Energia, l’ora di un progetto europeo
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C’è una domanda che i leader europei dovrebbero porsi con franchezza: quante delle crisi attuali — dall’inflazione alle guerre, dall’instabilità geopolitica alla competitività industriale — affondano le radici nella mancanza di una vera politica energetica europea? Si moltiplicano i vertici sulla difesa comune, si discute di miliardi per riarmare il continente, si elaborano piani per colmare il gap tecnologico con gli Stati Uniti. Ma sarebbe anche onesto ricordare che la guerra in Ucraina, cosi’ come le tensioni in Iran, sono oggi di difficile soluzione anche a causa dell’energia.
Il controllo delle risorse energetiche è non soltanto una leva di potere geopolitico, ma garantisce una posizione di forza a qualsiasi tavolo di trattativa. Appare chiaro che accanto agli investimenti nella difesa dunque, l’Europa dovrebbe considerare quelli per raggiungere la propria autonomia energetica.
Quando le borse straniere hanno minacciato la sovranità finanziaria del continente, Bruxelles ha risposto con il progetto dell’Unione dei Mercati dei Capitali. Con le guerre alle porte d’Europa, i Ventisette hanno aperto i cordoni della borsa per la difesa comune. Quando il gap tecnologico con le grandi piattaforme americane è diventato abissale, il Rapporto Draghi ha suonato la sveglia per un rilancio degli investimenti in innovazione e competitività. Ma non solo: Draghi ha anche raccomandato la creazione di un’”Unione dell’Energia”, ma chi ne ha dato poi seguito?
Una competenza divisa, un mercato incompiuto
Il punto di partenza è giuridico, prima ancora che economico. La politica energetica europea è una competenza concorrente tra l’Unione e gli Stati membri (art. 194 del Trattato sul Funzionamento dell’UE: l’UE fissa gli obiettivi e le regole del mercato interno, gli Stati conservano il diritto di scegliere il proprio mix energetico e di gestire le proprie risorse. In teoria, un equilibrio ragionevole, in pratica, una fonte inesauribile di conflitti e inefficienze.
Il meccanismo che avrebbe dovuto ovviare a questi squilibri si chiama “Market Coupling” e trova il proprio fondamento principale nel Regolamento (UE) 2019/943 , obbligatorio per tutti gli Stati membri per far convergere i prezzi tra Paesi e consentire all’energia più economica di fluire dove costa di più. Questo meccanismo però, funziona solo fino al limite fisico dei cavi di interconnessione. Quando quella capacità si esaurisce — e in Italia accade sistematicamente nelle ore di punta — i mercati si disaccoppiano, i prezzi divergono e il consumatore continua a pagare un premio strutturale più alto rispetto alla media europea.







