Aziende

Iacovone (Bip): “L’AI crea valore solo con dati affidabili e una leadership condivisa”

Donato Iacovone, presidente di Bip

3' di lettura

English Version

3' di lettura

English Version

L’intelligenza artificiale è ormai entrata nei processi decisionali delle imprese, ma la sola adozione di nuovi strumenti non basta ad aumentare in modo strutturale la produttività. La sfida si gioca sulla qualità dei dati, sulla revisione dei processi, sulla capacità di integrare i sistemi AI nei modelli organizzativi e su una leadership in grado di guidare il cambiamento. Per Donato Iacovone, presidente di Bip, non è sufficiente distribuire licenze di intelligenza artificiale ai dipendenti per generare valore: serve una visione condivisa, capace di trasformare l’AI da insieme di strumenti individuali a capacità organizzativa diffusa.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

In che modo l’intelligenza artificiale può aumentare il valore per le imprese?

Loading...

“Partiamo da una considerazione semplice: noi operiamo in una parte del mondo che, in larga misura, adotta modelli di AI sviluppati da altri. Significa che il vantaggio competitivo non sta nel modello in sé, ma nella capacità di adattarlo ai contesti aziendali, cambiando il modo in cui si lavora. Non basta inserire una nuova tecnologia: bisogna rivedere il modello operativo e far lavorare l’intelligenza artificiale agentica insieme alle persone”.

Perché alle aziende non basta concentrarsi solo sulla tecnologia?

“La spinta commerciale di chi produce soluzioni di intelligenza artificiale può indurre le imprese a pensare che basti aumentare il numero di licenze AI in uso. Il risultato è una “polverizzazione” delle iniziative con funzioni che, all’interno della stessa impresa, utilizzano modelli AI in modo individuale e non coordinato. Per generare valore serve invece un vero percorso di evoluzione del modello di management, capace di integrare l’AI nei processi, nelle responsabilità e nei modelli decisionali”.

In che misura è importante il dato per il funzionamento dell’intelligenza artificiale?

“L’AI si nutre di dati. Per questo la qualità del dato che entra nel sistema è fondamentale. L’intelligenza artificiale tende a standardizzare e a interpretare le informazioni in modo uniforme: se il dato di partenza è errato, incompleto o distorto, anche le conclusioni saranno sbagliate. Ritengo che uno dei temi centrali dell’etica dell’AI riguardi proprio il dato, non soltanto l’algoritmo. Il rischio è che la parzialità e la scarsa qualità dei dati non permettano di generare un outcome di valore”.

Perché resta decisiva la supervisione umana, soprattutto nella fase di interpretazione?

“È essenziale non affidarsi agli algoritmi in modo acritico. L’intelligenza artificiale richiede sempre una supervisione umana, soprattutto nella fase di interpretazione. La qualità del risultato dipende dalla qualità del dato in ingresso: se il dato è viziato o affetto da bias, anche il risultato sarà distorto. Gartner ha stimato che entro il 2026 le organizzazioni abbandoneranno il 60% dei progetti AI proprio per mancanza di dati adeguati ad alimentarli. Le imprese che non investono nella qualità del dato prima di adottare l’AI si troveranno a gestire sistemi che producono output inaffidabili. La supervisione umana è la condizione perché il sistema abbia senso”.

C’è anche un tema di competenze e capacità di adattamento?

Loading...

“Sì, perché l’impatto dell’intelligenza artificiale non riguarda solo la tecnologia, ma anche il modo in cui le persone lavorano e aggiornano le proprie competenze. Un’analisi di LinkedIn sul mercato del lavoro europeo ha evidenziato che il 12% dei lavoratori europei è concentrato in ruoli ad alta esposizione all’AI ma con bassa capacità di adattamento. Chi non sviluppa la capacità di riposizionare le proprie competenze rischia, nel tempo, di incontrare maggiori difficoltà a lavorare con sistemi AI in continua evoluzione”.

In che modo la leadership diventa la vera leva del cambiamento?

“Oggi, nella migliore delle ipotesi, molte aziende introducono l’intelligenza artificiale attraverso sperimentazioni distribuite nei vari ambiti aziendali, ma faticano ancora a ricondurle a una strategia complessiva. La vera leva del cambiamento è proprio la leadership: l’adozione dell’AI si realizza pienamente quando i leader guidano la trasformazione e distribuiscono responsabilità, invece di limitarsi a centralizzare il controllo. Serve una volontà condivisa, con obiettivi chiari e una visione strategica. Solo così la leadership può trasformare l’intelligenza artificiale da insieme di strumenti a capacità organizzativa diffusa e generare valore condiviso per l’impresa”.

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti