Intervista

Gnut: «Canzone napoletana patrimonio dell’umanità? Sì, ma da sempre»

Il cantautore napoletano finalista alle Targhe Tenco parla dell’ultimo disco «Dduje paravise» e del prossimo che incrocia Mediterraneo, Maghreb e Mali

Il cantautore Gnut, finalista alle Targhe Tenco con l’album «Dduje paravise» insciso assieme ad Alessandro D’Alessandro

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A più o meno un mese dalla sua candidatura a patrimonio immateriale Unesco, come se la passa la canzone napoletana? Ci piacerebbe tanto intervistarla di persona ma, siccome è immateriale, la cosa risulta piuttosto difficile. In alternativa, abbiamo deciso di disturbare quello che riteniamo uno dei suoi maggiori esponenti contemporanei: Gnut, al secolo Claudio Domestico, 45 anni, cantautore di professione, sei album e due Ep all’attivo tra progetti suoi e collaborazioni, fino a Dduje paravise, bellissimo disco condiviso con il fisarmonicista Alessandro D’Alessandro nel quale re-interpreta classici antichi e moderni del canzoniere partenopeo. Un disco arrivato al ballottaggio dell’ultima edizione delle Targhe Tenco come migliore album di interprete, per il quale si vota proprio in questi giorni.

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Gnut, partiamo dalla stretta cronaca. Qual è il tuo giudizio sulla candidatura della canzone napoletana a patrimonio immateriale dell’umanità?
Premetto che non ho un ottimo rapporto con le targhe, i premi e i riconoscimenti istituzionali in generale. Il mio pensiero è che la canzone napoletana è patrimonio dell’umanità da sempre. Stiamo parlando infatti di un repertorio che ha esercitato influenze a livello mondiale: Elvis Presley ha inciso classici napoletani in inglese, ’O Sole mio è in assoluto la canzone tradotta in più lingue del mondo, quel tipo di sonorità ha influenzato persino i Beatles su alcuni pezzi... insomma: potremmo discuterne a lungo. Se arriva o no questo riconoscimento, non va a cambiare lo spessore della canzone napoletana.

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Quali sono i maestri partenopei cui sei più legato e quali, secondo te, andrebbero riscoperti?
Partiamo da Pino Daniele: tra le prime cose che ho ascoltato in vita mia. Poi ho fatto il giro del mondo partendo dal grunge e sono ritornato alla canzone napoletana. Il riferimento più importante che ho nella tradizione è Roberto Murolo. Adoro il suo approccio super minimal: ha creato un distacco rispetto alla vecchia interpretazione a fronna ‘e limone, con una rivoluzionaria impostazione che definirei da crooner americano. Il lavoro che ha fatto con l’Antologia Napoletana, poi, è qualcosa di fondamentale per la nostra cultura. Tra i nomi da riscoprire ci metto Enzo Gragnaniello, James Senese, Marcello Colasurdo e il maestro Roberto De Simone di cui, colpevolmente, si parla pochissimo. Per come la vedo io, piazza Garibaldi andrebbe rinominata piazza De Simone.

Parliamo ora dell’album Dduje paravise. Come è nato?
Tutto è partito un anno fa. Alessandro D’Alessandro ed io neanche ci conoscevamo di persona. Certo, avevamo amici comuni che parlavano all’uno bene dell’altro, poi per una strana coincidenza eravamo stati entrambi ospiti di Stefano Bollani a Via dei Matti N. 0 nella stessa stagione, senza peraltro incontrarci. Un anno fa lui era ospite di una residenza artistica per Toscana Produzione Musica. Il tema era Napoli, l’idea mettere in piedi uno spettacolo incentrato sulla canzone napoletana. Si è procurato il mio numero e ci siamo confrontati. Inizialmente il progetto doveva riguardare il solo repertorio di Pino Daniele, ma non mi andava di speculare sul decennale della morte. Toccava allora cercare alternative. Quando ho capito che il tempo a disposizione era poco, ho fatto una scelta «comoda», proponendo canzoni che avevo già interpretato a modo mio. Diciamo che sono andato sul sicuro. Poi, quando Alessandro ed io ci siamo incontrati, abbiamo inserito la Villanella di Cenerentola, ‘E cerase e i due inediti. Sono uscite fuori cose interessanti: E mò e mò, portata a Sanremo 1988 da Peppino di Capri, è per esempio diventata una ballad...
Abbiamo suonato queste canzoni in giro per i teatri toscani, come prevedeva il progetto, poi Squilibri Musicali, l’etichetta di Alessandro, ci ha proposto di trasformarle in disco. Non ci ho pensato troppo su. Un progetto del genere o lo costruisci lavorandoci dieci anni o lo fai in due giorni.

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Dduje paravise rielabora la tradizione, qualcosa di «sacro» per i napoletani. In passato giudizi tranchant non risparmiarono nomi mainstream come Lucio Dalla e Renzo Arbore, colpevoli di cimentarsi con la lingua napoletana senza essere nati a Napoli...
I tempi, rispetto ad allora, sono un po’ cambiati: oggi, per paradosso, il napoletano è più tollerante con chi canta la tradizione non essendo nato qua che con chi è napoletano e non aderisce allo stereotipo tradizionale.

È in corso il tour «Gnut Estate 2026», alcune date con D’Alessandro e altre senza. Come lo avete costruito?
Mi sarebbe piaciuto dedicare questo periodo tutto a Dduje paravise. Ma non è facile. Un po’ perché Alessandro, quando suona, si porta dietro un’astronave di pedali, un po’ perché parte del mio pubblico vuole sentire le mie canzoni. Quindi ho deciso di alternare i set.

Come definiresti Gnut per spiegarlo a chi non lo conosce?
Sono un songwriter che cerca di mischiare passioni. Nella mia musica c’è sicuramente la componente napoletana, perché essere napoletano alla fine è un marchio, anche nel senso positivo del termine. Ma ci sono anche altre cose che spaziano da Nick Drake al blues del Delta: Elliott Smith, il folk inglese, i Beatles, in particolare il Lennon solista, Ali Farka Tourè... È un po’ come quando cucini e per insaporire ci metti dentro di tutto.

Cantare in napoletano è più un’opportunità o un limite?
Per il tipo di ricerca che sto facendo è un’opportunità. Lavoro a un concept album in uscita a marzo dell’anno prossimo che incrocia Mediterraneo, Maghreb e Mali. Mi ispiro a repertori di centinaia di anni fa: parliamo di testi spirituali che fanno riferimento a tempi in cui la musica era soprattutto uno strumento religioso. Confrontandomi con tutto questo, mi sento fortunato a essere napoletano. Le radici fanno bagaglio.

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Vivere e fare musica da Napoli invece, rispetto ai tuoi colleghi napoletani trasferitisi a Milano o Roma, è più un’opportunità o un limite?
Mettiamola così: è un’opportunità vivere a Napoli confrontandosi con l’esterno. Ho vissuto a Milano, pubblico per un’etichetta francese e penso che dobbiamo evitare il più possibile il paradosso della Lega al contrario. La chiusura verso l’esterno non è la strada giusta. La tradizione non si tiene in bacheca.

Pubblichi infatti per la Beating Drum di Piers Faccini. Com’è nato questo rapporto?
Piers l’ho conosciuto a Londra nel 2002. Non avevamo ancora pubblicato un album né io né lui. Lui faceva colonne sonore per la Bbc e poi dipingeva. Dopo qualche anno ha pubblicato il suo primo album, siamo diventati amici, ci siamo tenuti in contatto e nel 2008 si occupò della produzione artistica del mio secondo disco, Il rumore della luce, uscito nel 2011. Quando ha aperto Beating Drum mi ha proposto di lavorare con loro, ma ero impegnato con altre etichette. Appena è stato possibile, ho accettato volentieri la proposta: abbiamo fatto insieme l’ep Hear my voice e il mio ultimo album Nun te ne fa’ del 2022. La collaborazione continua: farò in co-produzione Beating Drum - Ponderosa il prossimo album in uscita l’anno prossimo.

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Ritieni che, per il tipo di musica che proponi, ci possa essere più attenzione all’estero che in Italia?
Penso che il prossimo album, incentrato sul Mediterraneo, abbia naturalmente una dimensione internazionale. Va detto però che all’estero sono un esordiente, mentre in Italia raccolgo quello che ho cominciato a seminare 25 anni fa.

Rispetto all’epoca del disco fisico, c’è più o meno libertà oggi per chi fa il tuo mestiere?
Il supporto fisico l’ho vissuto bene e lo ricordo con affetto. Quello attuale è un momento storico strano: la produzione è enorme, escono tantissime cose ogni venerdì, c’è una proposta di musica che rende difficile cominciare ad ascoltare. Dico che, da parte di chi fa il mio mestiere, ci vorrebbe più coraggio. Siccome si produce tanto, tanto vale esagerare. Al contrario, il paradosso è che cercano tutti l’omologazione: ha successo un pezzo reggaeton, tutti fanno un pezzo reggaeton ed è un peccato perché nell’arte l’unica cosa che paga è la verità. Per fortuna mi sembra che i ventenni di oggi lo stiano cominciando a capire.

Quali sono le tue ambizioni, come uomo e come artista?
Scrivere canzoni vere, suonare sempre meglio. Vivo di musica, sono contento, sono già fortunato così. La gara è con me stesso: non devo dimostrare niente.

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