Società

Figli? No grazie. La fatica delle madri scoraggia la maternità delle ragazze

Cresce il rinvio della scelta di diventare mamma: i costi scoraggiano e gli incentivi non bastano a far cambiare idea

di Flavia Landolfi e Manuela Perrone

Illustrazione di: FRANCESCA GASTONE

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Le figlie ci guardano. E quello che vedono le allontana dalla maternità. Stanchezza, corse continue, lavori tenuti insieme per incastro, acrobazie per far quadrare tutto: vita privata e lavoro, vita sociale e famiglia. Figli, appunto. E poi anche i genitori anziani. Madri come ammortizzatori sociali: una realtà che si finge di non vedere, ma che è sotto gli occhi di tutti. Il risultato è un burnout che piega le mamme, ma finisce per contagiare anche le figlie che le osservano correre, stremate, e allontanano da sé lo spettro di poter finire come criceti nella stessa ruota.

I numeri non potrebbero essere più chiari. Secondo il rapporto sulle «Intenzioni di fecondità» pubblicato dall’Istat a dicembre, nel 2024 appena il 21,2% degli italiani tra i 18 e i 49 anni dice di voler avere un figlio nei tre anni successivi all’intervista. Era il 25% nel 2003. Oltre 10,5 milioni di persone non vogliono avere figli o altri figli né a breve né in futuro. Ma il dato che pesa di più è un altro: oltre il 65% delle più giovani (18-24 anni) pensa che l’arrivo di un figlio peggiori le proprie opportunità di lavoro. E la metà delle donne ritiene che con un neonato le proprie condizioni lavorative peggioreranno.

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Non è una falsa percezione, ma una verità. Secondo i dati forniti da Istat a Save the Children per il rapporto “Le equilibriste”, nel 2025 il tasso di occupazione delle madri tra i 25 e i 54 anni con almeno un figlio in età prescolare si ferma al 58,2% mentre tra le donne senza figli in età prescolare è pari al 66,1%, con circa 8 punti di distanza. La motherhood penalty è figlia di pregiudizi duri a morire. Lo prova il suo contrario: il fatherhood bonus, che premia sul lavoro gli uomini che diventano padri, percepiti come più affidabili. Infatti il 59% non immagina effetti della paternità sulla vita lavorativa. È una distanza netta, quasi brutale: la scelta della genitorialità si percepisce subito asimmetrica.

Non stupisce. Le ragazze hanno visto e vedono madri entrare e uscire dal lavoro, rallentare, rinunciare, reggere carichi doppi e tripli. Hanno visto carriere ridimensionarsi, tempo personale sparire, energie consumarsi. Hanno visto la maternità trasformarsi in una prova di resistenza, produttrice di disuguaglianze reali. L’esperienza diventa un monito più forte di qualsiasi incentivo. E il gelo delle nascite persiste: in Italia nel 2025 sono venuti al mondo appena 355mila bambini, -3,9% rispetto al 2024. La popolazione complessiva tiene solo grazie alle migrazioni. Il numero medio di figli per donna cala ancora: 1,14 nel 2025, contro 1,18 nel 2024. E l’età media al parto sale a 32,7 anni.

La strettoia è anche demografica. Il calo delle nascite dipende sia dalla minore propensione ad avere figli sia dalla riduzione del numero di potenziali genitori. Dentro questa trasformazione cambia anche la famiglia. I nuclei unipersonali sono ormai la forma più diffusa: il 37,1% del totale. Le coppie con figli, per anni il modello prevalente, sono scese al 28,4%, quelle senza figli sono il 20,2 per cento.

Il contesto non aiuta. Le figlie guardano le madri, certo. Ma guardano anche il Paese intorno: case care, lavori fragili, redditi bassi, servizi discontinui. La maternità non appare più come una tappa naturale della vita adulta, ma come una scelta da sostenere quasi da sole. Le radici di questo squilibrio affondano nella distribuzione del lavoro gratuito di cura. In Europa sono ancora le donne a sostenere la parte maggiore di assistenza familiare e domestica, con effetti diretti su carriera e benessere. Il rapporto 2025 dell’Eige registra in Italia, in Grecia e a Cipro una differenza di quasi 40 punti tra donne e uomini nel coinvolgimento quotidiano nelle faccende domestiche.

Lo sa bene l’economista Azzurra Rinaldi, direttrice della School of Gender Economics dell’Università Unitelma Sapienza e coordinatrice di una rara indagine sull’effetto del lavoro gratuito di cura su tempo e salute. «Abbiamo lavorato tre anni a questa ricerca. I numeri sono precisi: tra l’81 e l’83% delle donne tra i 25 e i 45 anni intervistate dichiara stanchezza cronica da carico di cura, al punto da non ritagliarsi nemmeno un’ora al giorno per sé. La scarsità di tempo è il meccanismo centrale attraverso cui il gender gap si produce e si perpetua. È un indicatore economico che abbiamo scelto di non leggere per troppo tempo». La stanchezza è stata derubricata a questione privata, ma i numeri raccontano una storia diversa: in Italia il 70% delle dimissioni volontarie riguarda lavoratrici madri.

Le figlie assistono. E rinviano. Quasi il 90% dei 18-24enni non vuole figli nei successivi tre anni, ma l’81,8% li immagina in futuro. È un sì spostato in avanti, che sempre più spesso non si realizza, perché i progetti familiari lungo la strada si restringono o evaporano. I motivi? Un terzo cita ragioni economiche, il 9,4% il lavoro inadeguato, l’8,6% l’assenza di un partner. Ma sotto questi numeri si muove qualcosa di più profondo: una valutazione della qualità della vita possibile. Le nuove generazioni non stanno semplicemente rinunciando ai figli. Stanno ridefinendo le condizioni per averli. Il lavoro deve reggere, il tempo dev’essere congruo, la vita non deve piegarsi sotto il macigno della fatica. Anche le soluzioni ipotizzate lo confermano: il 28,5% indica come prima misura per sostenere la natalità gli aiuti economici, il 26,1% i servizi per l’infanzia, il 23,1% le agevolazioni abitative.

Nel frattempo, però, le figlie continuano a guardarci. E, non potendo conoscere ancora lo straordinario arricchimento che la maternità porta con sé, a chiedersi quanto si perde diventando madri. Quanto si riesce a conservare della vita precedente? Quanto resta di sé, del lavoro, del tempo, della libertà? È in queste domande, più che nei bonus, che oggi si decide il destino della natalità italiana. «Decenni di letteratura comparata - conferma Rinaldi - ci dicono che i bonus non spostano le nascite. Nei Paesi ricchi dove le donne lavorano di più, nascono più figli. Quello che scoraggia le giovani è il costo della maternità, che si abbatte sulla loro autonomia». Per superarlo, c’è una sola ricetta: «Congedo di paternità obbligatorio, servizi per l’infanzia universali e aziende che smettano di penalizzare chi si prende cura». Non lasciare le donne sole. Cambiare lo sguardo delle ragazze.

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