La biennale

Homo Faber, l’artigianato a Venezia sotto una nuova luce

Fino al 30 settembre con un racconto corale Es Devlin celebra il savoir-faire e trasforma il craft in un messaggio per l’intero pianeta

In foto An Alphabet of Objects, lo spazio espositivo in cui Es Devlin utilizza la luce e l’ombra per raccontare le forme degli oggetti

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«Rockstar». Così Es Devlin, direttrice artistica di Homo Faber 2026, definisce i 500 artigiani provenienti da 70 Paesi che dal primo al 30 settembre raccontano, nei magnifici spazi della Fondazione Cini all’Isola di San Giorgio Maggiore, la maestria contemporanea attraverso una selezione di 700 oggetti. Se per l’artista e designer inglese i maestri del craft sono i veri protagonisti della quarta edizione della biennale veneziana - curata dalla Michelangelo Foundation e organizzata in partnership con Fondazione Giorgio Cini e Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte - lei ne è sicuramente la frontwoman: direttrice di questa grande band internazionale, un insieme eterogeneo che guida con sicurezza in un racconto che, come spesso accade nel suo lavoro, diventa opera collettiva.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Con il titolo “An Island of light”, Devlin conduce per mano il pubblico in un percorso immersivo scandito da 15 installazioni in cui luce, ombre, suoni e voce (la sua) tengono sempre alta l’attenzione del visitatore evocando la stessa magia con cui l’artista ha stupito le platee di tutto il mondo: dalle scenografie cinetiche per teatri come la Scala e il Metropolitan ai concerti di Beyoncé e degli U2, fino all’intervallo del Superbowl e alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici di Londra.

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L’atmosfera delle botteghe artigiane

Teatrale è sicuramente il primo spazio espositivo, “A Language of Hands”, dove la direttrice artistica ricrea l’atmosfera delle botteghe artigiane al termine di una giornata di lavoro. Un fermo immagine che suggerisce la qualità del tempo dedicato dai maestri alle loro creazioni. Una galleria fotografica presenta poi le “rockstar” di Homo Faber introducendo i visitatori a “An Alphabet of Objects”, lo spazio espositivo in cui Es Devlin utilizza la luce e l’ombra per raccontare le forme degli oggetti (oltre cento) disposti su una libreria cinetica che ne proietta le sagome sulle pareti, un invito a osservare le ombre e a leggere gli oggetti stessi come fossero parole di una lingua universale, una caverna platonica in cui i pezzi riprendono tutte le tonalità della Terra. «Voglio radicare questa mostra nel pianeta da cui proviene ogni materiale - spiega infatti Devlin - a cominciare dalla scelta delle tonalità degli oggetti, il nero, le terre, gli ossidi e i rossi che richiamano i primi graffiti riprodotti dall’uomo».

Dalla Luna al Sole

L’artista ci porta così sulla Luna con l’installazione “A full Moon rising”, in uno degli spazi più scenografici della Fondazione Cini, l’ex piscina Gandini, inaugurata nel 1962. Da un mare metaforico sorge una struttura semicircolare che accoglie una selezione di moon jar, tradizionali recipienti coreani destinati alla conservazione e al trasporto dell’acqua. Le giare, reinterpretate da artisti e artigiani, sono disposte seguendo le sfumature dell’acqua, dal blu profondo degli abissi al bianco della schiuma del mare. Ancora una volta è l’insieme a parlare, lasciando l’individualità dei pezzi in secondo piano a favore dell’emozione collettiva.

Più facile concentrarsi sui singoli oggetti nelle sale successive. “Rooted Ascent” rende omaggio ai materiali organici generati dalla luce del Sole, alle creazioni realizzate in legno o in materiali naturali come vimini, salice e giunco, con pezzi che spaziano dalla Silva chair di Andrea Mancuso al bustier in rattan di Dolce&Gabbana. “An Atelier Alive” vede all’opera i maestri artigiani che a rotazione mostrano e raccontano il loro savoir faire arricchendo giorno dopo giorno con le creazioni la libreria che ne riveste le pareti. Con “An Infinite Birdsong” Es Devlin torna a occuparsi di un tema ricorrente nel suo lavoro, quello relativo all’ambiente e alla biodiversità. Qui l’incanto è legato all’aria, elemento da cui dipendono uccelli e insetti realizzati in vetro, porcellana, carta e resi preziosi dalle interpretazioni dagli orafi e dai maestri artigiani delle più prestigiose maison.

La preziosità ancora una volta è, come sottolinea Alberto Cavalli, direttore generale di Michelangelo Foundation «la trasformazione creativa e consapevole dei materiali celebrata da un movimento culturale quale vuole essere Homo Faber». «È il grande insegnamento - prosegue Cavalli - che ci viene dagli artigiani: non aver paura della complessità, abbracciare ogni giorno nuove sfide».

Il potere della luce

Tempo, passione e dedizione che illuminano le opere di “A feast of Light”, l’installazione ospitata nel Refettorio Palladiano che celebra il potere trasformativo della luce attraverso una selezione di oggetti declinati in tutte le sfumature del bianco. Senza bisogno di effetti speciali, materie come piume, sete, porcellana, carta, cemento, vetro, madreperla - e persino popcorn e mattoncini di Lego - danno vita a oggetti che sorprendono per lavorazioni e, a volte, mimetismo.

La sala del Cenacolo diventa così uno spazio candido che introduce all’esplosione di colore di “A Rainbow of forms”, dove l’attenzione si focalizza non solo su tutte le sfumature dell’arcobaleno, ma anche sulle sperimentazioni più contemporanee del craft, con opere in materie plastiche, resina vetro, smalti da scoprire passeggiando sul grande tappeto ispirato alla Teoria dei colori di Goethe disegnato dalla stessa Es Devlin. Il viaggio alla scoperta di “An Island of light” si conclude con un’altra monumentale opera della direttrice artistica. Un arazzo tessuto da Bonotto con plastica riciclata, lana e carta giapponese washi traccia un parallelo tra le specie in via di estinzione e le arti artigianali rare, un invito a pensare al nostro pianeta come a una rete interconnessa di esseri e culture e a ricordare i nomi di quelle minacciate per garantirne la sopravvivenza. Un messaggio forte con cui tornare da Homo Faber 2026.

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