Frieze New York 2026 punta sulla natura come relazione
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Frieze New York 2026 si è chiusa al The Shed con l’aria di una fiera che ha ritrovato energia senza abbandonare la prudenza. Il mercato ha dato segnali positivi: stand affollati, acquisizioni museali, collezionisti tornati davanti alle opere. Ma ciò che resterà non è soltanto il ritorno della fiducia commerciale. È piuttosto la sensazione che, dentro un apparato sempre più levigato, gli artisti più interessanti abbiano lavorato per introdurre attrito: umidità, tessuto, erbacce, luce, memoria coloniale e vulnerabilità corporea.
La tendenza più visibile è stata un immaginario ecologico non più confinato all’allarme climatico o alla retorica della sostenibilità, ma radicato in una riscoperta della natura come relazione. Animali e piante sono apparsi a Frieze non come soggetti da illustrare, ma come presenze capaci di trasformare l’esperienza estetica in incontro. In questo senso lo stand di Kelly Sinnapah Mary da James Cohan è stato uno dei momenti più intensi della fiera. La galleria ha costruito intorno ai suoi nuovi dipinti una sorta di giardino mentale, proseguendo la serie The Book of Violette, dove mangrovie caraibiche, genealogie familiari e memorie diasporiche si intrecciavano senza risolversi. Le sue figure sembravano emergere da una vegetazione che non faceva da sfondo, ma agiva come archivio vivente delle violenze della storia e della possibilità ostinata dell’immaginazione.
Un’altra forma di vitalità inquieta è arrivata da Esther Schipper con la scultura cinetica di Anicka Yi. Yi è da tempo una delle artiste capaci di espandere le frontier del postumano senza ridurlo a estetica tecnologica. Le sue opere chiedono cosa accada quando la macchina non imita più l’uomo, ma assume qualità biologiche e comportamenti metabolici. La scultura animatronica presentata a Frieze, Nonseparable Parsley, si ispirava alla bioluminescenza ed esplorava il dissolversi dei confini tra organismi viventi e macchine, attingendo a forme che ricordano i radiolari delle profondità marine. Alimentata da microcontrollori capaci di simulare movimenti naturali e ritmi respiratori, ridefiniva il rapporto tra intelligenza artificiale, biologia e arte.
Più ironica, ma non meno incisiva, è stata la presenza delle erbacce di Tony Matelli nello stand di OMR. La loro forza stava nella falsa marginalità. Crescevano dove non avrebbero dovuto, ai bordi dello sguardo, come sabotaggi della neutralità fieristica. Matelli ha trasformato l’erbaccia in un dispositivo percettivo: ciò che normalmente rimuoviamo o non vediamo diventava il centro di un’attenzione. La fiera prometteva ordine e valore; l’erbaccia rispondeva con ostinata irriverenza.
Tanya Bonakdar ha offerto una lettura articolata di questa sensibilità, riunendo opere di Olafur Eliasson, Tomás Saraceno, Ernesto Neto, Yuko Mohri e altri artisti per i quali l’ambiente non è una rappresentazione, ma un sistema da percepire. La luce di Eliasson, le reti di Saraceno, le strutture sensoriali di Neto e i dispositivi fragili di Mohri convergevano verso una domanda: come si costruisce una coscienza ecologica attraverso l’esperienza, e non soltanto attraverso il messaggio? Qui l’ecologia diventava pedagogia dei sensi.







