Lavoro

Electrolux, il Mimit studia un nuovo punto di partenza

Presidi dei lavoratori davanti a tutti i siti produttivi. Urso convoca azienda, sindacati e istituzioni locali: «Fiduciosi di riuscire a risolvere la vertenza limitando impatti produttivi e occupazionali»

di Cristina Casadei

Operai in sciopero nello stabilimento Electrolux di Cerreto d'Esi in provincia di Ancona dopo l'annuncio dell'azienda di voler chiudere il sito nell'ambito di un piano complessivo da 1.700 esuberi. (Ansa)

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«Il piano presentato dall’azienda è inaccettabile». Il giorno dopo l’annuncio di 1.700 esuberi da parte di Electrolux, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha convocato «l’azienda, i sindacati e le Regioni per il 25 maggio per affrontare anche questa crisi».

La crisi degli elettrodomestici

La produzione degli elettrodomestici e la loro innovazione nel tempo hanno una storia che si intreccia fortemente con quella dell’industria del nostro Paese. Negli ultimi due decenni è stata però progressivamente erosa dall’avanzata dei produttori asiatici, che giocano un altro campionato soprattutto dal punto di vista dei costi e delle regole. In Cina non sanno nemmeno cosa siano la gran parte delle regolamentazioni ambientali Ue, il costo del lavoro non è certamente paragonabile né a quello italiano, né a quello di nessun altro Paese europeo, come anche il costo dell’energia, delle materie prime, tutti fattori che messi insieme sono capaci di generare la tempesta perfetta che fa saltare i conti delle aziende in una fase in cui il consumatore medio in Europa non ha i budget sufficienti da spendere su elettrodomestici di livello premium. Secondo quanto spiega lo stesso Urso, la crisi del settore degli elettrodomestici «è frutto anche delle scelte perverse e ideologiche del Green Deal, che han no esposto il mercato e la produzione europea alla concorrenza selvaggia e sleale della Cina». Per questo il ministro chiede una revisione delle regole europee: «Il tema dell’elettrodomestico l’ho già posto ai commissari competenti, perché ritengo che anche questo settore sia strategico e l’Europa non possa rinunciarvi».

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Il supporto associativo e la disponibilità dei manager

La Presidente di Confindustria Venesto Est, Paola Carron, dice: «Seguiamo con attenzione e supportiamo l’azienda nell’individuazione delle più opportune soluzioni. Bene la convocazione del tavolo di crisi al Mimit». La situazione che riguarda Electrolux rappresenta «un tema di assoluta rilevanza per l’occupazione e per l’intero sistema manifatturiero del Veneto. Per questo stiamo seguendo con grande attenzione l’evolversi della vicenda, supportando l’azienda nell’individuazione delle più opportune soluzioni che possano consentire un recupero di efficienza e al contempo ridurre l’impatto sociale». È fondamentale che al Mimit «si apra un confronto serio e trasparente tra azienda, istituzioni e parti sociali, per fare chiarezza sulle prospettive industriali del gruppo e tutelare occupazione, competenze e capacità produttiva. Come Confindustria Veneto Est continueremo a seguire da vicino tutti gli sviluppi, sollecitando al contempo una seria e non procrastinabile riflessione sulle condizioni di competitività del nostro Paese e dell’Europa in generale». Il presidente di Federmanager, Valter Quercioli, parla di «riorganizzazione produttiva inaccettabile nel merito e nel metodo», soprattutto perché «la produzione di elettrodomestici costituisce da decenni un asset centrale del nostro tessuto produttivo e da anni, ormai, soffre una crisi diffusa in tutta Europa per un calo strutturale della domanda e, contestualmente, la necessità di fare fronte all’aumento continuo dei costi energetici e delle materie prime. In questo quadro, non sono più rinviabili interventi strutturali di sostegno al settore, a livello nazionale e comunitario, in grado di dare risposte concrete con cui fronteggiare la crescente pressione competitiva globale». Da manager, Quercioli aggiunge che la disponibilità «a dare il nostro contributo a definire un piano industriale di recupero della redditività che non sia impostato solo sui tagli ma che abbia il proprio focus su ricerca avanzata e produzioni ad alto valore aggiunto».

In meno di due anni due grandi riorganizzazioni

In meno di due anni arriva al Mimit la seconda grande crisi nel settore degli elettrodomestici, dopo quella di Beko che si era aperta con quasi 2mila esuberi per chiudersi con un accordo ad aprile del 2025 dove gli esuberi erano 700 in meno e c’erano però 300 milioni di investimenti nel nostro Paese. Chiusa una vertenza, quella di Beko, con l’ultimo incontro di aggiornamento, avvenuto a fine aprile, al Mimit si ricomincia con un’altra vertenza, quella di Electrolux che sta riorganizzando le proprie attività in giro per il mondo, oltre che in Italia, e concentrandosi su partnership internazionali, anche asiatiche.

La partnership con Midea

Secondo le informazioni rese note dalla stessa multinazionale, recentemente è stato chiuso uno stabilimento a Santiago del Cile e lo stabilimento ungherese, mentre quello di Anderson, in South Carolina, al momento continua a produrre frigoriferi. Nei prossimi mesi, entro luglio 2026, verrà dismessa questa produzione, che sarà sostituita da quella delle lavatrici, già nella prima metà del 2027: il passaggio avviene nell’ambito della joint venture con i cinesi di Midea group, gestita al 55% dalla multinazionale svedese e al 45% dal gruppo cinese.

Gli stabilimenti

Per l’Italia la multinazionale, almeno ufficialmente, non ha mai parlato ai sindacati di volumi, tantomeno di volumi e occupati sito per sito. L’unica certezza è la chiusura del sito marchigiano di Cerreto d’Esi da cui escono quasi 80mila cappe da cucina alto di gamma all’anno e lavorano 158 persone. Ieri all’ingresso dello stabilimento c’era molta incredulità e rabbia per l’annuncio di una chiusura che arriva a poche settimane dal raggiungimento dei target previsti. Previsti però molti mesi fa e non più sufficienti per considerare strategico e sostenibile il sito. Quanto agli altri, ci sarà un progressivo efficientamento che non risparmierà nessuno: a Susegana, in Veneto, lavorano 1.100 persone che producono frigoriferi da incasso, a Porcia ci sono 1.300 persone impegnate nella produzione di lavatrici e lavasciuga, a Forlì dove si fanno piani cottura e forni sono in 950, a Solaro poco più di 700 sono impegnate nella produzione di lavastoviglie e per finire ci sono i 158 di Cerreto d’Esi. Nel complesso, considerati anche i centri direzionali, la multinazionale dà lavoro a circa 4.500 persone nel nostro Paese e in tempi nemmeno così remoti ha fatto importanti investimenti.

Gli ultimi investimenti in Italia

Ne ricordiamo un paio, avvenuti a valle di due accordi sindacali molto sofferti che hanno previsto un miglioramento della produttività significativo. Nel 2023 Electrolux ha investito 102 milioni di euro sulle linee di produzione di lavastoviglie a Solaro e sempre nello stesso anno ha investito altri 110 milioni di euro a Susegana, dopo i 130 milioni di euro di 4 anni prima. Questo ha reso i siti più competitivi ma non abbastanza sullo scacchiere internazionale, dove appare invece centrale la partnership con i cinesi di Midea che prevede tre joint venture, due produttive e una commerciale e riguarda dal punto di vista geografico esclusivamente il Nord America (Stati Uniti e Canada), e dal punto di vista dei prodotti, frigoriferi e lavatrici.

La gestione delle crisi

Data anche la gestione del tavolo Beko, il ministro Urso si dice fiducioso sulla possibilità di trovare una soluzione: «Speriamo che sia l’ennesima crisi che risolviamo, perché quando siamo giunti al governo c’erano oltre 50 tavoli di crisi con circa 80mila lavoratori a rischio. Ne abbiamo risolti oltre 40 e oggi i tavoli di crisi sono fortemente ridotti». Urso rivendica il lavoro svolto dal ministero anche in altri dossier industriali: «Abbiamo sempre tutelato i lavoratori e anche gli stabilimenti produttivi. Lo dimostra anche il caso Whirlpool-Beko: lo abbiamo risolto tutelando i lavoratori e tutti i siti produttivi italiani, mentre la stessa azienda chiudeva stabilimenti in Polonia e Gran Bretagna». Il ministro cita anche altre vertenze come Piaggio Aerospace e La Perla che sembravano impossibili ma alla fine hanno trovato un nuovo punto di partenza.

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