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Fusioni e acquisizioni alla svolta. Cambia anche l’approccio degli studi

Il mercato italiano ha mostrato una resilienza significativa, pur in un contesto caratterizzato da meno grandi deal, nel quale la situazione geopolitica ha modificato profondamente la valutazione delle operazioni e il lavoro dei legali

Illustrazione di Alice Micol

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Il mercato delle fusioni e acquisizioni, che ogni anno muove tra i 70 e gli 80 miliardi di euro, alimenta alcune delle operazioni più strategiche del panorama economico. Ed è uno dei terreni più dinamici e competitivi per i grandi studi legali d’affari, italiani e internazionali, chiamati a guidare trasformazioni che ridisegnano interi settori.

Il 2025 ha segnato un punto di svolta. Il mercato dell’M&A ha accelerato la propria evoluzione, spinto da nuovi equilibri economici, innovazione e scenari globali in continua trasformazione. E insieme al mercato è cambiato profondamente anche il lavoro legale: più veloce, più sofisticato, sempre più centrale nelle strategie delle imprese.

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«Il vero cambiamento che osserviamo oggi è qualitativo più che quantitativo - spiega Bruno Gattai, managing partner di PedersoliGattai -. Le operazioni non vengono più valutate soltanto sulla base della crescita attesa, ma sulla capacità degli asset di resistere alla complessità: solidità della governance, qualità del management, presidio della supply chain, indipendenza energetica, capacità tecnologica e posizionamento internazionale sono diventati elementi centrali nella valutazione strategica».

Gli effetti concreti sono stati numerosi. «La situazione geopolitica e macroeconomica non ha generato un rallentamento, ma condizionamenti indiretti: volatilità energetica, cicli decisionali più lunghi, processi di financing più strutturati. Dal punto di vista legale, questo si traduce in due diligence più analitiche, focus sui flussi di cassa e working capital, crescente rilevanza di clausole Mac, covenant e meccanismi di aggiustamento prezzo» spiega Eliana Catalano, managing partner di BonelliErede.

In questo scenario, il mercato italiano ha mostrato una resilienza significativa: «Soprattutto nel segmento mid-market, dove il nostro sistema industriale continua a esprimere imprese ad alta specializzazione, forte capacità manifatturiera e posizionamenti competitivi internazionali molto solidi» continua Gattai.

Il 2025 è stato comunque un anno eccellente per l’M&A italiano, con incrementi significativi sia in termini di valore che di numero delle operazioni. «Però le tensioni geopolitiche e le incertezze in materia di politica economica e commerciale hanno generato maggiore cautela tra gli investitori» afferma Stefano Sciolla, managing partner di Latham & Watkins.

Tanti i trend di rilievo, ma poche le grandi operazioni. «I cosiddetti “mega deal” sono scarsi. Il “Golden Power” da parte del Governo è molto intenso in questo periodo; in generale in alcuni settori si fa difficoltà – ad esempio nel settore del software dove l’impatto dell’Ai ha messo in crisi alcuni operatori; mentre in altri si registra un boom di interesse, come per i data center» afferma Paolo Ghiglione, partner di Baker McKenzie.

Molto attive le multinazionali. «Le acquisizioni rispondono quasi sempre a una logica precisa: bisogno tecnologico, integrazione verticale, rafforzamento della supply chain o espansione geografica» precisa Catalano. «Le operazioni più grosse hanno visto una maggior presenza di operatori corporate mentre gli investitori finanziari hanno prevalso nel mid e small market», osserva Gianluca Ghersini, partner dello studio Gianni & Origoni.

Il private equity resta uno dei volani del mercato. «La maggiore selettività del private equity italiano non è un segnale di debolezza ma di disciplina: i fondi investono di più, su operazioni di maggiore qualità. Per quanto poi il fundraising abbia subito un rallentamento nel 2025, il dry powder resta a livelli record, e il mercato del debito continua ad essere favorevole, seppure a ondate dettate dall’irrazionalità di alcune mosse geopolitiche», precisa Sciolla.

Nel 2025 l’attività di M&A e private equity è stata tutto sommato positiva. «Abbiamo notato un aumento delle operazioni che hanno coinvolto industrial buyers, mentre nel private equity numerose sono state le operazioni di build-up. Il panorama geopolitico ha rallentato e in alcuni casi impedito talune operazioni cross-border e in generale causato incertezza rispetto all’outlook con impatto sulla valutazione dei deal. I primi mesi del 2026 hanno evidenziato una maggior prudenza degli operatori rispetto al 2025», rileva Ghersini.

Tra i trend sotto i riflettori ci sono infine i passaggi generazionali. «Sono – continua Paolo Ghiglione - una componente della vivacità del nostro mercato M&A. Ma non sono l’unica. Spesso l’insufficiente dimensione del business e la scarsa esposizione ai mercati internazionali possono essere un freno alla crescita, se non addirittura una minaccia alla stessa sopravvivenza dell’impresa. Solo l’aiuto di nuova finanza e di nuovi investitori è in grado a volte di dare ossigeno al malato, e farlo tornare sano e competitivo».

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