Efficienza idrica fattore competitivo
La tutela dell’acqua è una responsabilità collettiva: pubblico e privato devono lavorare insieme per benefici a cittadini e imprese
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L’acqua è la risorsa che meglio racconta il paradosso della transizione italiana: la conosciamo bene, la usiamo da sempre, eppure continuiamo a trattarla come infinita. Le perdite nella rete distributiva, i cambiamenti climatici, la riduzione delle risorse e la siccità che si fa ricorrente ci dimostrano che il tempo della gestione emergenziale è finito. Serve un cambio di passo strutturale, e le risorse che stanno arrivando all’Italia – dal Pnrr ai fondi di coesione, fino agli incentivi legati al nuovo Piano casa – sono un’occasione che non possiamo permetterci di sprecare.
Chiedilo al Sole
Da neopresidente di Sustainability Makers ((l’associazione dei professionisti e delle professioniste della sostenibilità nelle imprese), ma anche da chi si impegna ogni giorno a rendere più sostenibile un settore “pesante” come quello dell’acciaio, dove l’acqua di processo viene recuperata e riutilizzata in circuito chiuso, posso dire che la circolarità idrica non è un esercizio teorico: è una pratica già disponibile, che va solo estesa e finanziata con coerenza.
Per le imprese, la priorità è investire nell’efficienza idrica come si investe nell’efficienza energetica: misurare i consumi, mappare le perdite, progettare impianti che riutilizzino l’acqua più volte prima di scaricarla. Le industrie dovrebbero considerare l’acqua un indicatore di competitività, non solo di compliance: i mercati e la finanza sostenibile guardano già a questi dati, e le aziende che li ignorano rischiano di restare indietro su accesso al credito e relazioni con i propri fornitori.
Per le famiglie, il piano casa rappresenta un’occasione concreta. Ogni ristrutturazione, ogni nuovo cantiere dovrebbe integrare sistemi di raccolta delle acque piovane, dispositivi di risparmio nei consumi domestici, materiali e tecnologie che riducano sprechi e dispersioni. Non si tratta di gesti simbolici, ma di scelte che incidono sulle bollette e sulla protezione dei territori di fronte a eventi climatici estremi sempre più frequenti.
C’è poi un terzo livello, quello della responsabilità collettiva: pubblico e privato devono lavorare insieme. Le risorse economiche in arrivo non basteranno se non saranno accompagnate da una visione di lungo periodo e da una capacità di esecuzione che, in Italia, è ancora il vero collo di bottiglia. Penso a reti colabrodo che attendono interventi da decenni, a una governance idrica frammentata, a una cultura del riuso che fatica a diffondersi fuori dai settori più avanzati.

