Data economy

Gli agenti AI superano gli esseri umani: l’attività dei bot supera quella umana in rete

Anticipando i tempi, lo storico sorpasso è stato ufficializzato da poco: internet non sarà più la stessa, con aziende e persone che dovranno adattarsi alla nuova era agentica fatta di traffico automatizzato. Senza che gli umani diventino irrilevanti

 (Adobe Stock)

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Doveva accadere a fine 2027, poi la previsione era stata anticipata a inizio 2027, ma la proliferazione degli agenti basati su intelligenza artificiale ha bruciato i tempi: l’attività online di bot e agenti autonomi ha già oggi superato quella degli esseri umani. A ufficializzare lo storico sorpasso è stato il Ceo di Cloudflare Matthew Prince in un post su X a inizio giugno: «Welp, that happened faster than I predicted», è successo più in fretta di quanto avessi previsto.

I numeri parlano chiaro. Secondo i dati di Cloudflare Radar, i bot rappresentano ora il 57,5% di tutte le richieste Http verso pagine web, mentre gli esseri umani si fermano al 42,5%. È la prima volta nella storia di internet che il traffico automatizzato supera quello generato da persone reali. È un evento dirompente, destinato a influenzare il futuro della rete, che non sarà più la stessa che abbiamo conosciuto fino a oggi.

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Il principale responsabile di questa accelerazione ha un nome preciso: gli agenti AI. Non si tratta dei classici bot che indicizzano pagine per i motori di ricerca o dei crawler pubblicitari. Sono sistemi autonomi, spesso alimentati da modelli linguistici di ultima generazione, capaci di navigare il web, compilare moduli, confrontare prezzi, analizzare documenti e concatenare decine di operazioni senza intervento umano. 

Secondo un report di Benton Institute, il traffico generato da agenti AI e browser agentici è cresciuto nell’ordine di quasi l’8.000% su base annua. I volumi mensili di traffico AI-driven sono quasi triplicati tra gennaio e dicembre 2025.  

«La ragione principale di questo balzo è lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa - ha spiegato Prince -. Gli agenti AI moderni eseguono compiti per conto degli utenti, visitando un numero enorme di pagine per cercare e analizzare informazioni». Quello che un tempo richiedeva ore di navigazione umana — confrontare voli, analizzare contratti, monitorare competitor — oggi viene delegato a sistemi che operano ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. E danno risposte nell’arco di neanche un minuto.

Il problema è che internet non è stata costruita in questa logica. L’architettura del web – dai protocolli Http ai captcha di sicurezza, dalle interfacce grafiche ai cookie di sessione – presuppone un utente umano dall’altra parte dello schermo. Gli agenti AI stanno mettendo sotto stress un sistema progettato con logiche completamente diverse.

Così i captcha tradizionali sono già obsoleti: gli agenti più sofisticati li risolvono meglio e più velocemente di un essere umano medio. L’analisi comportamentale, che distingueva bot e persone in base a movimenti del mouse e tempi di reazione, fatica a tenere il passo con sistemi addestrati a emulare pattern umani.

Per i gestori di siti web si apre un dilemma strategico. Bloccare gli agenti significa rinunciare a traffico e potenziali conversioni. Lasciarli liberi espone a costi infrastrutturali crescenti e distorce ogni metrica di engagement. Una terza via — far pagare l’accesso ai bot — sta emergendo, ma richiede infrastrutture che la maggior parte dei siti non possiede.

Il sorpasso alimenta un dibattito che circola da anni negli angoli più tecnici della rete: la cosiddetta “dead internet theory“. L’idea, nata come ipotesi provocatoria, sostiene che gran parte dei contenuti e delle interazioni online siano già oggi generati da macchine, con gli esseri umani ridotti a spettatori inconsapevoli di una rappresentazione orchestrata da algoritmi.

Con i dati di Cloudflare alla mano, la teoria perde il suo alone complottista e assume contorni più concreti. Se la maggioranza delle richieste web proviene da sistemi automatizzati, quanto di ciò che vediamo online è davvero prodotto da persone? I commenti sui social, le recensioni dei prodotti, i click sulle newsletter, sono tutti autentici?

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Adam Tryan, Ceo della media company Workweek, ha recentemente dichiarato che il 98% dei click nelle newsletter B2B proviene da bot. La metrica del click-through rate, su cui il marketing digitale ha costruito intere strategie, rischia di essere, nelle sue parole, «complete bullshit», del tutto inutile.

Le implicazioni si estendono ben oltre il marketing. Per la cybersecurity, un traffico a maggioranza automatizzata significa superfici d’attacco più ampie e pattern malevoli più difficili da distinguere da quelli legittimi. Per i media, metriche gonfiate artificialmente distorcono le decisioni editoriali e pubblicitarie. Per la ricerca accademica, diventa sempre più arduo distinguere comportamenti umani autentici da simulazioni.

Le piattaforme stanno reagendo. Instagram ha condotto a maggio una delle più vaste operazioni di pulizia bot della sua storia: Taylor Swift ha perso sei milioni di follower in una notte, Kylie Jenner sette milioni e mezzo. Un’ammissione implicita di quanto fossero gonfiati i numeri fino a quel momento.

Matthew Prince, nel suo post, non appariva trionfante. Sembrava piuttosto un uomo che aveva appena visto la propria previsione avverarsi con tre trimestri di anticipo e che si rendeva allo stesso tempo conto che l’Internet che la sua azienda protegge potrebbe non essere mai più la stessa.

La domanda non è più se i bot domineranno il web. Lo stanno già facendo. La domanda è come ricostruire un’infrastruttura digitale che funzioni per entrambi – umani e agenti – senza che i primi diventino irrilevanti nel sistema che hanno creato.

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