Delega fiscale

Federalismo fiscale a costo zero con il no di enti locali e Regioni

Oggi in consiglio dei ministri il decreto attuativo sui tributi, poi la corsa alle Camere per i pareri e il via libera finale. Sindaci e presidenti bocciano le compartecipazioni Irpef statiche

Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali e le Autonomie della repubblica IMAGOECONOMICA

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A un mese dalla scadenza per l’attuazione della delega fiscale arriva all’ultima curva anche il capitolo federalista. Il testo del decreto legislativo, riveduto e corretto rispetto alla prima versione licenziata dal Governo il 9 maggio del 2025 e poi bloccata dalla mancata intesa con Regioni e Comuni, farà un passaggio oggi in consiglio dei ministri.

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Poi ci sarà una corsa in Parlamento per i pareri della commissione, prima del via libera finale che potrebbe arrivare dall’ultimo consiglio dei ministri prima della pausa estiva, il 4 agosto, o al più tardi in quello immediatamente successivo, alla fine dello stesso mese.

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Dopo un anno e tre mesi di stasi

Tanta vivacità si è manifestata improvvisamente dopo oltre 15 mesi di stasi; in cui il decreto ha peraltro perso dei pezzi importanti come le rottamazioni locali, traslocate sulla scorsa legge di bilancio, o le norme sull’imposta provinciale di trascrizione delle auto a noleggio a lungo termine, spostata a maggio sul decreto fiscale.

«25 anni dopo la riforma del Titolo V»

L’ostacolo principale è stato alzato dalle compartecipazioni Irpef, chiamate a dare una veste “federalista” ai conti locali. E non è stato superato, come dimostra il fatto che ieri in Conferenza unificata il provvedimento non ha raggiunto l’intesa degli enti territoriali.

«Dopo 25 anni (dalla riforma del Titolo V, ndr.) era necessario andare avanti, ma la polenta si fa con la farina che hai a disposizione», commenta attingendo alla saggezza padana il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Roberto Calderoli, regista dell’operazione.

Il nodo è finanziario, come spiega lo stesso Calderoli quando sostiene che «è davvero la quadratura del cerchio mettere assieme autonomia finanziaria ed equilibrio di bilancio, senza correre il rischio di produrre un incremento della pressione fiscale». Perché nella teoria il federalismo punta all’efficienza e all’alleggerimento dei costi. Ma nella sua attuazione può sollevare incognite non banali sui conti.

Lo snodo finanziario

Per capire dove nasce il problema, bisogna decifrare lo snodo finanziario al centro della partita. Nei modelli federalisti, gli enti territoriali non ricevono trasferimenti dallo Stato, tipici di un’architettura gerarchica nella quale la periferia dipende dal centro, ma «compartecipano» alle entrate erariali, di cui viene devoluta loro una quota.

Questa evoluzione è in discussione fin dal 2009, quando il Governo Berlusconi IV, sempre sotto la regia dell’attuale ministro per gli Affari regionali e le Autonomie Roberto Calderoli, approvò la delega sul federalismo. Ma in 17 anni non è mai stata attuata, per le difficoltà rese evidenti dal nuovo tentativo.

Non potendo pesare sui conti pubblici, il decreto introduce compartecipazioni a costo zero: in pratica, agli enti territoriali sono assegnate quote di Irpef pari ai trasferimenti che vengono cancellati, con un valore assoluto predefinito e congelato nel tempo.

Proprio questo aspetto ha mosso le obiezioni degli enti territoriali, che chiedevano compartecipazioni «dinamiche», in crescita cioè insieme all’imponibile Irpef che salvo gravi crisi aumenta di anno in anno. Ma un meccanismo simile avrebbe imposto al bilancio statale di rinunciare a una quota di questo aumento prospettico di gettito, richiedendo quindi coperture complicate da quantificare ex ante e comunque non disponibili.

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I fondi che cambiano veste

Alle Regioni è indirizzata una compartecipazione Irpef da 5,828 miliardi che sostituiscono i 5,259 miliardi del fondo nazionale per il trasporto pubblico locale, i 424 milioni della quota non sanitaria della compartecipazione Iva, i 110 milioni per l’erogazione gratuita dei libri di testo e i 34 milioni del fondo unico per il diritto allo studio.

L’Irpef destinata alle Province vale 1,802 miliardi nel 2027, e sale progressivamente fino ai 2,111 miliardi previsti dal 2030 per compensare l’addio all’addizionale sull’Rc Auto, che non viene cancellata ma statalizzata. Per i Comuni non sono previste compartecipazioni, e anzi i sindaci vedono con preoccupazione il tramonto dell’attuale fondo per il trasporto locale: che in parte consistente (2,6 miliardi nei calcoli Anci-Ifel) oggi passa dalle Regioni ma arriva ai municipi, e nel nuovo sistema perderebbe i vincoli di destinazione.

Nel tentativo di superare le perplessità locali, il testo atteso oggi in consiglio dei ministri prometterà una seconda puntata del cammino federalista. Per le Regioni partirebbe nel 2028, quando in base a un monitoraggio «potrà procedersi alla revisione delle aliquote di compartecipazione al fine di tenere conto della dinamicità del gettito dell’Irpef»; mentre dei Comuni dovrebbe occuparsi un «tavolo tecnico per la fiscalizzazione dei trasferimenti». È il massimo che si possa fare con la «polenta a disposizione»: ma ai commensali basta.

Come si vede, il tema è ad alta caratura tecnica. Ma al suo interno batte forte un cuore politico, caro soprattutto alla Lega che non ha voluto rinunciare alla bandiera federalista e ha fatto quindi tramontare l’idea, concepita alle Finanze, di stralciare le compartecipazioni per far approvare le altre novità sui tributi locali (illustrate negli altri articoli in pagina). La stessa esigenza ha influenzato la posizione delle Regioni.

L’anno scorso in sede tecnica avevano manifestato una contrarietà netta. Ieri, nella seduta politica dell’Unificata, si sono divise, con il parere favorevole delle amministrazioni di centrodestra che però non ha cambiato il risultato, perché all’intesa serve l’unanimità.

In ogni caso le Regioni hanno elaborato un documento che fra le altre cose, almeno nelle bozze circolate ieri, sottolinea la «forte criticità sul fondo perequativo» per il trasporto locale, e sostiene che le compartecipazioni così concepite segnano «un arretramento sostanziale in termini di autonomia». Un «no» è stato pronunciato anche da Comuni e Province.

Questo non ferma la strada della riforma, che infatti ora sarà impegnata nello sprint verso l’approvazione. Ma è ovvio che il mancato accordo dei diretti interessati rende molto più opaca la stella federalista.

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