Corea

Gwangju, il Padiglione italiano costruisce ponti

Tre artisti italiani e due coreani in dialogo con nuove produzioni, residenze e relazioni per trasformare la diplomazia culturale in opportunità

 «AMEN», 2021, di SAGG Napoli, video still

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La 16ª Gwangju Biennale, dal 5 settembre al 15 novembre, continua a interrogarsi sul rapporto tra immaginazione, cambiamento e responsabilità collettiva. Il direttore artistico Ho Tzu Nyen ha scelto come punto di partenza un verso di Rainer Maria Rilke – «You must change your life» – interpretandolo non come un imperativo, ma come un invito aperto alla trasformazione individuale e collettiva. Più che indicare una direzione precisa, il progetto curatoriale lascia emergere molteplici possibilità di cambiamento, affidando agli artisti il compito di immaginare nuovi modi di abitare il presente. Sono 43 gli artisti e i gruppi invitati, provenienti da 22 Paesi. Tra loro anche l’italiana Rossella Biscotti. Ma la presenza italiana in Corea si articola anche nel Padiglione Italiano, progetto distinto e complementare alla Biennale.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Giunto alla terza edizione, il Padiglione è allestito al Donggok Museum di Gwangju e nasce come progetto dell’Istituto Italiano di Cultura di Seoul per la promozione dell’arte italiana contemporanea, inserendosi nelle attività di diplomazia culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI). Intitolato «The Look is A Li(k)e» e curato da Irene Campolmi, riunisce tre artisti italiani – SAGG Napoli, Raffaela Naldi Rossano e Davide Stucchi – e due artisti coreani, Dew Kim e Ru Kim.

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«Rising, falling, looking for the sun», 2025 di Davide Stucchi

Il Padiglione italiano a Gwangju

Non una semplice vetrina dell’arte italiana, ma una piattaforma per costruire relazioni tra due sistemi culturali. È questa la funzione che l’Istituto Italiano di Cultura di Seoul attribuisce al Padiglione Italiano alla Gwangju Biennale. “Il Padiglione Italiano alla Gwangju Biennale è innanzitutto uno strumento di diplomazia culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – spiega Davide Scalmani, direttore dell’IIC di Seoul –. L’obiettivo è promuovere i linguaggi contemporanei italiani all’estero e, al tempo stesso, creare una piattaforma di dialogo tra la scena artistica italiana e quella coreana”.

Una strategia che, nell’edizione 2026 curata da Irene Campolmi, si traduce anche nella scelta di mettere in relazione tre artisti italiani – Raffaela Naldi Rossano, Davide Stucchi e SAGG Napoli – con due artisti coreani, Dew Kim e Ru Kim. “Non volevamo limitarci a inserire opere preesistenti all’interno di un impianto curatoriale già definito – sottolinea Erika Sfascia, vicedirettrice dell’IIC –. La produzione di nuove opere permette agli artisti di confrontarsi con Gwangju, con il tema della mostra e con la realtà coreana. È questo processo condiviso a rendere il progetto realmente internazionale”.

Il Padiglione diventa così il punto di partenza di un percorso che dovrebbe proseguire oltre i giorni della Biennale. “Per l’Istituto l’internazionalizzazione non si esaurisce con la partecipazione a una Biennale – aggiunge Scalmani –. Vogliamo creare le condizioni perché gli artisti italiani possano costruire relazioni professionali durature con curatori, istituzioni, gallerie e collezionisti coreani”. Un approccio che trova già alcune conferme nei percorsi degli artisti delle prime edizioni, tornati in Corea per mostre, festival e nuovi progetti.

Camilla Alberti, presente nel Padiglione del 2023, ha partecipato al Gangneung International Art Festival e nel 2024 ha realizzato la mostra «The Spell of Monsters» all’Hyundai Museum of Kids’ Books & Art. Marco Barotti, anch’egli nell’edizione 2023, ha esposto al Jeju Museum of Art per il progetto «Homo migratio» ed è stato selezionato dal Busan Museum of Contemporary Art per un progetto nel 2026-27. Fabio Roncato ha partecipato nel 2025 alla Jeonnam International Ink Biennale su invito della direzione artistica, in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia e l’IIC. “L’internazionalizzazione deve essere intesa come un percorso e non come un evento – conclude Sfascia –. Il nostro interesse è che gli artisti possano sviluppare, a partire dalla Biennale, nuove occasioni di lavoro e collaborazioni all’interno del sistema artistico e collezionistico asiatico”.

Installation view of «On Becoming Partenope, ongoing script», 2026, di Raffaela Naldi Rossano, Museo Madre, Napoli

Gli artisti e i progetti

Un elemento centrale dell’edizione 2026 è la produzione di opere concepite appositamente per il Padiglione. Durante una residenza di circa un mese, Raffaela Naldi Rossano (prezzi delle opere tra 5 e 75mila euro) e Davide Stucchi, rappresentato da Martina Simeti (4-15mila euro), hanno lavorato in loco, confrontandosi con il tema della mostra e con il contesto culturale coreano. Diverso il percorso di SAGG Napoli, che ha proposto la video-installazione «AMEN» del 2021, sul tema del corpo, della disciplina e dei limiti fisici. L’artista è rappresentata da zazà (Milano, Napoli), con opere dai 4mila ai 60mila euro per le grandi installazioni.

La residenza di Raffaela Naldi Rossano ha portato alla realizzazione di «Partenope’s Blind Date Room» (2026), un lavoro che costruisce un dialogo diretto tra Napoli e Corea attraverso materiali e memorie raccolti tra Seoul e Gwangju. L’installazione comprende diverse opere, tra cui «Questa stanza non ha più pareti ma alberi», realizzata con frammenti di tegole tradizionali recuperati dalla ristrutturazione della Seoul Women’s University e successivamente rismaltati dall’artista. Centrale è anche «The Ocean Between Us», un’area di materassi ispirati alle tradizionali modalità coreane di riposo che, accostati, disegnano idealmente una continuità tra il Mediterraneo e i mari che circondano la penisola coreana. Tessuti, alghe, sabbia e altri materiali organici raccolti lungo le coste coreane entrano nella trama dell’opera, mentre le canzoni d’amore napoletane reinterpretate dall’artista creano un ulteriore ponte sonoro e culturale tra i due Paesi.

Anche Davide Stucchi, che ha lavorato in residenza a Seoul, ha attinto alla propria pratica, nella quale gli oggetti diventano protagonisti e lo spazio domestico si dispiega come una coreografia di sottili spostamenti. Attraverso interventi minimali, gli elementi quotidiani vengono sottratti alla loro funzione originaria e coinvolti in nuove relazioni, dove l’utilità cede il passo all’ambiguità, al desiderio e alla finzione. Opere come «Rise & Shine», «Light Switch» e «Rising, falling, looking for» (tutte del 2026) ruotano attorno alla luce e al riflesso, trasformando dispositivi domestici familiari in situazioni percettive instabili. Gli specchi scompaiono dietro i telai delle finestre, vengono incassati nelle prese elettriche o montati su scale che invitano a un’ascesa impossibile. Gli oggetti non svolgono più i compiti per cui sono stati concepiti, ma agiscono come attori all’interno di ambienti accuratamente messi in scena, dove lo stesso atto del vedere diventa incerto.

Simulated lighting installation image for Ru Kim, «Tails of Courage», or the Master’s Pirouette, 4-channel audio and moving light installation, sculpted silver, performance stage, 2026

Il progetto mette in dialogo due artisti italiani e due coreani, facendo del confronto tra culture e sensibilità diverse uno degli elementi qualificanti del Padiglione. Dew Kim (Seul, 1985) e Ru Kim (Amburgo, 1995) portano nella mostra una ricerca incentrata sul corpo come luogo di identità, conflitto e trasformazione. Dew Kim intreccia simbolismo religioso, identità queer e cultura pop attraverso scultura, video e performance (rappresentato da Podium Gallery Hong Kong); il secondo utilizza performance e videoinstallazione per interrogare le relazioni tra corpo, genere, potere, memoria e trauma. La loro presenza accanto agli artisti italiani non è quindi un semplice affiancamento, ma costruisce un dialogo tra la scena contemporanea coreana e quella italiana, facendo emergere temi comuni attraverso prospettive culturali differenti. A Gwangju, città simbolo della storia democratica e della cultura contemporanea coreana, questo confronto acquista un particolare valore: l’arte diventa uno spazio di relazione e di reciproca rilettura.

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Il risultato è un Padiglione che prova a spostare il baricentro dalla rappresentazione alla relazione. La presenza italiana a Gwangju non si misura quindi soltanto nel numero degli artisti coinvolti, ma nella capacità di generare nuove produzioni, confronti e connessioni con il sistema culturale coreano. È in questa prospettiva che la Biennale può diventare non il punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso internazionale per gli artisti italiani.

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