Festival di Cannes

“El ser querido”, film superbo che punta alla Palma d’oro

Mancano diversi giorni e tanti titoli importanti da vedere ancora, ma questo lungometraggio è un serissimo candidato al riconoscimento più prestigioso

di Andrea Chimento

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 Un film da Palma d’oro: certo, mancano ancora diversi giorni e tanti titoli importanti da vedere prima di arrivare sabato sera alla conclusione del Festival di Cannes 2026, ma nel frattempo è stato presentato in concorso un lungometraggio che non può che risultare un serissimo candidato al riconoscimento più prestigioso.

“El ser querido” di Rodrigo Sorogoyen è un’esperienza cinematografica impressionante, un film da brividi capace di regalare emozioni fortissime dalla prima, meravigliosa sequenza (un dialogo di circa venti minuti) fino alle ultime inquadrature.

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Al centro della trama ci sono un padre e una figlia che non si vedono da tantissimi anni. Lui, un regista di fama internazionale, torna a cercare lei, una barista e attrice occasionale, per offrirle una parte importante nel suo nuovo progetto. Quella che potrebbe essere un’opportunità professionale, si trasforma presto in un confronto emotivo inevitabile: sul set emergono segreti, rancori e ferite mai sanate, costringendo entrambi a fare i conti con un passato irrisolto e con il fragile legame che li unisce.

Mescolando il cinema e la vita con una profondità straordinaria, Sorogoyen ci mostra un tentativo di riconciliazione difficile da raggiungere e un gioco di sguardi tra un regista (autoritario e violento) e la sua attrice (timida e insicura) che diventa una metafora perfetta di una relazione padre-figlia impossibile (forse) da sanare.

Tanto coinvolgente da mettere i brividi in diversi passaggi davvero inquietanti, “El ser querido” è una giostra emotiva dolorosa, traumatica e valorizzata dalla gigantesca prova di Javier Bardem.

Sorogoyen aveva già dimostrato il suo talento in serie televisive come “10 capodanni” e in film come “As bestas”, ma con questo film entra definitivamente nel novero dei più grandi autori in attività.

All of a Sudden

Il possibile potere salvifico dell’arte è anche uno dei temi di “All of a Sudden” di Ryusuke Hamaguchi, un altro dei film più interessanti presentati fino a oggi in concorso a Cannes.

Lo si può definire il suo esordio in lingua francese, anche se le lingue si mescolano in quest’opera che richiama alcune dinamiche del suo celebre “Drive My Car”, sia per il tema della comunicazione, sia per le riflessioni in cui il teatro si intreccia con la vita.

Ambientato prevalentemente a Parigi, il film racconta di Marie-Lou, direttrice di una casa di riposo, decisa a introdurre soluzioni all’avanguardia per dare maggior benessere alle persone anziane residenti nell’istituto. Un giorno, per caso, incontra Mari, una regista teatrale giapponese che sta lottando contro il cancro e che la porterà a riflettere sulla sua vita e sulla società in generale.

Liberamente ispirato al reale scambio epistolare tra la filosofa Makiko Miyano e l’antropologa medica Maho Isono, pubblicato nel libro “You and I – The Illness Suddenly Get Worse”, il film è un dramma intimista che mescola traumi personali a ragionamenti collettivi in cui si parla del rapporto tra l’individuo e la società capitalistica circostante.

La carne al fuoco è molta, ma Hamaguchi dà un perfetto equilibrio agli ingredienti, dividendo la sua pellicola in tre atti, inerenti alla relazione che si va a instaurare tra le due donne protagoniste. In un film in cui si parla in modo esplicito di vecchiaia, morte e malattia, Hamaguchi riesce miracolosamente a non risultare mai retorico e arriva a emozionare senza usare alcuna furbizia, ma puntando solo sulla forza delle parole e delle immagini.

In oltre tre ore di visione, “All of a Sudden” non ha sostanzialmente alcun cedimento ed è impressionante il rigore della regia dell’autore giapponese, uno dei talenti più cristallini del cinema asiatico contemporaneo.

Sheep In the Box e Gentle Monster

Un altro film giapponese presentato in concorso è “Sheep In the Box”, nuovo lungometraggio di Hirokazu Kore-Eda, regista vincitore della Palma d’oro nel 2018 con l’indimenticabile “Un affare di famiglia”.

Qui racconta la storia di una coppia che, dopo aver perso il figlio, arriva a sostituirlo con un androide esattamente identico a lui e che conserva tutti i suoi ricordi.

Kore-Eda mantiene il suo classico stile elegante e le tematiche – sul senso della famiglia, in primis – tipiche del suo cinema ci sono tutte, ma in questo caso il risultato rimane vittima di un soggetto di partenza che sa troppo di già visto e di un andamento narrativo troppo altalenante.

Quest’ultimo è anche un limite di “Gentle Monster” di Marie Kreutzer, altro titolo in lizza per la Palma d’oro, con protagonista Léa Seydoux.

L’attrice francese interpreta una pianista di fama internazionale, che si è da poco trasferita in campagna con il figlio e il marito, un filmmaker che ha sofferto di un grave burnout. Mentre la famiglia cerca di ritrovare un equilibrio, una visita improvvisa della polizia sconvolgerà ancora le loro esistenze.

C’è un dilemma etico alla base di questa pellicola che prende il punto di vista della protagonista femminile: fidarsi ancora del marito di cui è innamorata o credere alle pesanti parole della polizia che lo accusa di essere al centro di un traffico di materiale pedopornografico? Coinvolgente nella prima parte, il film cede alla distanza a causa di un eccessivo bisogno di spiegare didascalicamente ciò che è avvenuto, facendo così perdere quel senso di mistero che aveva avvolto le sequenze iniziali. Molto brava, in ogni caso, Léa Seydoux in una pellicola che finisce per risultare incisiva soltanto a metà.

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