Mappe emozionali

Felix Pedro(ni), dagli Appennini all’Alaska d’oro

Storia di un cercatore di pepite che dal modenese approda alla «Merica», diventa ricco, sogna il ritorno in paese in cerca d’amore ma sarà deluso. Di lui resta una memoria sognante e una festa...

 (Illustrazione di Chiara Morra)

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L’alce agonizzava nell’acqua gelida fra i ciottoli del creek, come lassù chiamavano i torrenti. Chino sulla bestia nel tentativo di trascinarla a riva, l’uomo scorse una pagliuzza dorata incastrata nello zoccolo della zampa anteriore sinistra. Guardò meglio: non era una di quelle gibigianne ingannevoli che il sole fa balenare così spesso tra le nevi inospitali del Grande Nord per confondere i predatori umani a caccia della sospirata ricchezza, la più chimerica delle prede. In un lampo si rese conto d’aver finalmente ritrovato il Lost Creek che tornava tanto spesso nei suoi sogni. L’aveva setacciato quattro anni prima, trovandolo così pieno d’oro da fargli sospettare l’esistenza d’un filone ricchissimo, ma la fame l’aveva costretto a dirigersi verso il Chena River, per cercare provviste al magazzino del capitano Barnette. Da allora non aveva più smesso di cercare quel bonanza inesauribile, smarrito tra i boschi e le gole montane attorno al vasto bacino fluviale del Tanana, ma senza successo. Ed ecco che un povero alce morente, un colpo di fucile dettato dalla fame, gli aveva fatto ritrovare la fortuna perduta.

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L’ombra di un sorriso balenò per un attimo sulla sua faccia magra, dai lineamenti scolpiti con l’accetta. Al paese avrebbero accolto come un eroe l’uomo che aveva scoperto l’oro in Alaska: Felice Pedroni da Trignano, conosciuto in tutto il Wilderness come Felix Pedro.

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Ma sì: la fantasia romanzesca può aggiungere ben poco alla vicenda avventurosa di questo montanaro nato e cresciuto in una piccola frazione del comune di Fanano, sull’Appennino modenese, che dopo una lite di paese decise di emigrare nella favolosa “Merica” a inseguire la buona sorte e finì per trovarla davvero, scoprendo un filone aurifero ricchissimo che viene ancora sfruttato. La sua storia sembra uscita dalla penna di Jack London: l’epopea del cercatore d’oro irriducibile, che nelle terre del Grande Nord sfida l’insidia del ghiaccio e dei lupi finché trova il filone benedetto, conquistando l’agognata ricchezza. In Alaska la sua figura ha tuttora i contorni del mito e viene periodicamente celebrata nell’ambito dei Golden Days che in memoria della corsa all’oro si tengono ogni anno a Fairbanks, la seconda città dello stato, fondata da Pedroni assieme al capitano di battello Elbridge T. Barnette. Ogni 22 luglio, un cavaliere irrompe al galoppo sulla via principale della città con un sacchetto d’oro appeso alla sella e va a depositarlo in banca. È Felix Pedro redivivo, che ripete quanto fece il 22 luglio del 1902 con le prime pepite trovate nel Lost Creek, ribattezzato poi in suo onore Pedro Creek. Per quattro anni aveva setacciato fino all’ossessione l’area sterminata attorno al Chena River, ma il torrente sembrava scomparso. La febbre dell’oro, che 25 anni dopo Chaplin avrebbe messo in parodia, lo stava divorando. Andava avanti per inerzia, cacciando alci per sostentarsi: un povero dago, come chiamavano con disprezzo gli emigranti italiani, sperduto nella gelida vastità del Wilderness. Salvò la vita al figlio d’un capo indiano, e fu la sua fortuna. I nativi si fidarono di lui e lo indirizzarono verso territori ignoti all’uomo bianco. Finché incontrò l’alce, l’uccise e coronò il suo sogno. «Forse me l’ha mandato il loro stregone» non poté fare a meno di pensare nella sua mente di montanaro superstizioso. Da quelle parti si sentiva un po’ indiano anche lui.

Fatto sta che all’età di 44 anni Felix Pedro diventò un uomo ricco. Ricco sfondato. Ma non riusciva a dimenticare il suo Doppio: Felice Pedroni. Al paese sarebbero rimasti a bocca aperta, vedendolo passeggiare sul corso col cappello a tesa larga, la pistola nella fondina e una ghirlanda di pepite d’oro nel cinturone al posto dei proiettili. Invece di godersi la ricchezza, sognava il ritorno. Voleva sposare una delle sue parti. Rientrato a Trignano, si mise a corteggiare una maestrina della vicina Lizzano, Egle Zanetti, deciso a portarsela in Alaska. Ma un po’ per la differenza d’età, un po’ per le invidie e i sospetti suscitati dal suo sfoggio di ricchezza, la famiglia di lei si oppose fermamente, fino a intercettare la lettera con la quale Egle consentiva alle nozze. Amareggiato, Felice Pedroni tornò da solo in Alaska e ridiventò Felix Pedro. Perduto l’amore, restavano i dollari. Ma il 22 luglio del 1906, a quattro anni esatti dalla scoperta dell’oro nel Lost Creek, fece il fatidico passo falso sposando l’irlandese Mary Ellen Doran, un’ex ballerina da saloon che gestiva una Roadhouse a Dawson City. Presto l’unione prese a scricchiolare, mentre il patrimonio di Felix Pedro si assottigliava. Nel gennaio del 1908 Mary Ellen chiese la separazione, ma al censimento federale del 1910 la coppia risultava ancora convivente. Poco più d’un mese dopo, la convivenza cessò bruscamente con la morte del cercatore d’oro, sempre in quella ricorrente data del 22 luglio che sembra scandire la sua epopea come un riff fatale. Il referto ufficiale parlò d’attacco cardiaco, ma la bella irlandese non fu esente da sospetti; si diffusero voci d’un avvelenamento e perfino d’uno spillone infilato tra le vertebre. Sepolto a San Francisco, solo nel 1972 Felice Pedroni venne traslato nel cimitero di Fanano, che in suo nome è dal 2002 gemellato con Fairbanks, per approdare infine a Trignano, dove il prossimo 13 agosto racconterò di lui davanti alla sua casa di famiglia: dagli Appennini all’Alaska e ritorno (seppure in carro funebre) Felix Pedro ci ha regalato una “vita spericolata” più bella d’un romanzo.

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