Festival di Cannes

“Fjord”, difficoltà di integrazione e dilemmi morali secondo Cristian Mungiu

In concorso al Festival di Cannes il nuovo film del regista rumeno, vincitore della Palma d’oro nel 2007

di Andrea Chimento

Da sinistra a destra: Lisa Loven Kongsli, Renate Reinsve, Markus Tonseth, Cristian Mungiu, Jonathan Ciprian Breazu, Henrikke Lund Olsen, Vanessa Ceban, Sebastian Stan e Lisa Carlehed partecipano alla prima del film "Fjord" durante la 79ª edizione del Festival di Cannes, a Cannes, in Francia, il 18 maggio 2026. Il festival si svolge dal 12 al 23 maggio 2026.   (EPA/Clemens Bilan)

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A Cannes è arrivato il giorno di uno dei beniamini assoluti del Festival: Cristian Mungiu, regista rumeno che ha vinto la Palma d’oro nel 2007 con “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”, torna nuovamente in concorso sulla Croisette dopo le partecipazioni anche con “Oltre le colline” nel 2012, “Un padre, una figlia” nel 2016 e “Animali selvatici” nel 2022.

Tutti film potenti e molto importanti, la cui qualità non può che aver reso davvero attesissima la proiezione del suo nuovo lavoro, “Fjord”.

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Questa volta Mungiu esce dai confini del suo paese e ambienta la pellicola in Norvegia per raccontare la storia di una famiglia che si è da poco trasferita in un piccolo villaggio affacciato su un fiordo. Il padre è rumeno, la madre è norvegese e hanno cinque figli, tra i quali un ragazzo e una ragazza che stanno vivendo il complicato periodo dell’adolescenza.

Dopo un litigio domestico e alcune dichiarazioni di questi ultimi alle autorità per la tutela dei minori, i genitori verranno accusati di violenza e coercizione psicologica nei confronti dei figli che, da un giorno all’altro, verranno loro sottratti uno dopo l’altro.

Con il suo classico stile rigoroso e profondamente realistico, Mungiu offre una nuova, coinvolgente riflessione morale dove sarà il pubblico a dover giudicare da che parte stare e quale dovrebbe essere il futuro migliore per i personaggi più giovani.

Il regista rumeno si concentra sulle differenze culturali, ma anche etiche e religiose tra i paesi rappresentati, offrendo una prospettiva profonda e interessante attorno a temi delicati, tra cui quello della difficoltà di integrarsi in un paese straniero e dei pregiudizi che possono nascere da una parte e dall’altra.

Il finale non è all’altezza del resto della pellicola, ma resta comunque un film che conferma la forza narrativa di un regista che, anche in trasferta, sa decisamente il fatto suo. Nel cast Renate Reinsve e Sebastian Stan.

Paper Tiger

Delicate riflessioni morali le ha offerte nel concorso cannense anche “Paper Tiger” di James Gray, regista americano che rimette in scena molti dei temi tipici del suo cinema.

Ambientato a New York nel 1986, il film racconta di due fratelli, del tutto diversi tra loro, che si uniscono per portare a casa quello che potrebbe essere il più grosso affare della loro vita. Di mezzo, però, c’è la mafia russa e un errore compiuto da uno dei due, seppur in buona fede, potrebbe costare la vita della sua famiglia e spezzare il legame che unisce i due fratelli.

Riprendendo elementi del suo esordio “Little Odessa” e del notevole “I padroni della notte”, Gray dà vita a una sorta di tragedia greca ambientata negli anni del secondo mandato di Ronald Reagan e in cui si percepisce con forza come stia raccontando ancora una volta il declino di certi ideali e sogni americani.

James Gray ragiona molto sullo sguardo (i due fratelli e la moglie di uno dei due crolleranno in attimi in cui non riescono a vedere nitidamente ciò che hanno di fronte) e regala diverse sequenze magistrali in cui gioca con la luce e le ombre della fotografia in maniera estremamente incisiva. Qua e là c’è qualche imperfezione ma è poca cosa di fronte a un disegno d’insieme potente, ben scritto e valorizzato dalle prove di Adam Driver, Miles Teller e Scarlett Johansson.

Hope

Una menzione anche per “Hope”, film di fantascienza diretto dal sudcoreano Na Hong-jin, che è risultato una sorta di oggetto alieno (in tutti i sensi…) del concorso cannense.

In questa lunga pellicola (circa 160 minuti), che parla di uno sbarco extraterrestre e di una vera e propria guerra che si instaura con gli abitanti di un villaggio vicino alle montagne, non mancano l’azione e il divertimento, soprattutto in una prima ora molto concitata e girata con grande maestria.

Peccato però che alla lunga il lungometraggio sia ridondante e che alcuni effetti speciali lascino decisamente a desiderare, così come una conclusione che resta troppo aperta a possibili seguiti. Il mix di generi – oltre alla fantascienza ci sono il western e la commedia demenziale – è curioso ma il risultato non del tutto eccellente.

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