Farmaci: l'export corre oltre il 30%, ma le “ideologie” Ue mettono a rischio gli investimenti
Vale già 58,8 miliardi fino a ottobre, con un saldo positivo di ben 8,2 miliardi, e potrebbe raggiungere i 70 miliardi a fine anno con la produzione complessiva a 75 miliardi
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I punti chiave
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C'è innanzitutto l'export che continua a correre con un balzo che supererà il 30% quest'anno visto che già nei primi 10 mesi del 2025 ha totalizzato un +33,7% rispetto al 2024 confermandosi ampiamente come il primo settore manifatturiero per la crescita delle esportazioni. Una spinta che vale già 58,8 miliardi fino a ottobre e un saldo positivo di ben 8,2 miliardi e che potrebbe far chiudere l'export a 70 miliardi e la produzione complessiva a 75 miliardi. Eccoli alcuni dei numeri da record che macina l'industria farmaceutica made in Italy che «in un mondo che va veloce dove si naviga nell'incertezza» mostra una grande resilienza ma si trova anche di fronte a grandi incognite, innanzitutto quella delle «politiche dell'Europa che si trincea nell'ideologia green e non partorisce le idee giuste», avverte Marcello Cattani presidente di Farmindustria che ieri ha provato a tirare un bilancio di un anno di «guerre con armi e guerre commerciali».
A rischio 25 miliardi di investimenti
A rischio sono i nostri record perché nella grande corsa agli investimenti nelle nuove terapie che vale 2mila miliardi di dollari fino al 2030 il Vecchio Continente potrebbe restare una «mero spettatore» di fronte ai giganti Usa e Cina, tanto da rischiare di perdere «100 miliardi di nuovi investimenti e per l'Italia parliamo di 25 miliardi in 10 anni. Ma si può ancora cambiare rotta», assicura Cattani. Che vede spiragli di luce in Italia dove il Governo in legge di bilancio ha trovato «risorse ulteriori per il settore farmaceutico e per la sanità e questo è un segnale molto importante: +7,4 miliardi per il Fondo sanitario nazionale ed un ulteriore +0,1% per la spesa farmaceutica che consente di far scendere il payback a carico delle aziende»: il riferimento è a un emendamento sostenuto dal Governo che dovrebbe essere approvato nei prossimi giorni che fa crescere il tetto della spesa farmaceutica che determina il payback per le aziende (gli acquisti diretti) dello 0,30% sul fondo sanitario invece che dello 0,20%. In questo modo dal 2026 la quota di fondo sanitario complessiva destinata ai farmaci dovrebbe dunque diventare il 15,65% (+0,35%), di cui l'8,60% per la cosiddetta spesa diretta (più 0,2% per i gas medicinali). Una piccola boccata d'ossigeno che non basta però e che deve vedere ora la messa a terra di una strategia più a lungo termine nel testo unico dei farmaci a cui lavora sempre il Governo che tra le altre cose «deve far scendere il payback a un livello accettabile».
L'Europa rischia il futuro
«il mondo non aspetta nessuno» sottolinea ancora Cattani ricordando come Trump ha deciso di «cambiare le regole del gioco, l'Europa non lo ha ancora ben compreso e rischiamo di rimanere con il cerino in mano. Non abbiamo la scala di Usa o Cina, ma se l'Europa non agisce il futuro non c'è». Per il presidente di Farmindustria che cita anche il modello scelto dall'Inghilterra con gli Usa per evitare i dazi sui farmaci (con la clausola del “Most-Favored-Nation”) l'Europa si è «trincerata in ideologismi green, con un sistema di governance inefficiente e superato dalla storia. Oggi questa governance non va. Il mondo sta cambiando, entriamo in una nuova era, diversa dal passato, dove i governi intelligenti, smart, che hanno una visione sul futuro devono porre la sicurezza farmaceutica come parte essenziale della sicurezza strategica di un Paese». Nel mirino c'è innanzitutto la riforma farmaceutica Ue che dopo l'intesa tra Consiglio europeo ed Europarlamento dei giorni scorsi è vicina al varo con il nodo della protezione dei dati dei nuovi farmaci che viene riportata di base a 8 anni, anche se si può arrivare con vari condizioni al massimo a 11 anni a fronte dei 12,5 anni degli Usa: «Dopo cinque anni di dibattito siamo tornati al punto di partenza. Crediamo che il governo Meloni possa agire sulla Commissione europea, che oggi è debole, per cambiare l'elenco delle priorità. Dobbiamo avere dei dossier competitivi per stare al passo di Stati Uniti e Cina: se non siamo come loro nelle regole, a partire dal brevetto e dalle acque reflue, siamo perdenti», aggiunge ancora Cattani stimando a esempio in 11 miliardi il costo per le imprese europee del farmaco e dei cosmetici per rispettare le regole molto più stringenti per lo smaltimento delle acque reflue.
Per l'Italia «regole nuove»
La destinazione principale dell'export farmaceutico è l'Unione europea con il 47% del totale (+33% nei primi 10 mesi 2025), seguita dagli Stati Uniti (23%, +61%), Svizzera (14%, +11%), Regno Unito (3%, +44%) e Cina (2%, +28%). «L'industria farmaceutica italiana non è spaventata dall'incertezza mondiale - sottolinea Cattani -, ma deve avere il supporto e un allineamento strategico con il governo per fare le cose giuste, con riforme che garantiscano l'accesso a farmaci e vaccini in maniera omogenea sul territorio e sostenendo l'innovazione lungo tutta la filiera, con regole moderne e flessibili». Per Farmindustria servono dunque anche in Italia «regole nuove» che girino attorno a quattro priorità: accesso veloce dei farmaci (oggi ci vogliono anche 18 mesi in Italia dopo l'ok dell'Agenzia Ue), valutazioni delle terapie in base ai risultati che ottengono dal punto di vista terapeutico oltre a risorse adeguate e norme non punitive. Tra tutte quelle del payback: «Su questo siamo confidenti che la strada del testo unico per la farmaceutica sia il veicolo strutturale per superare tale meccanismo che ha degli effetti molto forti a carico delle imprese, pari a 2,3 miliardi nel 2025 non sostenibili da parte delle imprese del farmaco». L'idea infatti è di fissare almeno una asticella oltre alla quale il payback non vada oltre: «Un livello accettabile transitorio, in attesa di superarlo, sarebbe il 13% del fatturato», mentre oggi come una tagliola supera il 17 per cento.








