Analisi

I grandi flop della nuova mobilità: tra previsioni errate ed hype esagerate

Dal segway al car sharing: le hypeche sono state un fallimento

di Pier Luigi del Viscovo

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Perché tanti flop nel mondo dell’auto e della mobilità? Non flop di marche e singoli progetti, che sarebbero solo il segno di un’effervescenza vitale. No, no, qui parliamo di interi nuovi sistemi di mobilità che si sono schiantati contro un muro. Chi lo dice? Gianluca Di Loreto, partner di Bain, con un’onestà intellettuale non propria delle grandi firme della consulenza, sempre brave ad autoassolversi quando il pudding si rivela non all’altezza della ricetta. Da alcuni mesi calca il palcoscenico mettendo in fila tutti quei cambiamenti annunciati come certi e imminenti.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Dalla vendita online delle auto al segway che avremmo usato tutti, dal car sharing ai monopattini, fino alla madre di tutte le innovazioni: l’auto a pile. Due le cause essenziali dei flop. Una: il prodotto nuovo non migliora l’esperienza d’uso di quelli esistenti che avrebbe voluto sostituire. È stato così per vendita online, segway e elettriche. Due: mancanza di volontà politica/pubblica a sostenere il nuovo prodotto. È il caso del car sharing, mai passato da migliaia di veicoli, fase sperimentale, a decine di migliaia, quelli utili a eliminare le seconde macchine. Ma anche il caso dei monopattini, frenato dalle amministrazioni che ne rifiutano la pericolosità e gli incidenti.

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Però il marketing è lastricato di fallimenti, il cui numero eccede di gran lunga quello dei successi, e ognuno ha le sue cause. A guardarli singolarmente non c’è notizia. Presi tutti insieme invece un paio di buone domande sorgono. Perché una tale concentrazione d flop in un unico settore, quello della mobilità individuale, e in così breve tempo? Perché tanta lentezza e rifiuto a prendere atto che i consumatori li hanno rifiutati? Per le risposte, occorre superare i singoli casi e andare allo scenario sociale che prima ha salutato con favore gli annunci e poi non ha comprato.

Di fondo, c’è una mal sopportazione della mobilità individuale esistente, la macchina. Icona negativa per tanti, sempre attaccata con facilità e mai difesa con adeguato vigore.

Aggiungiamo l’equiparazione, infondata, del “nuovo” col “meglio”, frutto del diffuso bisogno di un futuro diverso dal presente. Storicamente, per un futuro migliore bisognava attendere la vita ultraterrena, ma adesso il senso di potenza degli occidentali lo pretende qui e ora. Da qui la curvatura della realtà all’ideologia.

E poi il marketing, anzi la sua assenza. Un’industria fatta di ingegneri e capi-fabbrica difetta della sensibilità per ascoltare il consumatore e discernere tra ciò che afferma di voler fare e ciò che poi farà davvero. Le intenzioni espresse rispondono al bisogno di pensarsi migliori o comunque corrispondenti a come vorremmo essere: guai a fidarsi.

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