Hiro Design, mobili minimal e colorati da Verona verso Spagna e Francia, poi gli Usa
L'obiettivo della startup sono «i 10 milioni di ricavi nel 2028», spiega il Ceo Manuele Perlati. Per favorire la crescita futura è possibile anche «l'ingresso di nuovi soci» nel capitale
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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Uno stile minimal e colorato, unito alla qualità del Made in Italy. Sono questi gli elementi su cui punta la startup veronese Hiro Design per portare i suoi mobili in alluminio fino agli Usa e al Giappone e raggiungere i 10 milioni di ricavi nel 2028. A spiegarlo in un’intervista a Radiocor è il Ceo Manuele Perlati che, forte dell’esperienza nella società di famiglia Penta Systems - specializzata in arredamento per il mercato B2B - nel 2019 ha deciso di fondare un brand destinato ai consumatori.
Complice la sempre maggiore attenzione per l’home&living e da «una strategia di vendita online specifica», Hiro Design ha chiuso il 2025 con un fatturato di 4 milioni, in aumento del 60%, oltre 20mila ordini e 40mia pezzi venduti. Nel quarto trimestre dell’anno scorso il giro d’affari della startup ha messo a segno poi una vera e propria accelerazione, raggiungendo quota 1 milione di euro. Mentre sul fronte della redditività, grazie alle sinergie con Penta Systems e alle potenzialità della vendita diretta tramite il web, è riuscita a mettere a segno un margine di contribuzione del 70%. Con queste premesse Hiro Design si prepara a un 2026 di crescita, grazie anche alla collaborazione con l’acceleratore di startup OneDay Group. L’obiettivo, in particolare, sarà «lo sviluppo del retail» tramite il primo store aperto lo scorso anno a Verona e lo showroom inaugurato a Milano. «Abbiamo poi le potenzialità per aprirci al mercato del B2B», che attualmente pesa per il 10% sui ricavi della società ma ha «le potenzialità» per svilupparsi, spiega Perlati. Hiro Design però intende concentrarsi soprattutto «sull’apertura di nuovi mercati esteri».
«Attualmente stiamo andando con degli ottimi risultati in Germania – afferma il manager - Il prossimo step è approcciare la Spagna e successivamente la Francia». L’attesa è di «arrivare a fine 2026 con un pacchetto di country diversificate» che pesi per il 20% dei ricavi (ora l’Italia rappresenta il 100%). Ma che soprattutto «ci permetta di definire bene lo scenario fino al 2030». Intanto il ceo Hiro Design ha le idee chiare per il 2028, anno in cui l’azienda mira a toccare i 10 milioni di ricavi. Questa soglia è il punto di partenza per «guardare, dopo l’Europa, agli Stati Uniti – afferma Perlati – Un mercato che sappiamo essere molto attento ai prodotti italiani, al Made in Italy». In più «il nostro prodotto abbraccia molti stili, accontenta molti gusti». Anche in Asia poi «possiamo dire la nostra», spiega il Ceo. «Vorremmo esplorare soprattutto Cina e Giappone perché il nostro stile può piacere in questi mercati anche per questioni di semplicità». Per questioni di «barriere culturali e linguistiche» però la meta primaria rimangono gli Usa.
Tra le sfide da affrontare per lo sviluppo internazionale ci saranno gli effetti delle tensioni geopolitiche e commerciali attuali, come i dazi o la guerra Medio Oriente. Tutti fattori che, almeno per il momento, non stanno fermando la marcia di Hiro Design. «Siamo piccoli e stiamo crescendo ancora bene», afferma Perlati, che riconosce che però l’azienda sta «vedendo degli aumenti dei costi delle materie prime». «Siamo nell’ordine del 20% spiega e lo stiamo assorbendo noi, per adesso. Stiamo a vedere però cosa succede. Per ora cali di domanda non ne abbiamo». L’approccio al futuro di Hiro Design è dunque fiducioso dal punto di vista del business, con diverse opzioni per la crescita sul tavolo. «Ci siamo posti come obiettivo di arrivare ai 10 milioni di ricavi con le nostre risorse e senza capitali esterni – afferma il Ceo – Poi capiremo quali scenari si presenteranno». In quest’ottica, Perlati – che detiene il 70% delle quote della società, mentre il 30% è do Penta Systems – non esclude la quotazione in Borsa o comunque «l’ingresso di nuovi soci» nel capitale. «Quando un’azienda deve aggredire i mercati esteri o ha bisogno di nuovo expertise – spiega infatti – ha bisogno di risorse finanziarie».








