Il vicinato prossimo

Energia, porti e Corridoio VIII nei Balcani: la vera frontiera adriatica

La sicurezza industriale italiana non termina sulle coste pugliesi o dell’Abruzzo, ma prosegue attraverso Montenegro, Albania, Macedonia, Serbia e Bulgaria, fino al Mar Nero. Il collegamento elettrico Italia-Montenegro e il Corridoio VIII sono analizzati come infrastrutture separate. Il primo appartiene alla politica energetica; il secondo ai trasporti, all’allargamento Ue e alla mobilità militare della Nato. Vanno però letti assieme

Le dorsali elettriche e il Corridoio VIII, basato su  logistica e porti

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L’Italia sta trasferendo oltre l’Adriatico una parte crescente della propria profondità energetica, logistica e militare. Non attraverso una scelta formalizzata in un unico piano nazionale, ma mediante la progressiva integrazione di cavi elettrici, porti, ferrovie, strade, stazioni di trasformazione, sistemi digitali e corridoi a duplice uso. Il risultato potrebbe una nuova geografia strategica: la sicurezza industriale italiana non termina più sulle coste pugliesi, ma prosegue attraverso il Montenegro, l’Albania, la Macedonia del Nord e la Bulgaria, fino al Mar Nero. Il collegamento elettrico Italia-Montenegro e il Corridoio VIII vengono generalmente analizzati come infrastrutture separate. Il primo appartiene alla politica energetica; il secondo ai trasporti, all’allargamento europeo e, sempre più chiaramente, alla mobilità militare della Nato. Vanno però letti assieme. Il cavo sottomarino collega il sistema elettrico nazionale alle reti dei Balcani occidentali. Il Corridoio VIII collega i porti dell’Italia meridionale all’Albania, alla Macedonia del Nord, alla Bulgaria e al Mar Nero. Entrambi dipendono dalle medesime condizioni: continuità dell’alimentazione, interoperabilità tecnologica, rapidità delle frontiere, disponibilità dei trasporti, manutenzione e controllo dei nodi critici. L’Italia non sta semplicemente partecipando alla costruzione di due infrastrutture. Sta osservando la formazione di sistema operativo Adriatico-Balcani-Mar Nero.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La frontiera elettrica

Al 31 dicembre 2025 Terna indicava per l’interconnessione in corrente continua Italia-Montenegro una lunghezza di 445 chilometri e una capacità di 600 MW. Nello stesso momento il gestore italiano amministrava 75.905 chilometri di linee, 926 stazioni elettriche e quattro centri di controllo, a fronte di un fabbisogno nazionale stimato in 311 TWh. Se confrontati con le dimensioni complessive del sistema italiano, 600 MW possono apparire poca cosa. Il loro peso strategico emerge però nelle ore di scarsità, durante le indisponibilità della generazione nazionale, in presenza di forti differenziali di prezzo o quando l’espansione delle fonti rinnovabili rende necessario assorbire e redistribuire rapidamente l’energia. Il cavo non termina però operativamente sulla costa montenegrina. La sua utilità dipende dalla capacità dell’elettricità di raggiungere Lastva attraverso la rete interna del Montenegro e le interconnessioni con Serbia e Bosnia-Erzegovina. Dipende dalle stazioni di trasformazione, dalle linee a 400 kV, dalla produzione idroelettrica regionale, dalla disponibilità degli impianti termoelettrici, dalle condizioni meteorologiche e dai margini di sicurezza mantenuti dai gestori balcanici. L’infrastruttura, inaugurata nel 2019, non termina operativamente a Lastva, sulla costa montenegrina. Perché l’energia raggiunga l’Adriatico servono la rete interna del Montenegro, le connessioni con Serbia e Bosnia-Erzegovina, le stazioni di Pljevlja, Bajina Bašta e Višegrad, capacità di generazione disponibile e margini di sicurezza sufficienti. La Commissione europea considera infatti il Corridoio elettrico transbalcanico un progetto regionale Global Gateway che collega Serbia, Montenegro e Bosnia-Erzegovina con Croazia, Ungheria, Romania e Italia. Nel 2022 sono stati completati 84 chilometri di linea a 400 kV. Ulteriori sezioni verso la Bosnia-Erzegovina sono ancora in preparazione.

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LA SPINA BALCANICA

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Il cuore del progetto è la nuova connessione a 400 kV tra Bajina Bašta, in Serbia, Pljevlja, in Montenegro, e Višegrad, in Bosnia-Erzegovina. La Energy Community le attribuisce una capacità massima di 1.200 MW e una vita utile prevista tra sessanta e settant’anni. Il completamento richiede però due opere preliminari: la sezione serba Obrenovac-Bajina Bašta e la linea montenegrina Čevo-Pljevlja. L’obiettivo dichiarato è utilizzare con maggiore efficienza il collegamento con l’Italia, integrare più rinnovabili e aumentare la sicurezza regionale. Se realizzato integralmente, il corridoio dovrebbe aumentare entro il 2030 la capacità netta di scambio tra Montenegro e Serbia di 600 MW in entrambe le direzioni. Tra Bosnia-Erzegovina e Serbia, l’incremento stimato è di 300 MW verso la Serbia e 500 MW nel senso opposto. A questa dorsale si affianca la proposta Gacko-Brezna, una nuova interconnessione tra Bosnia-Erzegovina e Montenegro lunga circa 51 chilometri, con capacità massima di 1.330 MW. Il progetto dovrebbe alleggerire le congestioni, sostenere le rinnovabili dell’Erzegovina orientale e del Montenegro occidentale e ridurre le perdite annuali di circa 5 GWh in Montenegro e 6,4 GWh in Bosnia-Erzegovina. La mappa che si sta formando non è dunque quella di un singolo cavo, ma di un anello energetico che collega Italia, Adriatico, Balcani occidentali e Europa centrale.

CITTÀ, LOCALITÀ E NODI INFRASTRUTTURALI

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Il centro della rete è Crnogorski elektroprenosni sistem, il gestore montenegrino CGES. Al 31 dicembre 2025 lo Stato del Montenegro possedeva il 55,38% del capitale, Terna il 22,09% ed Elektromreža Srbije, il gestore serbo, il 15%. Terna ed EMS controllano insieme il 37,09% della società, senza superare la maggioranza pubblica montenegrina ma acquisendo una posizione strategica unica all’interno dello stesso operatore. CGES possiede inoltre il 14,28% del South East Europe Coordinated Auction Office, il centro regionale che coordina l’assegnazione della capacità transfrontaliera. Il controllo del corridoio non passa quindi soltanto dalla proprietà delle linee: riguarda anche le aste, il calcolo della capacità, la programmazione degli scambi, i sistemi informatici e le decisioni operative. L’azionista può influenzare gli investimenti; il fornitore tecnologico può però condizionare l’esercizio quotidiano senza detenere una sola azione. La stazione di Brezna, nel comune montenegrino di Plužine, mostra come finanza e tecnologia si sovrappongano. Il 3 luglio 2024 la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ha approvato un prestito garantito dallo Stato fino a 28 milioni di euro, su un costo totale di 35,92 milioni, per trasformare l’impianto da 110 kV a 400 kV e collegarlo alla futura linea Lastva-Pljevlja. L’opera dovrebbe completare l’anello montenegrino a 400 kV, integrare almeno 300 MW di nuova capacità rinnovabile, ridurre le perdite di circa 13 GWh l’anno. CGES gestisce oggi 59 linee, circa 1.512 chilometri di rete, 55 unità di trasformazione. Il 2 febbraio 2026 CGES ha firmato un contratto il consorzio XEnergy. L’azienda, con sede a Podgorica, è il capofila; Astor Enerji, con sede ad Ankara, è il partner industriale turco. La fornitura comprende due autotrasformatori, progettazione, produzione, prove di fabbrica, trasporto, ricambi obbligatori, attrezzature di montaggio, olio isolante, supervisione, collaudi, messa in servizio, formazione di base e un sistema di monitoraggio online. È qui che emerge la dipendenza invisibile. Il Montenegro possiederà fisicamente i trasformatori, ma l’autonomia effettiva dipenderà dall’accesso ai disegni, ai sistemi diagnostici, ai file di configurazione, ai ricambi, agli aggiornamenti e alle competenze di riparazione. La Turchia è alleata Nato ma non è uno Stato membro Ue: una stazione finanziata da una banca europea, controllata da un operatore pubblico e partecipata da Terna può quindi incorporare una tecnologia critica non comunitaria senza alcuna contraddizione giuridica.

Il ponte energetico e quello logistico

La stessa logica governa il Corridoio VIII. L’asse non è una singola ferrovia che parte dall’Italia e arriva al Mar Nero. È una rete multimodale composta da porti italiani, collegamenti marittimi, terminal albanesi, strade, tratti ferroviari, aeroporti, valichi di frontiera, gallerie, depositi, reti energetiche e piattaforme digitali. Il passaggio politico decisivo è avvenuto il 18 febbraio 2026 con la Dichiarazione congiunta di Tirana sottoscritta dai ministri degli Esteri di Italia, Albania, Bulgaria, Macedonia del Nord e Romania. Il Corridoio VIII è l’asse strategico est-ovest tra Adriatico e Mar Nero. La dichiarazione richiama inoltre la lettera d’intenti firmata al Vertice NATO di Washington del 2024 per un corridoio armonizzato di mobilità militare lungo la stessa direttrice. Il Corridoio VIII non è dunque più soltanto un programma di sviluppo balcanico. È diventato un’infrastruttura di sicurezza europea. Questa trasformazione assegna all’Italia un ruolo particolare. Roma non controlla l’intero percorso, ma domina la sua interfaccia occidentale: i porti, l’attraversamento dell’Adriatico, una parte rilevante dei servizi logistici, le capacità di manutenzione, l’accesso ai finanziamenti europei e il coordinamento politico con i Paesi attraversati.

CORRIDOIO VIII

Dall’Adriatico al Mar Nero. Asse logistico e strategico dell’Europa sud-orientale

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Il punto nevralgico del corridoio ferroviario nella regione balcanica occidentale è il porto di Durazzo e il suo collegamento con l’entroterra albanese. L’ 8 aprile 2025 , la Banca europea per gli investimenti e il governo albanese hanno firmato un pacchetto finanziario europeo per la modernizzazione della ferrovia Durazzo-Rrogozhinë, lunga 34 chilometri . L’operazione prevede una sovvenzione UE di 60,5 milioni di euro , un prestito BEI di 30 milioni di euro e un cofinanziamento BERS di 30 milioni di euro, a fronte di un costo totale stimato del progetto di 121 milioni di euro. Si tratta di qualcosa di più di un semplice ripristino della linea ferroviaria. Essa vincola il principale snodo marittimo dell’Albania ai finanziamenti, agli appalti e agli standard tecnici europei. Inoltre, rafforza l’interfaccia fisica attraverso cui la capacità marittima italiana deve integrarsi nella rete terrestre dei Balcani. Il principale ostacolo fisico al corridoio rimane il collegamento ferroviario tra la Macedonia del Nord e la Bulgaria. Il 6 novembre 2025, il vice primo ministro e ministro dei trasporti bulgaro, Grozdan Karadjov, e il vice primo ministro e ministro dei trasporti nordmacedone, Aleksandar Nikoloski, hanno firmato presso la stazione di Gyueshevo un accordo relativo alla preparazione, alla costruzione e alla gestione del tunnel ferroviario transfrontaliero. La Commissione europea ha descritto l’infrastruttura come parte integrante del TEN-T e come un progetto di punta del Global Gateway. L’accordo ha rimosso un importante ostacolo diplomatico, ma permangono rischi ingegneristici ed esecutivi. La costruzione di gallerie, ponti e binari può subire ritardi a causa di condizioni geologiche, controversie sugli appalti, inflazione e prestazioni degli appaltatori. Ancora più importante, le sole opere civili non garantiscono la mobilità militare. La linea deve inoltre essere dotata di un sistema di segnalamento compatibile, elettrificazione, capacità di carico assiale, binari di sorpasso, attrezzature di recupero e procedure di frontiera rapide.

La Puglia piattaforma strategica

Bari, Brindisi e Taranto possono costituire una costellazione logistica distribuita. Non tre porti concorrenti, ma tre nodi con ruoli differenziati nella movimentazione Ro-Ro, nei carichi pesanti, nel supporto navale, nella manutenzione, nello stoccaggio, nell’approvvigionamento energetico e nella deviazione d’emergenza. Brindisi conserva un valore politico particolare. Il 27 luglio 2023 ha ospitato il primo incontro ministeriale dedicato al Corridoio VIII, durante il quale Italia, Albania, Bulgaria e Macedonia del Nord ne riconobbero la rilevanza economica e strategica. Ma l’errore sarebbe trasformare questa centralità in dipendenza da un solo scalo. L’unità strategica italiana dovrebbe quindi essere l’intero arco portuale dell’Adriatico meridionale, collegato alle reti stradali e ferroviarie nazionali e sostenuto da capacità energetiche ridondanti. Il Mezzogiorno diventerebbe così non una semplice area di transito, ma la base occidentale di un sistema che raggiunge il fianco sudorientale dell’Alleanza.

Capacità civile e militare

La trasformazione del Corridoio VIII in infrastruttura a duplice uso non dipenderà soltanto dal completamento delle opere. Un porto commerciale diventa militarmente rilevante quando può movimentare mezzi pesanti, merci pericolose e carichi prioritari mantenendo al tempo stesso una parte essenziale del traffico civile. Una ferrovia diventa strategica quando ponti, gallerie, carico assiale, sagoma, lunghezza dei binari, segnalamento e materiale rotabile consentono il passaggio continuo di convogli pesanti. Servono inoltre traghetti, navi Ro-Ro, vagoni pianali, locomotive, mezzi di recupero, carburante, aree protette e personale addestrato. La Commissione europea ha riconosciuto questa distanza tra infrastruttura disponibile e mobilità effettiva. Nel quadro finanziario 2021-2027, 1,69 miliardi di euro hanno cofinanziato 95 progetti a duplice uso. Per il periodo successivo al 2028 la Commissione ha proposto 17,65 miliardi di euro e ha individuato circa 500 progetti prioritari destinati a rimuovere colli di bottiglia nei ponti, nelle gallerie, nei porti e negli aeroporti. Per l’Italia si apre quindi una finestra finanziaria e industriale di eccezionale rilevanza. Ma l’accesso alle risorse europee dovrà essere costruito intorno a programmi integrati, non a singole opere. Una nuova banchina senza collegamento ferroviario, una ferrovia senza alimentazione resiliente o una sottostazione senza protezione informatica non costituiscono capacità strategica. Costituiscono investimenti incompleti.

La concorrenza cinese e russa

La politica ufficiale cinese ha costantemente considerato le infrastrutture di trasporto dell’Europa centrale e orientale come una porta d’accesso per il commercio, gli investimenti e l’espansione della Belt and Road Initiative. Nei colloqui ufficiali con la Bulgaria, Pechino ha promosso la connettività infrastrutturale, i trasporti, l’aviazione, la logistica e la finanza, mentre la Bulgaria si è presentata come una potenziale porta d’accesso e hub tra Europa e Asia. Nel 2019 Xi Jinping ha tenuto colloqui ufficiali a Pechino con il presidente Rumen Radev della Bulgaria. Le Linee guida di Sofia per la cooperazione Cina-Europa centrale e orientale hanno esplicitamente sostenuto le sinergie tra la Belt and Road Initiative e la TEN-T, la potenziale estensione dei collegamenti di trasporto verso i porti albanesi e di altre regioni e lo sviluppo di collegamenti espressi terra-mare. Questi documenti dimostrano che lo stesso spazio geografico è visto da Pechino attraverso un quadro di connettività che comprende infrastrutture, logistica, dogane, finanza e hub commerciali.

L’incontro a Pechino

Il presidente Rumen Radev e il presidente cinese Xi Jinping camminano insieme durante una cerimonia di benvenuto nella Grande Sala del Popolo a Pechino, 3 luglio 2019

La strategia ufficiale dei trasporti della Russia fornisce un confronto diverso ma pertinente. Essa definisce un corridoio di trasporto internazionale non semplicemente come un percorso fisico, ma come una combinazione di percorsi e delle condizioni tecnologiche, organizzative e legali che consentono il trasporto. Secondo la strategia dei trasporti della Federazione Russa fino al 2030 i corridoi strategici sono sistemi di governance tanto quanto infrastrutture. L’attenzione di Mosca si concentra attualmente sui corridoi nord-sud, est-ovest e artici controllati dalla Russia, piuttosto che sul Corridoio VIII, ma il suo interesse strategico risiede nell’impedire alla Nato di trasformare le infrastrutture balcaniche in un’architettura di rinforzo resiliente e nel preservare la propria influenza politica o informativa nell’Europa sud-orientale. La valutazione corretta non è quindi che gli investimenti cinesi siano automaticamente dannosi, né che l’influenza russa richieda una proprietà formale. Il rischio risiede in contratti opachi, dipendenza da fornitori specifici, accesso ai dati, finanziamenti politici, disinformazione, preparazione di sabotaggi e dipendenza da manutenzione esterna o sistemi digitali.

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L’Italia come integratore

Il vantaggio italiano deriva dalla possibilità di coordinare livelli che nessun altro attore regionale possiede contemporaneamente. L’Italia dispone di porti sull’Adriatico, industria elettrotecnica, cantieristica, produzione di cavi, capacità ferroviarie, operatori energetici, forze armate integrate nella Nato, accesso ai meccanismi finanziari europei e relazioni politiche consolidate con i Balcani occidentali. La principale debolezza non è dunque la mancanza di risorse. Sarebbe l’assenza di una regia unitaria. Servirebbe una struttura permanente incaricata di considerare congiuntamente il corridoio elettrico e quello logistico-militare. Non un nuovo organismo burocratico, ma una cabina di controllo capace di mappare capacità, dipendenze, proprietà, contratti, ricambi, dati, protezioni e tempi di ripristino.

La prova operativa

Tra il 2027 e il 2031 l’Italia dovrebbe promuovere almeno una grande esercitazione integrata dall’Adriatico al Mar Nero. Il test dovrebbe partire da più porti italiani, attraversare il mare, sbarcare in Albania e proseguire attraverso Macedonia del Nord e Bulgaria, coinvolgendo contemporaneamente reti elettriche, ferrovie, strade, dogane, porti, operatori energetici e strutture di sicurezza. Non dovrebbe trattarsi di una dimostrazione preparata per avere successo, ma di uno stress test costruito per produrre guasti. Una sottostazione potrebbe essere dichiarata indisponibile. Un sistema informatico portuale potrebbe essere simulato come compromesso. Una strada potrebbe essere chiusa. Un operatore commerciale potrebbe ritirare una nave. Un valico potrebbe subire un ritardo amministrativo. Una linea elettrica potrebbe essere limitata da una congestione. Il risultato andrebbe misurato attraverso indicatori semplici: capacità trasferita, tonnellaggio movimentato, tempi alle frontiere, durata dell’interruzione, percentuale di traffico civile mantenuta, tempo di ripristino e numero di dipendenze da fornitori esterni. La prova non servirebbe a dimostrare che il corridoio è invulnerabile. Servirebbe a conoscere in anticipo dove fallirebbe.

La posta industriale

Il Corridoio VIII e la rete elettrica transbalcanica possono modificare la geografia produttiva italiana. Un sistema energetico più interconnesso può offrire maggiore flessibilità, integrare nuova produzione rinnovabile e attenuare, almeno in alcune condizioni, la volatilità dei prezzi. Un corridoio logistico efficiente può ridurre i tempi di accesso ai Balcani, al Mar Nero e ai mercati dell’Europa sudorientale. Il corridoio diventerebbe così non soltanto una via attraverso cui transitano merci, ma un mercato industriale governato in parte dall’Italia. È una sfida che si gioca nel prossimo lustro. A dimostrazione che il Mediterraneo non è solo il fianco Sud della Nato ma anche l’area dei Balcani molto vicina a Roma sia geograficamente sia strategicamente.

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