Auto storiche, è boom di truffe: così i falsi inquinano il mercato
Gli abusi sulla certificazione consentono pure di non pagare imposte sui redditi anche per milioni
di Maurizio Caprino
ai preferiti su Google
3' di lettura
3' di lettura
Non è solo una questione di evadere bollo auto, Ipt (imposta provinciale di trascrizione) e imposta sulle assicurazioni. Gli abusi sulla certificazione dei veicoli storici e d’epoca consentono pure l’evasione fiscale nel senso più proprio, quella che consente di non pagare imposte sui redditi anche per milioni.
Non solo: attorno al settore ruotano vari reati, fra cui truffe legate alla supervalutazione di esemplari “ordinari” fatti passare per rarissimi e supertitolati per aver partecipato alle corse più importanti degli anni “eroici” o essere appartenuti a celebrità. E, in caso di incidente, sono problemi anche per le assicurazioni, che devono evitare di risarcire cifre ingiustificate.
Truffe di ogni tipo
Quindi con la falsificazione si è andati molto oltre le classiche vendite concluse da persone che in realtà non disponevano del veicolo oggetto di trattativa e, incassato quantomeno un robusto acconto dall’ignaro acquirente, sono sparite.
Il fenomeno ha radici negli anni Ottanta, quando il collezionismo ha iniziato a non essere più per pochi e a mobilitare investimenti anche considerevoli.
Per normali appassionati, specialisti molto competenti e semplici curiosi, si trattava di cercare fra pochi “pezzi” ben conservati o già restaurati e una moltitudine di esemplari nelle condizioni più svariate, tra cui rottami scovati nei pollai.







