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Energia, l’ora di un progetto europeo

di Pierpaolo Mastromarini

 (Adobe Stock)

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C’è una domanda che i leader europei dovrebbero porsi con franchezza: quante delle crisi attuali — dall’inflazione alle guerre, dall’instabilità geopolitica alla competitività industriale — affondano le radici nella mancanza di una vera politica energetica europea? Si moltiplicano i vertici sulla difesa comune, si discute di miliardi per riarmare il continente, si elaborano piani per colmare il gap tecnologico con gli Stati Uniti. Ma sarebbe anche onesto ricordare che la guerra in Ucraina, cosi’ come le tensioni in Iran, sono oggi di difficile soluzione anche a causa dell’energia.

Il controllo delle risorse energetiche è non soltanto una leva di potere geopolitico, ma garantisce una posizione di forza a qualsiasi tavolo di trattativa. Appare chiaro che accanto agli investimenti nella difesa dunque, l’Europa dovrebbe considerare quelli per raggiungere la propria autonomia energetica.

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Quando le borse straniere hanno minacciato la sovranità finanziaria del continente, Bruxelles ha risposto con il progetto dell’Unione dei Mercati dei Capitali. Con le guerre alle porte d’Europa, i Ventisette hanno aperto i cordoni della borsa per la difesa comune. Quando il gap tecnologico con le grandi piattaforme americane è diventato abissale, il Rapporto Draghi ha suonato la sveglia per un rilancio degli investimenti in innovazione e competitività. Ma non solo: Draghi ha anche raccomandato la creazione di un’”Unione dell’Energia”, ma chi ne ha dato poi seguito?

Una competenza divisa, un mercato incompiuto

Il punto di partenza è giuridico, prima ancora che economico. La politica energetica europea è una competenza concorrente tra l’Unione e gli Stati membri (art. 194 del Trattato sul Funzionamento dell’UE: l’UE fissa gli obiettivi e le regole del mercato interno, gli Stati conservano il diritto di scegliere il proprio mix energetico e di gestire le proprie risorse. In teoria, un equilibrio ragionevole, in pratica, una fonte inesauribile di conflitti e inefficienze.

Il meccanismo che avrebbe dovuto ovviare a questi squilibri si chiama “Market Coupling” e trova il proprio fondamento principale nel Regolamento (UE) 2019/943 , obbligatorio per tutti gli Stati membri per far convergere i prezzi tra Paesi e consentire all’energia più economica di fluire dove costa di più. Questo meccanismo però, funziona solo fino al limite fisico dei cavi di interconnessione. Quando quella capacità si esaurisce — e in Italia accade sistematicamente nelle ore di punta — i mercati si disaccoppiano, i prezzi divergono e il consumatore continua a pagare un premio strutturale più alto rispetto alla media europea.

Cosa fare adesso

La politica energetica europea dovrebbe muoversi su quattro direttrici. La prima è il potenziamento massiccio delle interconnessioni elettriche. I progetti già identificati devono diventare priorità assoluta di spesa europea, finanziate con strumenti comuni sul modello del Next Generation EU. La seconda è lo sviluppo accelerato dei sistemi di accumulo per risolvere il problema dell’intermittenza delle rinnovabili. La terza è la riforma profonda del mercato elettrico, con contratti a lungo termine e un Capacity Market europeo con clausole di decadenza progressiva per gli impianti fossili. La quarta direttrice, la più delicata, è un approccio pragmatico e temporaneo tra accelerazione nello sviluppo delle rinnovabili insieme alla gestione delle infrastrutture del gas come disciplina combinata in transizione.

Gli investimenti nelle infrastrutture esistenti del gaso infatti potrebbero essere ancora giustificati per un orizzonte di 15/20 anni, ma servono strumenti finanziari e contrattuali capaci di incorporare il phase-out già al momento della sottoscrizione. Ad esempio, i contratti take-or-pay possono essere riformulati con clausole di riduzione progressiva dei volumi garantiti, che riducono i flussi di entrata automaticamente quando il gas non è più strutturalmente necessario.

Anche le operazioni di project financing possono essere adattate all’orizzonte limitato del gas attraverso un ammortamento accelerato del debito nei primi anni per poi ridurre progressivamente l’esposizione residua. Fondi di decommissioning obbligatori garantirebbero invece le risorse per la dismissione o la riconversione.

Tutto ciò deve essere accompagnato da un massiccio investimento e messa a terra di infrastrutture green, dove siamo ancora irrimediabilmente in ritardo.

L’energia è da sempre il motore dell’integrazione europea: fu il carbone e l’acciaio a gettare le fondamenta della CECA nel 1951. 75 anni dopo, è di nuovo l’energia a mettere alla prova la capacità dell’Europa di fare squadra. La sveglia ha suonato, non possiamo permetterci ulteriori rinvii.

Pierpaolo Mastromarini, partner del Dipartimento Banking & Finance di BIrd & BIrd

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