Mind the Economy/Justice 162

Emozioni pubbliche e responsabilità collettive

Life in Groups. How We Think, Feel, and Act Together di Margaret Gilbert

10' di lettura

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Una commissione deve scegliere il candidato migliore per un incarico. I commissari sono sei. Tre, incerti, si astengono. Uno vota contro. Soltanto due votano a favore del candidato Mario Rossi. La procedura stabilita in precedenza, tuttavia, considera decisiva la maggioranza tra i voti espressi: due contro uno. Al termine della riunione, dunque, la posizione ufficiale della commissione è che Rossi sia il candidato migliore. La conclusione ci appare perfettamente naturale e, insieme, sottilmente paradossale. La commissione “crede” che Rossi sia il migliore, ma soltanto due dei suoi sei membri lo credono personalmente. Nessuno sta mentendo o dissimulando il proprio giudizio. Gli incerti si sono astenuti, un commissario vota contro, i favorevoli a favore. Eppure, ciò che la commissione “pensa” non coincide con ciò che pensa la maggioranza dei commissari. Che cosa significa, allora, attribuire una credenza a una commissione? Qual è il soggetto di quella credenza? Chi è il soggetto di quella credenza? Esiste forse, accanto alle menti dei commissari, una settima mente invisibile che aleggia sulla sala della riunione? È a domande simili a queste che Margaret Gilbert cerca di trovare una risposta nel suo Life in Groups. How We Think, Feel, and Act Together (Oxford University Press, 2023). Le famiglie progettano, i governi decidono, i partiti programmano, le imprese attribuiscono valore, le squadre si entusiasmano, i popoli provano orgoglio, paura e vergogna. Il nostro linguaggio è popolato da soggetti plurali ai quali attribuiamo intenzioni, credenze, emozioni e valori. E lo facciamo senza percepire alcuna anomalia. Diciamo abitualmente “abbiamo deciso”, “crediamo che sia giusto”, “siamo indignati” con la stessa naturalezza con cui diciamo “ho deciso”, “credo”, “sono indignato”. La Gilbert chiama questi enunciati collective psychological statements. La sua tesi iniziale è che vi siano “validi motivi per ritenere che non si tratti semplicemente di sintesi delle intenzioni, delle convinzioni e così via dei singoli membri del gruppo. Né (…) che gli individui in questione abbiano di per sé intenzioni corrispondenti” (p. 1). Queste “affermazioni psicologiche collettive” non riassumono, cioè, ciò che accade dentro le singole menti. Ma non postulano neppure una coscienza sovraindividuale. La mente collettiva esiste senza mistero perché non è una sostanza distinta dalle persone che compongono il gruppo. È una struttura di relazioni normative. Un modo in cui più individui si vincolano a parlare, giudicare e agire come le parti di un unico soggetto.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Una credenza che non appartiene a nessuno

La prima interpretazione da respingere è quella “aggregativa”. Secondo questa interpretazione, dire che un gruppo crede che p significherebbe semplicemente dire che tutti, o almeno la maggioranza dei suoi membri, credono personalmente che p. Ma questa condizione, osserva Gilbert, non è né necessaria né sufficiente. Non è necessaria, come mostra il caso della commissione. Una procedura riconosciuta può produrre una posizione collettiva diversa dalle opinioni individuali della maggioranza. Ma non è neppure sufficiente. Supponiamo che tutti i componenti di un gruppo di lettura considerino eccellente una poesia, senza averne mai parlato tra loro. Ognuno la apprezza, ma il gruppo, come tale, non ha ancora espresso alcun giudizio. Esiste una convergenza di credenze individuali, non ancora una credenza della collettività. La differenza emerge nel momento in cui qualcuno dice: “È una poesia straordinaria” e gli altri manifestano il loro assenso. Da quel momento la valutazione può diventare la posizione del gruppo. Non occorre che ciascuno abbia interiormente raggiunto la stessa convinzione. Occorre che i membri abbiano assunto quella proposizione come credenza comune, impegnandosi a comportarsi, nelle circostanze appropriate, come rappresentanti di un unico soggetto che la ritiene vera.

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La formulazione tecnica della Gilbert è che un gruppo crede che p quando i suoi “membri si impegnano congiuntamente a credere, in quanto gruppo, che p” (p. 78). L’espressione “in quanto gruppo” non allude a una fusione delle coscienze. I membri non devono fondersi, perdere la propria coscienza o sperimentare gli stessi stati interiori. Devono piuttosto essere disposti a rappresentare pubblicamente una determinata posizione come posizione del gruppo. Un commissario può quindi dire: “La commissione ritiene Mario Rossi il candidato migliore, anche se personalmente resto dubbioso”. Non c’è contraddizione. Nella prima parte della frase parla in quanto commissario mentre nella seconda in proprio nome. L’avverbio “personalmente” segnala il passaggio tra due differenti livelli di attribuzione. Questa distinzione consente anche di separare “credenza” da “accettazione collettiva.” Un comitato può accettare, ai soli fini di una discussione, l’ipotesi che l’unico bar della città chiuda entro un anno, senza ritenerla vera. In questo caso il gruppo non crede alla chiusura, ma assume provvisoriamente la proposizione per esplorarne le conseguenze. Le collettività possono sia credere sia accettare e non vi è ragione di ridurre ogni credenza collettiva a una convenzione operativa. Anche le credenze collettive possono essere valutate in rapporto alle prove, alla coerenza e alla verità.

Noi crediamo

Questa impostazione aiuta a capire perché le credenze collettive siano tanto resistenti. Una convinzione personale può essere abbandonata quando cambiano le prove o quando il soggetto cambia idea. Le credenze di gruppo, invece, sono incorporate in una rete di ruoli, aspettative e pratiche linguistiche. Chi le contesta non mette semplicemente in circolazione una proposizione alternativa. Interrompe il modo nel quale il gruppo ha imparato a descriversi. È per questo che il dissenso richiede spesso un preambolo necessario ad esplicitare la prospettiva come, per esempio “parlo a titolo personale”, “non è la posizione dell’associazione” o “quello che sto per dire non rappresenta il partito”. La precisazione protegge il dissenziente dall’accusa di avere parlato impropriamente a nome del gruppo. Ma segnala anche il costo della presa di distanza. Colui che insiste nel marcare la distanza tra la propria opinione e quella collettiva può essere percepito come inaffidabile, sleale e non più pienamente “uno di noi”.

La Gilbert utilizza questa struttura per interpretare anche la stabilità dei paradigmi scientifici. Una comunità di ricerca non è soltanto un insieme di studiosi che, separatamente, giudicano vera la stessa teoria. È una rete che ha assunto collettivamente determinate ipotesi, criteri di prova, problemi rilevanti e metodi legittimi. Questa stabilità svolge una funzione epistemica essenziale. Permette, infatti, di approfondire una teoria, esplorarne le conseguenze e accumulare conoscenze. Ma può diventare una barriera contro la generazione e la valutazione imparziale delle alternative. Il problema non è necessariamente la chiusura mentale dei singoli scienziati. Anche ricercatori personalmente aperti possono trovarsi dentro un sistema di credenze che stabilisce in anticipo quali domande siano sensate, quali prove siano pertinenti e quali obiezioni possano essere prese sul serio. La forza del paradigma non dipende soltanto dal numero dei suoi sostenitori, ma dall’essere diventato il punto di vista dal quale la comunità osserva, nomina e giudica i fenomeni. Ciò vale, con conseguenze ancora più evidenti, per le auto-rappresentazioni politiche: “La nostra è una società accogliente”, “qui tutti partono dalle stesse condizioni”, “noi non discriminiamo”. Queste proposizioni possono funzionare come credenze collettive anche quando molti cittadini, individualmente, ne dubitano e quando una grande quantità di dati le smentisce. La loro forza non consiste soltanto nell’essere credute. Consiste nell’organizzare il linguaggio attraverso il quale la società interpreta i propri risultati. Chi, dati alla mano, smentisce tali affermazioni non sta solamente aggiungendo nuove informazioni, ma sta contraddicendo la storia che la collettività racconta su sé stessa. Per questo la critica sociale incontra resistenze che non sono soltanto cognitive. Dire che la nostra società non è accogliente o che discrimina può essere percepito come un’aggressione all’identità comune. Il riconoscimento di un’ingiustizia può essere percepito come un atto di slealtà, quasi che correggere l’immagine del gruppo equivalga a tradirlo.

Sentire insieme senza un cuore collettivo

Il ragionamento diventa ancora più impegnativo quando dalle credenze si passa alle emozioni. Possiamo accettare che una commissione deliberi o che un’impresa abbia una strategia, ma che cosa significa dire che una squadra è entusiasta, una nazione è orgogliosa o un popolo prova indignazione? Le emozioni sembrano presupporre un’esperienza cosciente, mentre un gruppo non possiede un corpo o un sistema nervoso. Anche qui la Gilbert rifiuta sia la prospettiva dell’aggregazione sia quella del misticismo. Non basta che tutti i membri, personalmente, provino una data emozione perché esista un’emozione collettiva. Un insieme di persone può provare individualmente vergogna per ciò che il proprio paese ha fatto e, tuttavia, continuare a partecipare a un discorso pubblico nel quale quel torto viene negato. In tal caso esistono molti sentimenti personali, ma non ancora un rimorso della collettività. Viceversa, un gruppo può assumere una posizione di rimorso anche se alcuni membri non sperimentano interiormente il sentimento corrispondente. Il rimorso collettivo nasce quando la collettività riconosce come propria una condotta, la giudica sbagliata e si impegna a esprimere tale giudizio attraverso parole e azioni adeguate. Non richiede che ogni cittadino provi personalmente una fitta di dolore. Richiede che il gruppo assuma il passato come parte della propria storia normativa e ne tragga conseguenze per il presente. Questa distinzione è essenziale nei processi di riconciliazione. Il sentimento privato, per quanto sincero, resta politicamente insufficiente se non diventa riconoscimento pubblico. Ma anche una dichiarazione ufficiale di rimorso è vuota quando non modifica programmi scolastici, leggi, risarcimenti e pratiche istituzionali. L’emozione collettiva non è uno stato occulto. Si manifesta nel modo in cui la collettività riorganizza il proprio rapporto con ciò che ha fatto.

Un esempio particolarmente interessante riguarda il rapporto di uno Stato con il proprio passato. Quando l’Italia ricorda e condanna le leggi razziali del 1938, chi è esattamente il soggetto di quel giudizio? Non i cittadini italiani di oggi considerati individualmente: quasi nessuno di loro partecipò alla loro approvazione e molti non erano ancora nati. Eppure appare perfettamente sensato affermare che “l’Italia” privò una parte dei propri cittadini dei diritti civili, li espulse dalle scuole e dalle università, li escluse dalla vita pubblica e contribuì alla loro persecuzione. Ed è sensato anche dire che l’Italia debba riconoscere, ricordare e deplorare quella responsabilità. Qui il rimorso collettivo non è la somma dei rimorsi individuali. È un atteggiamento attribuito a un soggetto politico che persiste nel tempo, nonostante il ricambio delle generazioni. Lo Stato può prendere posizione rispetto alle proprie azioni passate perché conserva una continuità istituzionale attraverso la quale decisioni, responsabilità e obblighi possono attraversare il tempo. Dire “noi abbiamo sbagliato” non significa imputare una colpa personale a ogni italiano contemporaneo; significa riconoscere una continuità istituzionale e morale entro la quale il passato continua a generare obblighi nel presente. Naturalmente può esserci anche simulazione. Un governo può pronunciare scuse opportunistiche senza riconoscere davvero il torto. Ma la possibilità della menzogna collettiva non dimostra che non esistano stati psicologici collettivi, così come la possibilità che una persona menta sul proprio dolore non dimostra che il dolore individuale non sia reale. Mostra, piuttosto, che anche i gruppi possono produrre una distanza tra la rappresentazione che offrono di sé e le conseguenze che sono disposti a trarne. 

Quando i valori orientano le menti

Il passaggio dalle credenze ai valori consente alla Gilbert di analizzare anche il comportamento delle organizzazioni. Di fronte a uno scandalo aziendale siamo portati a cercare le “mele marce”, i dirigenti avidi e i funzionari corrotti e privi di scrupoli. Una spiegazione del genere può essere corretta ma incompleta. Un’impresa, infatti, può attribuire collettivamente un valore assoluto alla crescita dei profitti anche se molti dei suoi dipendenti, nella vita privata, riconoscono limiti morali alla ricerca del guadagno. Il valore collettivo agisce attraverso ciò che viene premiato, ciò che viene taciuto, le ragioni considerate ammissibili e il linguaggio nel quale ogni decisione deve essere tradotta. Un dirigente può preoccuparsi degli effetti ambientali di un investimento, ma capire che quella preoccupazione sarà presa sul serio soltanto se riuscirà a presentarla come rischio reputazionale o costo futuro. La ragione morale non viene necessariamente confutata. Viene esclusa dal vocabolario delle ragioni rilevanti. La pressione esercitata dai valori comuni può indurre le persone prima a dissimulare le proprie riserve, poi a non esprimerle e infine a non formularle più neppure a sé stesse. Chi è costretto ogni giorno a ragionare esclusivamente nei termini dell’obiettivo dominante può gradualmente perdere la capacità di vedere ciò che quel vocabolario esclude. Il gruppo non si limita a disciplinare le azioni ma contribuisce a delimitare l’orizzonte di ciò che essi riescono a credere, valutare e sentire.  

È su questo piano che la psicologia collettiva incontra il tema della giustizia. Un ordine ingiusto non sopravvive soltanto grazie alla coercizione o all’interesse di chi ne beneficia. Ha bisogno di credenze che lo rappresentino come naturale, di valori che lo rendano desiderabile e di emozioni che stabiliscano chi meriti ammirazione, compassione, vergogna o disprezzo. Ha bisogno di un “noi crediamo” capace di nascondere le contraddizioni, di un “noi preferiamo” che trasformi interessi particolari in obiettivi comuni e di un’assenza pubblicamente organizzata di colpa che renda superflua la riparazione. La critica dell’ingiustizia è quindi anche un intervento sulle forme della mente collettiva. Deve rendere nuovamente discutibile ciò che il gruppo considera ovvio, separare le credenze comuni dalle prove che dovrebbero sostenerle, preservare uno spazio istituzionale per il dissenso e trasformare emozioni private in riconoscimenti pubblici. Una società autenticamente democratica è una società nella quale il soggetto plurale rimane esposto alla possibilità della revisione e nella quale il dissenso dei membri non viene immediatamente interpretato come una fuoriuscita dal “noi”

L’intuizione forse più fertile di Gilbert non consiste nell’attribuire ai gruppi una mente simile alla nostra, ma che le nostre menti individuali vivono dentro forme collettive di pensiero, valutazione e sentimento e che queste forme collettive contribuiscono a orientare le menti individuali. Non esiste un cervello del gruppo. Esistono però credenze che nessun individuo possiede da solo, emozioni che nessun sentimento privato basta a costituire e valori che continuano ad agire anche quando molti membri non li condividono intimamente. Conclude la Gilbert affermando che le credenze collettive “saranno difficili da evitare in ogni vita associata e rappresenteranno, inevitabilmente, forze con le quali fare i conti” (p. 309).  Per questo il punto, allora, non è tanto stabilire se un gruppo possa davvero pensare, decidere o sentire, ma comprendere a quali condizioni i suoi atteggiamenti possano essere corretti. Una credenza condivisa può persistere anche quando molti membri iniziano a dubitarne; una decisione comune può continuare a vincolare anche dopo che le ragioni originarie si sono indebolite; un sentimento collettivo può selezionare ciò che merita attenzione e ciò che resta escluso dalla percezione pubblica. Per questo la qualità di un soggetto plurale dipende allora anche dalle procedure attraverso le quali il dissenso individuale può modificare il suo orientamento. La razionalità collettiva non coincide con l’assenza di conflitto, ma con la capacità istituzionale di trasformare informazioni discordanti in revisione delle credenze, delle decisioni e delle responsabilità comuni. 

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Vittorio Pelligra, Professor of Economics, Director, C-BASS, Center for Behavioral and Statistical Sciences

Department of Economics and Business, University of Cagliari - pelligra@unica.it

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