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Fitbit Air con Gemini usa l’Ai per alimentare un sistema operativo del corpo

Non più semplicemente un chatbot che risponde a domande, ma un’intelligenza artificiale che osserva il corpo in tempo reale e prova a suggerire comportamenti, ritmi, recupero, sonno, alimentazione.

di Luca Tremolada

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Per anni Google ha inseguito Apple sul terreno degli smartwatch. Ora sembra voler cambiare partita. Con il nuovo Fitbit Air il gruppo di Mountain View non prova tanto a costruire un orologio migliore. Prova a costruire un’infrastruttura sanitaria personale basata sull’intelligenza artificiale.

Il dispositivo è quasi provocatorio nella sua semplicità: niente schermo, niente notifiche continue, niente app da polso. Una fascia da 99 euro che pesa 12 grammi e raccoglie dati biometrici in background. Frequenza cardiaca, sonno, temperatura cutanea, variabilità cardiaca, ossigenazione. Il punto però non è il braccialetto. Il punto è il sistema operativo sanitario che Google sta costruendo sopra quei dati.

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La vera novità è infatti Google Health Coach, il nuovo assistente basato su Gemini che sostituisce progressivamente l’universo Fitbit Premium. Google non parla più di fitness tracking. Parla di “coach”. Una parola che nel lessico delle Big Tech significa una cosa precisa: trasformare un servizio occasionale in una relazione continua. L’AI analizza sonno, recupero, attività fisica, alimentazione e persino cartelle cliniche o foto dei pasti per generare consigli personalizzati.

È qui che si vede la strategia. Apple usa l’Apple Watch come estensione dell’iPhone. Google invece sembra voler usare Fitbit Air come terminale di raccolta dati per alimentare un ecosistema sanitario multipiattaforma. Non a caso Google sta unificando Fitbit, Health Connect e Google Health in un’unica piattaforma. E soprattutto promette compatibilità futura anche con dispositivi concorrenti come Garmin o Whoop.

Chiaramente, lato privacy, Google tiene a sottolineare che i dati salute e benessere degli utenti Fitbit non vengono usati per Google Ads.

In pratica Google sta facendo una scommessa diversa. Un wearable economico, quasi invisibile, che funziona come una porta d’accesso a un abbonamento AI sanitario.

La prima cosa convincente è proprio questa semplicità. Il tracker sparisce. Rimane il dato. È una scelta coerente con il futuro degli agenti AI: meno interfacce, più raccolta continua di contesto. La seconda cosa interessante è il prezzo. A 99 dollari Google può trasformare Fitbit Air in un sensore sanitario diffuso, quasi una commodity per alimentare il proprio ecosistema Health. Il senso è quello di spingere verso l’abbonamento che, però, non è obbligatorio per usare il bracciale. C’è anche un piano Base, incluso nell’app Google Health che include passi, calorie, distanza, carico cardiaco, recupero, monitoraggio del sonno, frequenza cardiaca, SpO2 e registrazioni manuali come peso, alimentazione, acqua, umore e ciclo. Il vantaggio quindi rispetto agli indicatori rilevati dagli smartwatch in commercio sono tutti nell’abbonamento premium.

Ci sono però anche elementi meno convincenti. Google insiste sul fatto che Health Coach non sostituisce un medico e non formula diagnosi. Ma più il sistema entra nella gestione quotidiana della salute, più il confine diventa ambiguo. E negli ultimi anni il settore wearable ha mostrato limiti importanti nell’accuratezza di alcune metriche biometriche. La seconda criticità è la fiducia. Google sta chiedendo agli utenti qualcosa di enorme: centralizzare sonno, battito cardiaco, alimentazione, attività fisica e forse domani anche dati clinici dentro un unico ecosistema AI.

Fitbit Air allora non è solo un braccialetto. È probabilmente il primo vero tentativo di Google di mettere Gemini al centro di un sistema operativo della salute personale. Non più semplicemente un chatbot che risponde a domande, ma un’intelligenza artificiale che osserva il corpo in tempo reale e prova a suggerire comportamenti, ritmi, recupero, sonno, alimentazione.

È anche il segno che la guerra dell’AI si sta spostando dai prompt ai sensori. Perché i modelli generativi hanno già letto internet. Ora vogliono leggere noi.

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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