Approfondimento

Farmaceutica e life science sotto pressione: la crisi energetica riapre il nodo della dipendenza europea

Lo shock geopolitico provocato dalla guerra in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz rimette in discussione la filiera globale. Ma l’Italia resta uno dei poli strategici delle life science europee

di Chiara Di Cristofaro

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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti rappresenta l’ennesimo stress test per l’industria farmaceutica e delle life science. Dopo la pandemia, la crisi energetica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina e le tensioni nel Mar Rosso, il blocco dello Stretto di Hormuz è il terzo shock in 4 anni e riporta al centro dell’attenzione il tema della vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali e della dipendenza europea da fornitori extra Ue.

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Per il settore non è soltanto una questione energetica: Hormuz rappresenta uno snodo strategico per i traffici mondiali di petrolio, gas e materie prime chimiche indispensabili alla produzione farmaceutica. Una chiusura prolungata della rotta potrebbe avere effetti immediati sui costi logistici, sull’approvvigionamento dei principi attivi e sulla disponibilità dei medicinali, soprattutto generici.

Perché lo shock energetico pesa sul settore farmaceutico?

Farmindustria parla apertamente del «terzo shock simultaneo in quattro anni» su energia, logistica e fattori produttivi. Uno shock, quindi, che si innesta in una situazione già complessa. Secondo il presidente Marcello Cattani, il settore sta già registrando un ulteriore aggravio dei costi dopo gli aumenti accumulati dal 2021. L’alluminio utilizzato per il packaging dei farmaci è cresciuto fino al 25%, mentre aumentano anche i prezzi di vetro, carta e ingredienti attivi. «Si tratta di fenomeni destinati a durare - continua Cattani - e mentre Usa, Cina, Emirati Arabi, Singapore, Arabia Saudita hanno puntato sull'innovazione e corrono velocemente, l'Europa continua a perdere terreno».

C’è poi un altro problema strutturale: la farmaceutica, a differenza di altri comparti, opera in larga parte con prezzi amministrati e ha margini limitati per trasferire i rincari sui consumatori. «Produrre un antibiotico che ha un valore riconosciuto di 1,50 euro per mese-terapia non è più possibile», ha avvertito il presidente di Farmindustria.

Esiste un rischio di carenza di farmaci?

Non stiamo parlando quindi di un’emergenza immediata: per il momento le istituzioni escludono emergenze sul fronte delle forniture, ma il tema delle carenze resta sullo sfondo come possibile conseguenza di uno shock prolungato sulla filiera globale e si innesta in uno scenario che va affrontato nel suo complesso.

Secondo il Rapporto sulla farmacia presentato da Cittadinanzattiva e Federfarma, oltre un cittadino su tre ha avuto difficoltà nel reperire medicinali nell’ultimo anno, mentre tra i pazienti cronici circa uno su dieci ha sperimentato ritardi incompatibili con la continuità terapeutica.

I farmacisti segnalano una situazione di tensione ricorrente lungo la supply chain, pur in assenza di criticità diffuse. Per contenere gli effetti delle indisponibilità vengono attivati strumenti di resilienza come la sostituzione con equivalenti, la verifica delle disponibilità presso altri distributori e il ricorso alle preparazioni galeniche.

Anche Farmindustria sottolinea che, allo stato attuale, non esistono situazioni di emergenza, grazie al coordinamento tra imprese, distributori e istituzioni attraverso il tavolo tecnico del ministero della Salute. Tuttavia, il settore teme che un protrarsi delle tensioni geopolitiche possa aumentare le difficoltà di approvvigionamento soprattutto per antibiotici, antinfiammatori e altri medicinali essenziali.

Quanto pesa la dipendenza europea da Cina e India?

La fragilità della filiera europea emerge soprattutto sul fronte dei principi attivi farmaceutici. Negli ultimi vent’anni la produzione di API (Active Pharmaceutical Ingredients) e intermedi chimici si è progressivamente spostata verso l’Asia, soprattutto in Cina e India, per effetto dei minori costi produttivi.

Secondo le stime degli operatori del settore, la Cina concentra una quota rilevante della produzione mondiale di principi attivi, mentre l’India è uno dei principali hub globali dei farmaci generici. Ecco perché i rallentamenti lungo le grandi rotte marittime potrebbero tradursi in ritardi critici negli approvvigionamenti di materie prime, aumento dei costi operativi e maggiore pressione sulla continuità produttiva delle aziende europee.

Pierfrancesco Morosini, presidente di Aschimfarma, l’associazione di Federchimica che rappresenta i produttori dei principi attivi e intermedi per l’industria farmaceutica, richiama proprio il tema della sicurezza industriale e sanitaria europea: «In Italia le aziende produttrici di principi attivi farmaceutici possiedono il know-how, le tecnologie e le competenze per produrre molte delle molecole indispensabili per la fabbricazione dei farmaci cosiddetti critici, ovvero quelli a rischio di carenza in caso di crisi della supply-chain». Con un giro d’affari che nel 2025 ha raggiunto i 5,8 miliardi di euro, segnando una crescita superiore al 40% rispetto al 2018 (indagine Aschimfarma–Prometeia), il comparto rappresenta un pilastro fondamentale per l’industria farmaceutica italiana ed europea. Tuttavia, la concorrenza di Paesi che vendono a basso costo, come Cina e India, negli ultimi anni ha spostato gli acquisti, creando una dipendenza per l’Europa e rendendola così «più vulnerabile». Morosini sottolinea «la necessità di accelerare il reshoring della produzione dei farmaci critici in Europa, che si configura come una scelta strategica, a tutela della salute dei cittadini europei e per rilanciare la competitività di un settore di eccellenza». Una posizione, quella dell’associazione dei produttori di principi attivi, che era già chiara e definita ben prima dello scoppio della guerra tra Usa e Iran: uno shock che può spingere verso decisioni più strutturali e definitive.

Perché i farmaci generici sono sotto pressione?

Un settore particolarmente esposto alle turbolenze è quello dei farmaci equivalenti e biosimilari, caratterizzato da margini molto ridotti e da forte competizione sui prezzi.

Riccardo Zagaria, presidente di Egualia, avverte che le tensioni geopolitiche stanno generando «nuove criticità nelle catene di approvvigionamento dei medicinali, incidendo sia sulla logistica sia sull’incremento dei costi lungo l’intera filiera». Secondo le rilevazioni dell’associazione, il sistema resta operativo ma vulnerabile. «Il 41% delle aziende dispone di scorte per sole 8-10 settimane. Se le interruzioni della catena di fornitura dovessero protrarsi oltre la capacità delle riserve attuali, i medicinali a breve scadenza spesso salvavita inizierebbero a scarseggiare», spiega Zagaria.

Tuttavia, anche in questo caso, più che il rischio immediato di scaffali vuoti, il vero tema posto dalle imprese riguarda la sostenibilità industriale del comparto. Anche Egualia chiede da tempo interventi strutturali per evitare che l’aumento dei costi energetici, logistici e produttivi renda economicamente insostenibile la produzione dei farmaci equivalenti.

Le richieste vanno da un maggiore coordinamento europeo sulle catene di approvvigionamento al sostegno agli investimenti industriali, strumenti per limitare l’impatto dei costi energetici e una revisione dei meccanismi che oggi comprimono la sostenibilità economica dei farmaci a brevetto scaduto.

Quanto pesa il life science nell’economia italiana?

La crisi arriva in un momento in cui il settore delle life science rappresenta uno degli asset industriali più importanti del Paese e proprio da questa crisi può nascere un’opportunità. «Nel farmaceutico va affrontato con realismo il tema della sostenibilità industriale: una pressione eccessiva sui prezzi rischia di spostare altrove le produzioni. Le imprese devono, invece, poter restare competitive, investire in innovazione e mantenere basi produttive solide sul territorio», ha detto Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria per il Centro Studi e componente del board del gruppo Menarini.

Aleotti ha evidenziato come la filiera italiana delle scienze della vita rappresenti il 12,9% del Pil, oltre 70 miliardi di euro di export nel 2025 con una crescita che supera il 70% rispetto al 2019 e circa 3 miliardi di investimenti in R&S (15% del totale privato), con prospettive di crescita fino al 18% entro il 2035: un settore cruciale che deve essere valorizzato e salvaguardato.

«L’esplosione dei costi energetici, di trasporto, delle materie prime e dei materiali è una vera bomba per il sistema industriale italiano», ha affermato, e «la farmaceutica, a differenza di altri settori, non ha la possibilità di riversare a valle gli aumenti di costo. Se l’alluminio aumenta del 100%, questo significa che c’è una sfida concreta nel mantenere le produzioni».

Qual è la strada per rafforzare l’autonomia strategica e la produzione europea?

La crisi iraniana, in questo senso, sta funzionando come uno stress test geopolitico per l’intera filiera del farmaco. E pone una domanda strategica all’Europa e all’Italia: se salute e approvvigionamento dei medicinali sono davvero asset di sicurezza nazionale, quanto a lungo il continente può permettersi di dipendere da filiere produttive collocate dall’altra parte del mondo?

Le associazioni di settore chiedono di rafforzare la capacità produttiva europea, ridurre la dipendenza dall’Asia per principi attivi e intermedi chimici e sostenere gli investimenti industriali attraverso una politica europea più favorevole alla competitività.

Tra i dossier considerati cruciali ci sono il Critical Medicines Act europeo, il rafforzamento della Strategia Ue per le Life Science e il percorso italiano di revisione del Testo unico della legislazione farmaceutica.

Secondo Farmindustria e Federchimica, occorre inoltre superare alcuni elementi che comprimono la sostenibilità industriale del comparto: dal meccanismo del payback alla pressione regolatoria, fino alla necessità di accelerare autorizzazioni, ricerca clinica e accesso all’innovazione.

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