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Giovani in cerca di famiglia

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Ogni 11 luglio, la Giornata mondiale della popolazione invita a riflettere su dove sta andando l’umanità dal punto di vista demografico. La Giornata è nata alla fine degli anni ’80 sull’onda della “Giornata dei Cinque Miliardi” dell’ 11 luglio 1987, data in cui si stimò che la popolazione mondiale raggiunse i cinque miliardi di persone.

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Oggi siamo ben 8,3 miliardi di persone, ma il tasso di incremento annuale, sebbene ancora comporti ancora un aumento di circa 70-75 milioni di persone l’anno, è sceso sotto l’1% annuo, in costante e sensibile frenata dopo aver raggiunto il picco alla fine degli anni ’60, quando la popolazione mondiale raddoppiava in 35 anni.

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La preoccupazione per l’esplosione della popolazione è superata da quella per la diseguaglianza nei comportamenti riproduttivi, mai stati così estremi, con il record minimo di neanche un figlio in media per donna in Corea del Sud e quello massimo, ancora sopra i 6 figli, nei paesi dell’Africa sub-sahariana.

Non stupisce, quindi, che il tema della Giornata mondiale della popolazione di quest’anno sia “Realizzare le speranze e le aspirazioni dei giovani – oggi e per il futuro.” Se il tema suona incoraggiante, i dati invece suggeriscono che dovrebbe suonare anche urgente.

In gran parte del mondo si è affermata una narrazione: il calo della fecondità rifletterebbe semplicemente un cambiamento di valori. I giovani starebbero voltando le spalle alla vita familiare, privilegiando carriera, indipendenza, libertà. È una storia sensata. Ma è anche, in larga misura, sbagliata.

Qualche giorno fa (l’8 luglio, a New York) l’UNFPA - Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione - ha lanciato la sua “Demographic Futures Survey”, una delle indagini demografiche più ampie mai realizzate, condotta su oltre 108.000 giovani connessi a Internet, tra i 18 e i 39 anni, in 73 paesi del mondo.

Consulenti scientifici e coautori del rapporto finale di ricerca su “Vite, scelte e futuro: cosa vogliono i giovani e cosa influenza le loro decisioni su relazioni e genitorialità” sono stati un gruppo di ricercatori dell’Università Bocconi (tra i quali la demografa Letizia Mencarini) coordinati dal professor Arnstein Aassve.

Ciò che i dati rivelano non è una generazione che ha rinunciato alla famiglia, ma una generazione che desidera una famiglia e non riesce a costruirla.

I risultati sono coerenti in ogni area geografica, dall’Africa subsahariana all’Europa occidentale, dall’America Latina all’Asia orientale. Sicurezza economica e stabilità abitativa sono in cima alla lista di ciò che i giovani indicano come necessario prima di formare una coppia o avere dei figli. L’insicurezza finanziaria è il principale ostacolo a entrambi gli obiettivi. Oltre due terzi considerano il matrimonio, o una relazione stabile, parte del proprio futuro ideale. Eppure, uno su quattro tra i 25 e i 39 anni che desidera un partner è ancora single e non sta nemmeno frequentando qualcuno.

Come si spiega questo divario? L’indagine indica una logica strutturale che si ripete in contesti molto diversi tra loro. I giovani descrivono una sequenza precisa di precondizioni alla vita adulta: prima l’occupazione stabile, poi la casa indipendente, poi la coppia, infine i figli. Quando il primo anello si spezza, e per molti è facile che si spezzi, ogni tappa successiva resta sospesa.

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Non è una generazione che ha smesso di desiderare una famiglia: è una generazione in attesa di condizioni che non arrivano.

Altrettanto importante è la dimensione di genere. A livello globale, il 29% degli intervistati disapprova che una donna lavori a tempo pieno quando i figli hanno meno di tre anni. Le giovani donne considerano, di conseguenza, ogni precondizione per la genitorialità più importante dei giovani uomini, e non perché desiderino meno figli, ma perché anticipano correttamente di doverne sostenere il costo maggiore. Dove la genitorialità richiede di più alle donne che agli uomini, le aspirazioni femminili hanno più probabilità di restare inattuate. Questa stessa anticipazione diventa il motore del comportamento riproduttivo, ritardato e ridotto.

Le implicazioni per le politiche pubbliche sono lampanti. I governi di tutto il mondo hanno risposto all’ ”ansia demografica” del calo della fecondità ben sotto il livello di sostituzione delle generazioni (che è di poco sopra i due figli per donna) con incentivi economici, quali bonus bebè, sgravi fiscali, trasferimenti una tantum. Sono interventi nella fase sbagliata del corso di vita: agiscono più sull’allevamento dei figli che sulla decisione di averne, lasciando intatte le condizioni che devono prima essere soddisfatte. Case a prezzi accessibili, stabilità lavorativa, servizi di cura pubblici, condivisione reale del lavoro di cura tra i partner: sono questi gli anelli spezzati. Finché non saranno riparati, i trasferimenti in denaro per famiglie con figli sposteranno, e di poco, il numero e i tempi delle nascite, senza cambiare ciò che i giovani riescono a realizzare nella prima fase del loro corso di vita adulta.

In questa Giornata mondiale della popolazione, l’indagine dell’UNFPA lancia un messaggio chiaro: i giovani non hanno abbandonato le loro aspirazioni e speranze di formare una famiglia. Non hanno bisogno di prediche sul “dovere demografico”. Hanno bisogno delle condizioni che rendano davvero possibile la vita che già desiderano.

(*) Università Bocconi, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Centri di ricerca Dondena e IEP

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