I luoghi dell’anima esistono davvero?
Dallo NgoroNgoro al genius loci, dalle farfalle monarca ai neuroni Gps, da Maylis de Kerangal a Ece Temelkuran: una riflessione sulla gioia di definirsi semplicemente «terrestri»
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Chi sale verso il crinale dello NgoroNgoro, nella Tanzania settentrionale, arrivato in cima vede aprirsi davanti a sé non una valle, ma una vastissima caldera, perfettamente delineata e intatta, la più grande fra quelle complete che si trovano sulla terraferma. Affacciato lassù, può distinguere elefanti e rinoceronti puntiformi camminare sulla pianura nel fondo del cratere, e un lago dal bordo rosato, reso tale dai dorsi di migliaia di fenicotteri rosa che con il loro becco ricurvo scandagliano le acque basse. Se dorme nel campeggio sul margine del versante, può sentire la notte gli elefanti risalirne le pendici e muoversi tra le tende; in lontananza i rumori della fauna che abita il ricco ecosistema incastonato in quel che resta del vulcano estinto.
Chiedilo al Sole
Se c’è un luogo cui ho mai sentito di appartenere, è questo altopiano dell’Africa centro orientale. La gola dell’Olduwai, a Nord Ovest – detta anche culla dell’umanità o valle dell’alba dell’uomo (e della donna...), perché in diversi strati di roccia sono state ritrovate tracce di quasi tutti gli stadi dell’evoluzione umana - e ancora più in là il parco del Serengeti, con la sua savana immensa che ogni anno imbrunisce quando milioni di gnu vi si radunano, accompagnati dalle zebre. Savana punteggiata di acacie dalle alte erbe, per guardare oltre le quali, forse, gli antenati iniziarono ad alzarsi su due zampe.
Un’appartenenza, la mia, di elezione o una sorta di “ricordo genetico” della nostra più vera origine? Si appartiene davvero a un luogo? Ogni quattro generazioni, centinaia di milioni di farfalle monarca lasciano l’America settentrionale, percorrendo anche 4.500 chilometri, per ritrovarsi a svernare in Messico, tutte negli stessi posti che non superano qualche chilometro quadrato di superficie, e che vengono completamente rivestiti di ali arancioni.
Perché finiscano tutte lì ancora non è chiaro, anche se da diversi anni molti ricercatori cercano di capire i meccanismi che rendono possibile questa spettacolare migrazione: come riescano ad orientarsi (con il sole, confrontandone la posizione rispetto a quel che misura il loro orologio circadiano interno? Con il campo magnetico terrestre? Attraverso la polarizzazione della luce? Le ipotesi sostenute da prove sono state diverse negli ultimi tempi), come facciano a riconoscere luoghi dove non sono mai state (per completare l’intero percorso ci vogliono infatti 3-5 generazioni), perché vadano in alcuni - pochissimi - luoghi e non in altri. È scritto nei geni? E come funziona una mappa biologica?
Le nostre parrebbero essere fatte di “cellule di posizione”, la principale classe di neuroni dell’ippocampo, scoperta da John O’Keefe. Per questa scoperta, nel 2014, ha ricevuto il Nobel per la medicina con Edvard e May-Britt Moser, che hanno invece individuato le “cellule griglia”, soprannominate, con le “cellule di confine”, neuroni Gps: tutti insieme rappresenterebbero il sistema di posizionamento del nostro cervello. Alcuni studi mostrerebbero inoltre che se non funzionano, anche la memoria episodica e autobiografica va perduta. Dimentichiamo quanto è accaduto in quei luoghi, come se quei luoghi incarnassero la nostra stessa memoria


