Emirati e India avviano la filiera dell’alluminio
Investimento congiunto da 11,5 miliardi di dollari tra Adani Enterprises e International Holding Company per realizzare nello Stato dell’Orissa un ecosistema integrato. Materie prime, produzione e logistica. Un tassello verso il corridoio Imec
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Emirati Arabi Uniti e India assieme per contare nel mercato dell’alluminio. L’annuncio di un investimento congiunto da 11,5 miliardi di dollari tra Adani Enterprises e la emiratina International Holding Company (IHC) per realizzare nello Stato dell’Orissa, nell’India orientale, un ecosistema integrato dell’alluminio non rappresenta soltanto una notizia industriale. Indica un importante segnale di riassetto nel settore delle materie prime necessarie per la manifattura avanzata e, di conseguenza, per la transizione energetica. Il progetto prevede la costruzione di una raffineria di allumina da 4 milioni di tonnellate l’anno, di una fonderia da 2 milioni di tonnellate, di un parco industriale downstream da 1 milione di tonnellate e di una dotazione energetica molto ampia, composta da 4.000 megawatt di capacità captive e da 400 megawatt di energia verde.
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La scelta dell’Orissa non è casuale. Lo Stato indiano concentra risorse minerarie, disponibilità di terra industriale e accesso logistico al mare. In un contesto globale in cui le catene del valore sono sempre più esposte a tensioni geopolitiche, strozzature commerciali e spinte protezionistiche, costruire un polo integrato vicino alle fonti di materie prime e ai porti significa guadagnare controllo, tempi e margini. Non solo. L’asse con il Golfo è altrettanto interessante. IHC porta in dote risorse finanziarie e una logica di investimento di lungo periodo, meno legata ai ritorni immediati dei mercati e più orientata al presidio di asset strategici. Adani, dal canto suo, offre radicamento sul territorio, infrastrutture e una piattaforma industriale già consolidata in settori chiave come energia, logistica e materie prime. Insieme, i due gruppi puntano a costruire una catena del valore che non dipenda in modo eccessivo dalle tradizionali architetture economiche occidentali.
Gli accordi
L’asse industriale tra India ed Emirati Arabi Uniti, favorita anche dal Cepa, l’accordo di partenariato tra i due Paesi siglato nel 2022, potrebbe essere letto come un tassello della più ampia trasformazione dell’ordine economico. Sempre più articolato in poli regionali capaci di integrarsi lungo filiere strategiche. In quest’ottica, il polo dell’Orissa rappresenterebbe un’infrastruttura chiave per rendere più autonoma la produzione di alluminio, metallo considerato essenziale per l’industria manifatturiera, l’aerospazio e la transizione energetica. Serve per alleggerire i veicoli, per le infrastrutture elettriche, per il packaging, per i pannelli solari, per numerose applicazioni industriali ad alta intensità tecnologica. Produrre alluminio richiede enormi quantità di energia. La combinazione tra termoelettrico e rinnovabili, alla base del polo, prova a rispondere a due esigenze in apparenza opposte: garantire continuità operativa a un settore energivoro e, allo stesso tempo, prepararsi a standard ambientali più severi sui mercati internazionali.
Gli obiettivi
L’obiettivo è chiaramente quello di trasformare la bauxite in prodotto finito riducendo la dipendenza da fornitori esterni. Non mancano, ovviamente, le incognite. Un complesso di queste dimensioni richiede tempi lunghi, autorizzazioni, tenuta finanziaria e una logistica articolata. Tanto che un investimento di questa scala non si misura solo con il prezzo dell’alluminio, ma anche con la stabilità delle rotte commerciali, con la sicurezza informatica degli impianti, con la volatilità monetaria. Il riferimento alla sicurezza non è secondario. Gli impianti industriali di questa natura sono sistemi digitali oltre che fisici: reti di controllo, software, automazione, gestione remota. Questo li espone a vulnerabilità nuove, dai sabotaggi informatici allo spionaggio industriale. Allo stesso modo, la dipendenza dai collegamenti portuali e dalle rotte oceaniche rende centrale la protezione della logistica. Presto per dire quanto la joint venture e il progetto a valle possano inserirsi nei grandi giochi della geopolitica. E come possano influenzare l’autonomia strategica dei due Paesi. O addirittura inserirsi nel grande schema del corridoio Imec. Il percorso sembra però portare in questa direzione.

