Ciclismo

Giro d’Italia, a Milano una fuga beffa i velocisti. Polemiche per la neutralizzazione dei tempi

La quindicesima tappa del Giro d’Italia sorprende tutti: una fuga di quattro corridori poco conosciuti resiste fino al traguardo, beffando gli sprinter attesi

di Dario Ceccarelli

Il norvegese Fredrik Dversnes Lavik della Uno-X Mobility ha vinto la 15ª tappa del Giro d’Italia, disputata domenica 24 maggio 2026 da Voghera a Milano. (Foto di Gian Mattia D'Alberto/LaPresse) LAPRESSE

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Prendiamola sul ridere: come non ci sono più le stagioni di una volta, così non ci sono più neppure le volate. Quelle classiche, con i “treni “ delle grandi squadre che controllano la corsa, riprendono gli eventuali fuggitivi e poi lanciano i loro sprinter, a poche centinaia di metri dal traguardo, verso la vittoria.

Come succedeva ai tempi di Mario Cipollini, di Alessandro Petacchi o dello stesso Elia Viviani, campione olimpico con grandi successi al Giro d’Italia e al Tour de France.

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Non per fare gli inguaribili passatisti, che c’è solo da perderci, ma le cose nel ciclismo stanno cambiando. Lo si è visto in questa quindicesima tappa, Voghera-Milano di 157 chilometri che più piatti non si può. Avrebbe dovuto essere la giornata degli sprinter, dopo le fatiche in Val d’Aosta, una di quelle frazioni classiche in cui si sa già come va a finire. Con i velocisti al centro della scena, gli altri a guardare. Avrebbe dovuto essere anche la giornata di Jonathan Milan, il nostro sprinter numero uno finora ancora a secco di vittorie. Avrebbe dovuto essere il suo giorno con il pubblico di Milano ad applaudire lo spettacolo del Giro d’Italia in una bella giornata di caldo quasi estivo.

E invece ecco la sorpresa. Quattro sconosciuti, almeno ai non appassionati, al chilometro zero, appena abbassata la bandierina, partono in quarta inventandosi una fuga clamorosa che si conclude, dopo 155 chilometri, alla media di 51km\h con la vittoria del norvegese Frederik Dversnes Lavik davanti a Mirco Maestri, Martin Marcellusi e Mattia Bais: una beffa nella beffa, sia perché è stato beffato il gruppo, che nel finale ha tentato disperatamente di riportarsi sui fuggitivi, sia perché, con tre italiani su quattro, ha vinto un norvegese. Come in una barzelletta con il sole per giunta a 34 gradi. Mirco Maestri, della Polti come Bais, quasi si mette a piangere. «Dopo tanta fatica, fa rabbia non vincere. Però se fossimo stati lì a controllarci uno con l’altro, il gruppo ci avrebbe raggiunto. Pazienza, sarà per la prossima volta», conclude Mirco che già un’altra volta, al Giro era arrivato secondo.

Il giallo della neutralizzazione

Ma c’è un altro “giallo” che si è inserito in questa giornata storta dei velocisti. Quello della neutralizzazione dei tempi per la classifica all’ultimo giro del circuito, invece che ai soliti tre chilometri dall’arrivo, pretesa in corsa dai leder del Giro, in primis dalla maglia rosa Jonas Vingegaard. In pratica, per paura di cadute e incidenti vari, i corridori sono riusciti ad ottenere che, negli ultimi 16 chilometri, i tempi venissero congelati. Per intendersi, se la maglia rosa, Pellizzari o chiunque altro, fosse caduto nell’ultimo giro del circuito, il suo posto in classifica non sarebbe cambiato di un secondo.

«Mi sono fatto interprete del disagio del gruppo», ha detto il danese che, in piena corsa, è andato a parlamentare con rappresentati della giuria seduti in macchina. «Il circuito ci sembrava troppo pericoloso, ringrazio la giuria e l’organizzazione. È una decisione presa all’interno del gruppo, tutti avevamo la stessa idea. Sentivo di avere una certa responsabilità e così mi son rivolto alla giuria che mi ha ascoltato», ha concluso Vingegaard, ora anche leader sindacalista.

Che dire? Le strade erano ampie, su vialoni ampi, senza particolari insidie. Un bellissimo circuito. Certo pedalare in gruppo a 50/60 chilometri all’ora non è come andare a fare un pic nic al parco, però questo è il ciclismo, baby. Che di solito non è uno sport per lamentoni. Evidentemente al Giro i corridori sono più sindacalizzati che in Francia.

Ricordiamo che al Tour, l’anno scorso a Parigi, l’ultima tappa è passata sulla salita di Montmartre, certamente spettacolare, ma non un modello di sicurezza. In quella tappa, vinta dal belga Van Aert, la maglia gialla Pogacar tentò la fuga proprio su quelle rampe, nobilissime ma pericolose. E nessuno protestò. E nessuno contestò godendosi la Basilica del Sacré Coeur.

Chiaramente qui a Milano la decisione di neutralizzare i tempi per la classifica, più tutto il serrato confronto con la giuria, quasi un vertice sindacale a pedali, ha condizionato la tappa. E pensarci prima? Forse se le squadre dei big non si fossero disunite anzitempo, sarebbe finita diversamente. Solo che i lupi del gruppo questa volta si sono trasformati in agnelli. E i fuggitivi, loro molto più coraggiosi, li hanno messi nel sacco.

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