Gwangju, il Padiglione italiano costruisce ponti
Tre artisti italiani e due coreani in dialogo con nuove produzioni, residenze e relazioni per trasformare la diplomazia culturale in opportunità
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La 16ª Gwangju Biennale, dal 5 settembre al 15 novembre, continua a interrogarsi sul rapporto tra immaginazione, cambiamento e responsabilità collettiva. Il direttore artistico Ho Tzu Nyen ha scelto come punto di partenza un verso di Rainer Maria Rilke – «You must change your life» – interpretandolo non come un imperativo, ma come un invito aperto alla trasformazione individuale e collettiva. Più che indicare una direzione precisa, il progetto curatoriale lascia emergere molteplici possibilità di cambiamento, affidando agli artisti il compito di immaginare nuovi modi di abitare il presente. Sono 43 gli artisti e i gruppi invitati, provenienti da 22 Paesi. Tra loro anche l’italiana Rossella Biscotti. Ma la presenza italiana in Corea si articola anche nel Padiglione Italiano, progetto distinto e complementare alla Biennale.
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Giunto alla terza edizione, il Padiglione è allestito al Donggok Museum di Gwangju e nasce come progetto dell’Istituto Italiano di Cultura di Seoul per la promozione dell’arte italiana contemporanea, inserendosi nelle attività di diplomazia culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI). Intitolato «The Look is A Li(k)e» e curato da Irene Campolmi, riunisce tre artisti italiani – SAGG Napoli, Raffaela Naldi Rossano e Davide Stucchi – e due artisti coreani, Dew Kim e Ru Kim.
Il Padiglione italiano a Gwangju
Non una semplice vetrina dell’arte italiana, ma una piattaforma per costruire relazioni tra due sistemi culturali. È questa la funzione che l’Istituto Italiano di Cultura di Seoul attribuisce al Padiglione Italiano alla Gwangju Biennale. “Il Padiglione Italiano alla Gwangju Biennale è innanzitutto uno strumento di diplomazia culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – spiega Davide Scalmani, direttore dell’IIC di Seoul –. L’obiettivo è promuovere i linguaggi contemporanei italiani all’estero e, al tempo stesso, creare una piattaforma di dialogo tra la scena artistica italiana e quella coreana”.
Una strategia che, nell’edizione 2026 curata da Irene Campolmi, si traduce anche nella scelta di mettere in relazione tre artisti italiani – Raffaela Naldi Rossano, Davide Stucchi e SAGG Napoli – con due artisti coreani, Dew Kim e Ru Kim. “Non volevamo limitarci a inserire opere preesistenti all’interno di un impianto curatoriale già definito – sottolinea Erika Sfascia, vicedirettrice dell’IIC –. La produzione di nuove opere permette agli artisti di confrontarsi con Gwangju, con il tema della mostra e con la realtà coreana. È questo processo condiviso a rendere il progetto realmente internazionale”.
Il Padiglione diventa così il punto di partenza di un percorso che dovrebbe proseguire oltre i giorni della Biennale. “Per l’Istituto l’internazionalizzazione non si esaurisce con la partecipazione a una Biennale – aggiunge Scalmani –. Vogliamo creare le condizioni perché gli artisti italiani possano costruire relazioni professionali durature con curatori, istituzioni, gallerie e collezionisti coreani”. Un approccio che trova già alcune conferme nei percorsi degli artisti delle prime edizioni, tornati in Corea per mostre, festival e nuovi progetti.










