I nuovi professionisti della tavola: dall’idrosommelier all’esperto di cupping
Caffè con le vongole, acqua delle Hawaii con il sushi: i nuovi pairing incrociano terroir, cru, estrazione, e invecchiamento. Servono specialisti con un’alta formazione.
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Berreste mai un caffè abbinato a uno spaghetto alle vongole, un risotto alla milanese o una pizza Margherita? Sono abbinamenti inconsueti, certo, ma potrebbero regalare grande soddisfazione ai taster più avventurosi. Lo assicura Mauro Illiano, con Andrej Godina uno dei massimi conoscitori di caffè in Italia e fondatore di una Accademia del caffè a Napoli. Illiano e Godina fanno parte della schiera dei cosiddetti sommelier atipici, che negli anni si sono aggiunti ai tradizionali professionisti del settore vino. Nel tempo, la frontiera del gusto si è spinta in altri territori che, se a prima vista sembrano consueti, sono in realtà esplorati con tecniche e modalità sorprendentemente sofisticate: si tratta di assaggiare per esempio diversi tipi di caffè, ma anche di olio, di miele, di formaggio, di cioccolato e persino di acqua. È nata così una nuova generazione di sommelier che, proprio come i tradizionali e profondi conoscitori del vino, sono superconcentrati su ogni dettaglio e interpreti sensibili delle singole peculiarità dei prodotti.
«Per il caffè, preferiamo parlare di caffesperti», spiega Godina, il primo a usare questo termine, e famoso per le sue inchieste su Rai3 dedicate alla qualità delle capsule. «Sono professionisti capaci di interpretare la materia prima, descriverla e raccontarla». In Italia il percorso formativo ufficiale è offerto dalla Sca, la divisione nazionale della Specialty Coffee Association, che promuove l’assaggio tecnico (il cosiddetto cupping) e la padronanza dei vari metodi di estrazione, dalla moka al French press fino al pour-over, che significa per percolazione, cioè l’acqua calda viene versata lentamente con movimenti circolari sul caffè macinato contenuto in un cono con filtro.
«Come per il vino, l’importante è assaggiare il più possibile, non ci si deve fermare mai. Io l’anno scorso ho degustato almeno 1.300 referenze», afferma Godina.
Ma se gli sbocchi professionali finora sono stati piuttosto tradizionali – torrefazioni, laboratori per il controllo qualità, settore Ricerca e Sviluppo per aziende che producono cialde e capsule, import di caffè vergine –, oggi si aprono filoni nuovi e inaspettati. Molti ristoranti fine dining propongono vere e proprie carte del caffè e anche in Italia comincia a diffondersi la filosofia degli specialty coffee che si sbizzarriscono sui metodi di estrazione e sulle provenienze della materia prima. E finalmente si inizia a parlare di abbinamenti con il cibo. Racconta Illiano: «Su questo ho deciso di scrivere un libro e ho definito un metodo, uno studio sistematico degli accostamenti basato sulle analisi sensoriali e sui principi di concordanza, contrasto ed enfatizzazione, per comprendere le interazioni tra le caratteristiche organolettiche del caffè e quelle dei cibi, dolci o salati». Nel suo recentissimo volume Coffee & Food Pairing, infatti, si delineano nove regole di assaggio attraverso l’analisi dei parametri fondamentali per l’abbinamento ideale: temperatura, ricetta e preparazione del cibo, tecnica di estrazione del caffè, origine geografica delle varietà. «Alcuni esempi: una pizza Margherita sarà perfetta in compagnia di un monorigine 100 per cento Arabica proveniente da Etiopia, Guatemala o Colombia, tostato medio, estratto in moka o AeroPress (caffettiera portatile che permette di preparare un espresso ovunque): le note di frutti rossi, miele e fiori, unite a una acidità vivace ma equilibrata, si sposano perfettamente con la dolcezza del pomodoro, la cremosità della mozzarella e la fragranza dell’impasto». E uno spaghetto alle vongole? La risposta è un Etiopia lavato, estratto in americano, con note agrumate e di fiore bianco. Un 100 per cento Arabica, meglio se da Brasile o El Salvador, caratterizzato da dolcezza e corpo rotondo, in moka o addirittura espresso, è ideale per un risotto. Tartare di pesce o crostini burro e alici chiamano invece un cold brew, la versione 2.0 del buon vecchio caffè freddo.
Base di ogni buona tazzina, lo sappiamo, è l’acqua. E qui c’è addirittura un signore tedesco che ha osato paragonarla al vino, dimostrando che anch’essa va degustata, abbinata, raccontata, perché parla di territori ed ecosistemi. Un tempo ordinare l’acqua al ristorante era semplice: bastava definire se naturale o frizzante, fredda o a temperatura ambiente. Poi è arrivato Martin Riese: nato in Germania, cresciuto professionalmente tra hotel di lusso e ristorazione fine dining, è sommelier, ma si accorge che l’elemento più trascurato dell’esperienza gastronomica è il più puro, l’acqua. Inizia così a studiarla quasi ossessivamente: legge trattati di idrogeologia, visita sorgenti, assaggia centinaia di fonti da tutto il mondo. Nel 2008 decide di farne un mestiere e diventa idrosommelier.










