Stati Uniti

Warsh: «Inflazione troppo alta, per la Fed c’è ancora lavoro da fare»

L’intervento del presidente della Federal Reserve a Jackson Hole, sembra aprire a un rialzo dei tassi di interesse già a settembre

Kevin Warsh (a sinistra) a Jackson Hole con Tiff Mackleme e Andrew Bailey, governatori di Canada e Inghilterra REUTERS

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«L’inflazione, elevata e persistente, è sempre più preoccupante», «i dati sui prezzi diffusi quest’estate sono stati migliori del previsto, ma non indicano un miglioramento significativo delle tendenze di fondo». E ancora: «Dobbiamo essere certi di avanzare verso il nostro obiettivo, in modo chiaro e con sufficiente rapidità. Altrimenti, sull’inflazione, abbiamo del lavoro da fare: questo è il nostro compito, il nostro mandato e la nostra responsabilità».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

A Jackson Hole - nel debutto da presidente della Fed al prestigioso summit dei banchieri centrali - Kevin Warsh ha detto forse più di quanto si aspettassero anche i suoi colleghi del board della Banca centrale americana. Ma le parole del chairman scelto da Donald Trump non hanno convinto del tutto gli analisti e hanno rassicurato i mercati solo in parte.

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«Warsh sta offrendo al mercato ciò che esso desidera. Riconosce che l’inflazione rimane un problema aperto, ma - spiega Oliver Pursche, di Wealthspire - no si sbilancia troppo sulle future mosse della Fed. È il massimo che ci si potesse aspettare da lui». «Vedremo come evolverà la situazione, ho l’impressione di avere sentito da Warsh lo stesso discorso per la quarta, forse addirittura la quinta volta. Ribadisce che si concentreranno sull’inflazione, pur senza fornire indicazioni prospettiche, ma poi dice di lasciare fare al mercato, che va bene così», afferma Eugene Epstein di Moneycorp.

I mercati erano rimasti del tutto spiazzati dalla mancanza di spiegazioni di Warsh dopo che, nell’ultima riunione di luglio, il Fomc aveva deciso di lasciare invariati i tassi di interesse in un intervallo compreso tra il 3,5 e il 3,75%. A Jackson Hole, nell’annuale appuntamento organizzato nel Wyoming, Warsh è sembrato dire qualcosa di più. L’inflazione è ancora «troppo alta» e «le attuali condizioni finanziarie difficilmente possono essere considerate «restrittive», ha spiegato, facendo capire che un rialzo dei tassi di riferimento, a partire dalla riunione di settembre, o comunque entro la fine dell’anno, potrebbe essere già nei fatti. Ma ha anche detto di potere confermare «l’impegno per un metodo rigoroso, ma non verso una decisione specifica».

Ha messo anche le mani avanti, in un passaggio tanto generico quanto vicino alla base populista della destra trumpiana. «Se la Fed sbaglia sull’inflazione e giudica male l’economia, chi ci rimette di più? Non la finanza in alto. Sono gli americani che lavorano a dover affrontare un’inflazione troppo alta o posti di lavoro che all’improvviso diventano meno sicuri».

Dal presidente della Fed sono arrivati anche alcuni chiarimenti, solo apparentemente scontati: «L’obiettivo di stabilità dei prezzi della Fed al 2%, misurato con l’indice Pce, è saldo e fisso, non ci dovrebbe essere alcun fraintendimento», ha affermato di fronte agli ultimi dati di luglio, secondo i quali l’indice Pce è ancora al 3,7% su base annua. «I tassi di interesse a breve termine - ha poi sottolineato - sono lo strumento predominante per realizzare il doppio mandato della Fed, su inflazione e piena occupazione, mentre politiche non convenzionali per stimolare l’attività economica possono essere adatte solo in caso di vere e proprie crisi».

Warsh si è detto «colpito dall’andamento generale dell’economia americana, che sembra essersi rafforzata e ha mostrato notevole resilienza agli shock»: «Sul fronte dell’occupazione, il nostro Paese sta andando bene», ha detto, rimarcando che l’attuale tasso di disoccupazione del 4,1% è «coerente con la piena occupazione». Ha anche fatto riferimento all’AI come a «una nuova variabile e un punto di svolta nella storia».

Poi, nel suo ampio intervento, il presidente della Fed ha illustrato la sua strategia. «La Fed dovrebbe essere umile e mai ingenua. Siamo noi a decidere l’andamento dei tassi di interesse a breve termine e gli operatori di mercato cercheranno sempre di anticipare la nostra prossima mossa non dovremmo assecondare una situazione in cui gli operatori di mercato guardino principalmente alla Fed per decidere la loro prossima operazione: è il fenomeno della “sala degli specchi” che rischia di renderci vulnerabili agli eventi improvvisi e di farci commettere errori». Anche per questo Warsh ha insistito sulla necessità di «un ruolo della forward guidance limitato e circoscritto, per evitare che dichiarazioni e annunci limitino la possibilità di prendere le decisioni giuste al momento giusto».

Le pressioni sul nuovo corso della Fed di Warsh continuano a essere fortissime. Vengono dai mercati, dalla guerra in Iran e dai prezzi dell’energia, dal boom dell’intelligenza artificiale che surriscalda l’economia, dai rendimenti record sul debito pubblico schizzato oltre i 40mila miliardi di dollari. Ma i suoi referenti politici potrebbero complicargli il «lavoro da fare». La credibilità della Fed resta a rischio. Il discusso buyback appena deciso dal Tesoro sui T-bond a più lunga scadenza, potrebbe inguaiare anche Warsh. «Sta cercando di mantenere un equilibrio tra le varie posizioni. Deve soddisfare i mercati, ma - dice da New York Peter Cardillo, capoeconomista di Spartan Capital Securities - deve soddisfare anche il presidente Trump».

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