“Sheep in the Box”, l’intelligenza artificiale come surrogato dell’assenza umana
Nelle sale il nuovo lungometraggio del regista giapponese Hirokazu Kore-Eda, un film molto atteso che funziona solo in parte
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Un nuovo capitolo di Hirokazu Kore-Eda dedicato alla famiglia: nella sua filmografia il grande regista giapponese ha costantemente esplorato il nucleo famigliare come una serie di legami non per forza basati su fondamenta biologiche. Come in “Father and Son” o soprattutto in “Un affare di famiglia”, giusto per citare alcuni dei suoi titoli più importanti, Kore-Eda ha mostrato come i rapporti più profondi nascano dalla condivisione del tempo, dall’affetto che va al di là di ogni legame di sangue, con una netta distanza rispetto all’idea di famiglia tradizionale.
Nei suoi film, l’amore e la cura reciproca sono sempre in primo piano rispetto alla genetica e questi temi sono anche al centro del suo nuovo lungometraggio, presentato in concorso al Festival di Cannes e uscito questa settimana nelle nostre sale: “Sheep in the Box”.
Ambientato in un futuro prossimo, il film vede protagonista una coppia, segnata da un lutto devastante per la perdita del figlio.
Lei è un’architetta, lui gestisce un’impresa di costruzioni, due condizioni apparentemente solide, spezzate però da un’assenza impossibile da colmare. Nel tentativo di affrontare il dolore, decidono di accogliere in casa un umanoide progettato per essere identico al bambino scomparso. Una soluzione per lenire la perdita che si trasforma molto presto in un’esperienza complessa e ambigua, in cui memoria, affetto e identità si confondono.







