Gli Usa nel Medioriente, da importatori di energia a esportatori di nucleare
In Iran gli americani appaiono impantanati. Ma se si allarga l’orizzonte appare chiara la strategia di aiutare soprattutto i Paesi sunniti ad affrancarsi dall’energia tradizionale e passare all’atomo civile. La Casa Bianca ci guadagna grazie al trasferimento militare e tecnologico, ma il rischio è la guerra continua
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Gli Stati Uniti sono in un pantano in Iran e non sanno come uscirne. Ma se allarghiamo lo sguardo agli obiettivi strategici americani in tutta la regione, l’immagine diventa invece più chiara, profonda e meno caotica. Una larga fetta della posta in palio gira attorno alla questione nucleare e non da oggi. Le cosiddette “primavere arabe” hanno sancito l’avvio della fase di scomposizione degli equilibri geopolitici regionali, con Iran, Turchia e Arabia saudita a combattere una guerra per procura per garantirsi una sfera di influenza adeguata. È in questa chiave che va letta la spinosa questione del nucleare iraniano. Nessuno a Teheran, nemmeno l’ala più oltranzista, può immaginare di utilizzare l’uranio arricchito per fabbricare una bomba o un missile da lanciare verso Israele. Il regime ne riceverebbe una risposta uguale e contraria che cancellerebbe davvero l’Iran dalla carta geografica. Quella ricerca spasmodica, al prezzo di sanzioni internazionali durissime, misure restrittive e ultimamente una guerra, è giustificata dalla ricerca di uno scudo di deterrenza e di un amplificatore di potenza nel rapporto di forza con i due vicini, Turchia e Arabia Saudita per l’appunto.
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La postura unilaterale
In questo va dato atto all’amministrazione Trump di aver chiarito in maniera inequivocabile da che parte sta l’America. Barack Obama aveva infatti tenuto il piede in più scarpe: un rapporto freddo ma necessario con la Turchia, una diffidenza guardinga verso l’Arabia Saudita, giudicata troppo accondiscendente con la proliferazione di movimenti e organizzazioni terroristiche, e l’avvio di un’apertura verso l’Iran come naturale contrappeso. Trump ha sovvertito chiaramente questa postura e lo sta facendo soprattutto attorno alla questione nucleare, annientando le capacità di Teheran e favorendone invece il trasferimento di tecnologia a Riad. Nella sua logica di scambio continuo, il presidente americano si è detto disponibile ad accettare il nucleare a fini civili per l’Arabia Saudita e per tutti quei Paesi del Golfo che aderiranno agli accordi di Abramo, il Trattato di mutuo riconoscimento tra regimi arabi sunniti e Israele a cui l’Amministrazione americana lavora da tempo. Il punto riguarda soprattutto quattro Paesi, Egitto, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e la stessa Arabia Saudita, che oggi hanno l’esigenza impellente di affrancarsi progressivamente dalle fonti fossili, visto che l’Iran ha già dimostrato di poter vincere sul piano delle asimmetrie, strozzando a Hormuz l’esportazione di petrolio e gas naturale. Rinnovabili e nucleare sono quindi strade obbligate per il prossimo futuro, soprattutto per Paesi come l’Egitto, che vedrà raddoppiare, entro il 2050, il fabbisogno energetico interno, anche a fronte della crescita della popolazione.
Alternativa a Pechino
Legare quindi quest’esigenza ad una cornice strategica più ampia nel Golfo è il principale obiettivo degli Stati Uniti, i quali, svincolatisi dalla dipendenza per il petrolio da quell’area del mondo, hanno oggi la possibilità di legare la propria presenza al trasferimento di tecnologie militari ed energia nucleare. L’alternativa sarebbe la dipendenza di quegli stessi Paesi da Pechino, leader mondiale indiscusso nelle tecnologie verdi e nelle batterie. L’architrave di sicurezza sarebbe garantito dall’accordo con Israele (esso stesso potenza nucleare), che potrebbe così beneficiare di una cintura di sicurezza contro la minaccia iraniana.
Gli imprevisti
Tutto sembra quindi convergere in questo senso. Salvo il calcolo, non necessariamente accurato, delle conseguenze non intenzionali. Il revival nucleare in Medio Oriente ha sempre avuto nella storia una natura eminentemente politica. Così è oggi per la delicata questione iraniana; così è stato in passato per la minaccia dell’ascesa di Paesi come l’Iraq, dove il regime di Saddam Hussein si vantava di avere uno dei sistemi più moderni di utilizzo dell’atomo per l’elettrificazione, grazie alla collaborazione storica con l’Unione sovietica e, dopo la caduta del Muro di Berlino, con Russia, Ucraina e Cina. Nel mondo contemporaneo però il pericolo principale deriva dalla weaponization di ogni strumento, dall’utilizzo cioè a fini di potenza di qualsiasi ambito anche non strettamente militare. Ne abbiamo avuto un’ennesima dimostrazione nei giorni scorsi, quando i bersagli privilegiati dei droni iraniani sono diventati i data center di Dubai e in Bahrein.
La deterrenza
Nella rincorsa strategica che vede impegnati i tre attori protagonisti della geopolitica mediorientale, Turchia, Iran e Arabia saudita, il fattore nucleare resterà a lungo quello determinante. Ecco perché Washington fa bene a legare le ambizioni ad un grand bargain geopolitico. Ma commetterebbe un errore fatale se trascurasse gli aspetti di deterrenza e simmetria, l’unica vera polizza assicurativa per il futuro. La corsa all’atomo è ineluttabile per un mondo che ha fame di energia, si regionalizza e che deve contenere le emissioni di anidride carbonica. Ma, sotto il profilo strategico, lo schema della perfetta simmetria già collaudato tra Usa e Urss durante la Guerra Fredda, o tra Pakistan e India in anni più recenti, è destinato ad essere l’unico espediente valido per la salvezza del mondo.

