Warsh: «Inflazione troppo alta, per la Fed c’è ancora lavoro da fare»
L’intervento del presidente della Federal Reserve a Jackson Hole, sembra aprire a un rialzo dei tassi di interesse già a settembre
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«L’inflazione, elevata e persistente, è sempre più preoccupante», «i dati sui prezzi diffusi quest’estate sono stati migliori del previsto, ma non indicano un miglioramento significativo delle tendenze di fondo». E ancora: «Dobbiamo essere certi di avanzare verso il nostro obiettivo, in modo chiaro e con sufficiente rapidità. Altrimenti, sull’inflazione, abbiamo del lavoro da fare: questo è il nostro compito, il nostro mandato e la nostra responsabilità».
Chiedilo al Sole
A Jackson Hole - nel debutto da presidente della Fed al prestigioso summit dei banchieri centrali - Kevin Warsh ha detto forse più di quanto si aspettassero anche i suoi colleghi del board della Banca centrale americana. Ma le parole del chairman scelto da Donald Trump non hanno convinto del tutto gli analisti e hanno rassicurato i mercati solo in parte.
«Warsh sta offrendo al mercato ciò che esso desidera. Riconosce che l’inflazione rimane un problema aperto, ma - spiega Oliver Pursche, di Wealthspire - no si sbilancia troppo sulle future mosse della Fed. È il massimo che ci si potesse aspettare da lui». «Vedremo come evolverà la situazione, ho l’impressione di avere sentito da Warsh lo stesso discorso per la quarta, forse addirittura la quinta volta. Ribadisce che si concentreranno sull’inflazione, pur senza fornire indicazioni prospettiche, ma poi dice di lasciare fare al mercato, che va bene così», afferma Eugene Epstein di Moneycorp.
I mercati erano rimasti del tutto spiazzati dalla mancanza di spiegazioni di Warsh dopo che, nell’ultima riunione di luglio, il Fomc aveva deciso di lasciare invariati i tassi di interesse in un intervallo compreso tra il 3,5 e il 3,75%. A Jackson Hole, nell’annuale appuntamento organizzato nel Wyoming, Warsh è sembrato dire qualcosa di più. L’inflazione è ancora «troppo alta» e «le attuali condizioni finanziarie difficilmente possono essere considerate «restrittive», ha spiegato, facendo capire che un rialzo dei tassi di riferimento, a partire dalla riunione di settembre, o comunque entro la fine dell’anno, potrebbe essere già nei fatti. Ma ha anche detto di potere confermare «l’impegno per un metodo rigoroso, ma non verso una decisione specifica».
Ha messo anche le mani avanti, in un passaggio tanto generico quanto vicino alla base populista della destra trumpiana. «Se la Fed sbaglia sull’inflazione e giudica male l’economia, chi ci rimette di più? Non la finanza in alto. Sono gli americani che lavorano a dover affrontare un’inflazione troppo alta o posti di lavoro che all’improvviso diventano meno sicuri».

