione del porto di Baniyas, a circa 50 chilometri da Latakia. Il Dipartimento di Stato americano ha confermato a sua volta che supporterà i lavori dal punto di vista tecnico, mentre Tom Barrack, ambasciatore Usa in Turchia e inviato speciale per l’area ha aggiunto: «si tratta di un progetto destinato a bypassare Hormuz e a renderlo un passaggio secondario». Una dichiarazione forse eccessiva dal punto di vista tecnico, ma non da quello politico.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La cooperazione

Parallelamente al progetto, i ministeri del Petrolio e dell’Elettricità dell’Iraq e le società ad esse affiliate hanno firmato accordi con aziende statunitensi tra cui ExxonMobil, KBR, GE Vernova, Shell e Halliburton, mentre Starlink ha raggiunto un accordo di cooperazione con la Commissione irachena per le Comunicazioni e i Media per introdurre i propri servizi nel paese. Tra gli ulteriori accordi figurano un memorandum d’intesa tra Keysight Technologies e il settore privato iracheno, un accordo di cooperazione con PepsiCo, partnership nel campo dell’istruzione, della produzione e del rifornimento farmaceutico, nonché memorandum con KBR, UOP, Polaris, l’Association of Energy Engineers e l’azienda di networking elettronico PPTA. Sono stati inoltre firmati due accordi separati con Frito-Lay per sostenere il settore agricolo iracheno, insieme a partnership con società attive nei settori agricolo, commerciale e industriale. L’azienda energetica statunitense ConocoPhillips ha inoltre concordato l’acquisizione di una quota del 42% nella BP Energy Company of Kirkuk Limited per sostenere la riattivazione dei giacimenti di Baba e Avanah e dei campi petroliferi di Bai Hassan, Jambur e Khabbaz nel nord dell’Iraq. L’Ufficio del Primo Ministro iracheno ha dichiarato che tali accordi stabiliscono un quadro chiaro per la cooperazione economica e finanziaria tra i due paesi, elevano i rapporti bilaterali a un livello più avanzato di partenariato reciprocamente vantaggioso e gettano le basi per una collaborazione a lungo termine più profonda.

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La penisola

La questione non può solo però essere analizzata in termini di rapporti tra Iraq e Stati Uniti. L’ambito è più ampio e tocca anche i cosiddetti Accordi di Abramo. Il memorandum, firmato nel 2020, è stato raccontato come una svolta diplomatica tra Israele e il mondo sunnita. Ma fin dall’inizio il loro significato reale è stato più profondo e meno visibile: non solo normalizzazione politica, bensì il tentativo di ridisegnare le rotte dell’energia globale. Da decenni il sistema energetico si regge su pochi passaggi obbligati. Lo Stretto di Hormuz, il Canale di Suez, il Bab el-Mandeb sono stati - e lo sono ancora oggi visto gli effetti dell’attuale guerra in Iran - i veri cardini di petrolio e gas. Allo stesso tempo, sono stati punti di fragilità estrema: minacciabili, esposti a crisi regionali. È su questa dipendenza strutturale che si innesta la logica di Abramo. L’idea di fondo era - e resta ancora oggi - quella di costruire un’alternativa. Collegare il Golfo al Mediterraneo attraverso una rete terrestre – oleodotti, ferrovie, hub logistici – attraverso Arabia Saudita, Giordania e Israele, trasformando quest’ultimo in un nodo energetico tra Asia ed Europa. In questo schema, infrastrutture già esistenti come l’oleodotto tra Eilat e Ashkelon diventavano elementi di una rete più ampia, mentre progetti più recenti, come il corridoio India–Medio Oriente–Europa, rappresentano l’evoluzione naturale di tale visione. In geopolitica, la differenza tra dipendere da una sola rotta o averne diverse è decisiva.

La Turchia

L’effetto Hormuz era prevedibile, ma non altrettanto gestibile. Così l’Arabia Saudita ha iniziato a muoversi in autonomia. Idem hanno fatto gli Emirati Arabi Uniti che negli ultimi mesi hanno accelerato sul progetto Etihad railway che punta a bypassare Hormuz in direzione Oman. La pipeline tra Iraq, Siria e Mediterraneo a sua volta coinvolge necessariamente la Turchia. Non a caso, in occasione del recente meeting Nato di Ankara, gli usa non hanno solo sbloccato la concessione sei velivoli F 35, ma hanno riconosciuto a Recepp Erdogan un ruolo da interlocutore privilegiato nell’area.

Le nuove rotte puntano in ogni caso verso il Mediterraneo e vedranno Siria, Libano e Israele al primo posto come terminali di affaccio. Hormuz da solo vale 20 milioni di barili al giorno. Se si sommano le opzioni tra Iraq, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si raggiunge una capacità di poco inferiore. La domanda è quanto tempo servirà perché le nuove infrastrutture entrino in servizio? Anni, probabilmente. Nel frattempo l’Europa dovrà fare i conti con aumento prezzi e inflazione. Ciò non significa che nel medio termine non si affaccino opportunità anche per l’Ue e l’Italia. Ad esempio, il futuro immediato dell’Iraq, a partire da ottobre quando terminerà la missione anti Isis, è cruciale.

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